di Rosario DAIDONE
Non esiste studioso di maiolica siciliana (1) che non abbia rivolto lâattenzione al rivestimento parietale che si trovava nel Convento di San Francesco di Sciacca firmato M.(astru) Ioseppi Maxarato (2), appellativo con cui era noto tra le maestranze dellâarte figulina lâautore, Giuseppe BonachĂŹa nato il 20 luglio del 1562 da una famiglia di ceramisti attivi dalla seconda metĂ del â500 nella cittĂ agrigentina. (Fig. N° 1)

Unâopera monumentale voluta dai mercanti genovesi per illustrare nella cappella di loro pertinenza i Comandamenti e alcuni tra i piĂš noti episodi biblici. PiĂš di due migliaia di mattoni dipinti, che componevano le elaborate cornici e le scene di 15 pannelli costati alla Nazione ligure 26 once dâoro sonante. Essi furono puntualmente consegnati da BonachĂŹa il 15 settembre del 1601 al console della Nazione ligure rimasto soddisfatto, con gli apprezzamenti degli esperti, dei risultati raggiunti dallâartista che si era talmente affaticato da decidere, gravemente ammalato, di fare testamento.
Mutati i tempi e gli orientamenti del gusto, ritenuta di poco valore in un territorio particolarmente ricco di millenarie testimonianze, lâopera, ammirata dagli antichi padri, finĂŹ purtroppo distrutta nel 1952 con la demolizione del vecchio edificio.
Ma poichÊ Il rammarico dei monumenti perduti, per gli insulti del tempo o piÚ spesso per ignoranza, può talvolta trovare conforto e stimoli culturali nello studio di quel che casualmente rimane, le otto illustrazioni fortunatamente sfuggite alla rovina (3) offrono ancora la possibilità di individuare alcuni particolari aspetti culturali che si manifestano in Sicilia nel periodo di transizione dal Rinascimento al XVII secolo.
Nella classificazione storica del Ballardini lo stile dellâopera dovrebbe appartenere alla terza fase dellââistoriatoâ che lâinsigne studioso, fondatore del Museo Internazionale delle Ceramiche di Faenza, fa tuttavia terminare negli anni ottanta del XVI secolo. A prescindere dal ritardo cronologico, a questa analisi interessa cercare le pulsioni che lâopera restituisce nelle sue caratteristiche di tono popolare che generalmente distinguono la maiolica siciliana, diversa dallâaristocratico classicismo delle fabbriche italiane piĂš celebrate.
Ignorando lâordine della disposizione delle scene che si snodavano sulle pareti della cappella dedicata a San Giorgio, il tentativo di una nuova indagine può iniziare anche dallâillustrazione dellâottavo Comandamento ispirata da unâincisione olandese di Teodoro Galle (Anversa 1571- 1633). Le modifiche operate nel modello, in cui è provata lâinnocenza di Susanna falsamente accusata dâadulterio, consentivano al Maxarato di aggiungere, come antefatto, le figure dei vecchi maniaci detrattori che stranamente indossano un turbante ottomano. (Fig. N° 2)

Didascalia: DANIELIS 13 // SENES LAPIDANTUR OB FALSUM IN SUSANNA TESTIMONIUM + PRAECEPTUM VIII NON LOQUERIS CONTRA PROXIMUM TUUM FALSUM TESTIMONIUM. Istituto dâArte di Sciacca.
Nella pagina dedicata alla parabola di Epulone, il pittore, affascinato dallâattenzione al particolare delle opere fiamminghe, nulla si lascia sfuggire nellâintento di esaltare le ricercatezze del banchettatore per antonomasia che, nonostante sia un personaggio appartenuto alla storia romana, elegante nel vestire per quanto fosse possibile immaginare, è costretto dallâautore a indossare il turbante saraceno a causa della sua impoenitentia per mancanza di pentimento finale. (Fig. N° 3)

Nella Bibbia il giovane Cam, deridendo il padre ubriaco trovato nudo allâinterno di una tenda, chiama i fratelli a coprirne le vergogne. Nellâapparato iconografico, BonachĂŹa, incurante della contraddizione dettata dal pudore, ritrae Noè vestito di tutto punto e, attraverso il turbante che gli è rimasto sulla testa, lo arruola tra gli ebrei degni di disprezzo. Padre snaturato che, al risveglio fu capace di maledire il figlio per un torto subito, non considerando che il fanciullo si era preoccupato di ricoprirne lâindecenza ubbidendo di fatto al V Comandamento che impone ai figli di onorare i genitori. (Fig. N° 4)

Le immagini di un altro pannello, liberamente ispirate da unâincisione dellâolandese Adriaen Collaert (Anversa 1560-1618), illustrano il V Comandamento, âNon Uccidereâ, attraverso il paradosso di un omicidio eseguito da un sicario per conto di mandante. Anche in questa scena il marchio distintivo si trova, con maggiore coerenza, sul capo del colpevole Amasia percosso allâinterno di unâimmaginaria sinagoga prima di ricevere la morte.  (Fig. N° 5)

Didascalia: + IOAB 25 AMASIAM DOLO OCCIDIT ET IUBETUR A SALOMONE INTERFICI// PRAECEPTUM V NON OCCIDES. Istituto dâArte di Sciacca.
Se può sembrare singolare affidarsi a un particolare sfuggito allâattenzione dei critici per arrivare a un rilevante significato allegorico, il turbante, accessorio estraneo allâabbigliamento degli ebrei, appare volutamente adottato dallâautore come pretestuosa connotazione fortemente negativa che lascia pensare ad un atteggiamento antisemitico sottilmente associato allâodio per i saraceni. Un esercizio di contaminazione che piegava allâallegoria le incisioni tratte dalle Storie dellâAntico e Nuovo Testamento di Marten De Vos (Anversa 1532 – 1603) arrivate fresche di stampa a Sciacca insieme ai tessuti con le navi che ritornavano alle Fiandre cariche del grano siciliano.
La tesi allegorica proposta, che potrebbe apparire singolare e incontrare scarse condivisioni, sembra acquistare credito dalla rappresentazione del Sacrificio dâIsacco in cui Abramo, esemplare campione dellâubbidienza a Dio, indossando il discriminante copricapo, diventa unâemblematica figura negativa per lâadesione allâomicidio rituale di cui gli ebrei venivano insistentemente accusati sin dal medioevo. (Fig. N° 6)

Didascalia: FIDE// ABRAHM// OBTULIT// UNIGENITUM// ESAAC. Istituto dâArte di Sciacca.
Lâassimilazione dei personaggi della Bibbia ai musulmani, potrebbe rispecchiare la mentalitĂ del periodo che considerava come due perniciose facce della stessa medaglia la recrudescenza delle incursioni e le presunte cospirazioni ebraiche propagandate dalla Chiesa cattolica.
Pur essendo scontato lâintervento di un prelato nei suggerimenti delle fonti bibliche corredate dalle legende in latino estratte dai Catechismi pubblicati dal gesuita olandese Pietro Canisio (Nimenga 1521- 1597) fortunato partecipante del Concilio di Trento, lâopera rimane estranea allo spirito della Controriforma tanto piĂš che nei primi anni del XVII secolo la Chiesa, riaffermando la sua posizione antiebraica anche attraverso i âLibriccioli che trattavano contro Judeiâ, sembra fosse maggiormente preoccupata dalle frequenti incursioni ottomane che dai problemi suscitati da Lutero.
Chiara appare invece la volontĂ della Nazione ligure di associare al suo potere economico il prestigio didattico in una cittĂ affollata da marinai e trafficanti di varia provenienza in cui occorreva rinsaldare i principi morali nella corruzione dei costumi.

Accanto alla missione educativa con la quale i mercanti genovesi pensavano di consolidare la loro egemonia negli anni in cui si avvertiva lâimminenza della crisi commerciale, non è da trascurare il ruolo del fante con spada e alabarda dipinto nel pannello allegato alle scene bibliche adeguatamente poste ai piedi del San Giorgio che uccide il drago. Improbabile ritratto di nessuno di quelli tentati nel passato, il soldato potrebbe restare figura estranea al contesto religioso, se nel linguaggio della teatralitĂ , della scenografia e dell’enfasi del Seicento, non assumesse la funzione ideale di sentinella opposta alle minacce, reali o presunte, che potevano sovvertire gli assetti esistenti. (Fig. N° 7)
Altri aspetti non meno intriganti si possono cogliere dallâillustrazione del VI Comandamento. Una particolare visione del fenomeno della prostituzione diffusa nella cittĂ portuale che agli inizi del Seicento contava ancora una variegata popolazione di poco inferiore alla stessa Agrigento.
In questo pannello la figura di una donna nuda occupa tutta la scena come se fosse lâunica responsabile della fornicazione. Davanti a una tenda da campo la giunonica maliarda offre i suoi servigi a un uomo che, vittima dellâadescamento, vestito di tutto punto, non si è tolto nemmeno gli stivali. La didascalia rimarca la fine della medianita che, da prostituta, paga giustamente con la morte la sua colpevolezza. (FIG. N° 8)

Didascalia: NUM. 25// INGRESSUS ADSCORTUM MENIADITIDEN A PHINEES OCCIDITUR //PRAECEPTUM VI // NON MECHABERIS. Museo Regionale della Ceramica di Caltagirone
La scena della Creazione dellâUniverso, custodita mutila nel Museo delle Ceramiche di Caltagirone, sembra riaffermare la concezione rigorosamente antropocentrica del mondo prima dellâarrivo delle epidemie e il conseguente rifugio nella Provvidenza divina. Alla creazione dellâuomo, sovvertendo lâordine cronologico, è assegnato il ruolo di primo piano. La figura di Eva piccola e dimessa, è appena uscita dalla costola di un prestante Adamo che riposa dopo lâintervento subito. Fanno da corona, le sintetiche vignette del firmamento pieno dâuccelli, del mare con pesci di tutte le taglie e degli alberi da frutta a disposizione degli uomini. (Fig. N° 9)

Se si affronta il problema del pubblico al quale tanta opera era rivolta, la decodificazione delle immagini con le didascalie in latino era affidata soltanto ai visitatori influenti. Agli incapaci di interpretazioni proprie bastavano le belle cornici, non prive dellâhorror vacui, a suscitare, in un mondo povero dâimmagini, lâammirazione delle scene religiose in cui si celavano gli scopi lontani dai loro interessi.
Oltre allâopera collegata alla cultura europea dai traffici commerciali da cui discendono i modelli iconografici adottati e lâuso del latino come lingua universale, Maxarato, si trovava impegnato anche nellâesercizio delle decorazioni vascolari. Nei vasi destinati agli speziali le figure, distinte da singolari copricapi di ricercata foggia, rappresentano una galleria di personaggi appartenenti alla classe privilegiata fedele alla Spagna. (Fig. N° 10) Unâassoluta fedeltĂ allo spirito del secolo e la marcata accondiscendenza alla classe dominante.

Al Bonachia si attribuiscono i residui tozzetti del pavimento della Chiesa di San Domenico di Sciacca allestito prima della creazione dei pannelli della cappella genovese. (Fig. N° 11)

Nei pavimenti che inviava a monasteri e palazzi nobiliari di Palermo e persino alle chiese delle cittĂ piĂš lontane dellâIsola, (FIG. N° 12) libero da obblighi contrattuali, forniva mattoni âdipinti di diverse fantasieâ probabilmente aderenti alla poetica della meraviglia.

Le sue forniture invadevano di fatto le aree che spettavano a Caltagirone che, attardata in stili superati, in quel periodo attraversava una crisi cosĂŹ profonda da convincere diverse maestranze allâemigrazione.
Ma dei mutamenti che nella stagnante situazione avrebbero causato la fine imminente del dominio ligure nel commercio del Mediterraneo, si trovano le tracce di opposti significati nelle opere di un singolare artista attivo a Sciacca dopo la scomparsa del Maxarato nel 1622. Il maestro Filippo Lo Cascio che, spostando lâinteresse creativo sulle condizioni sociali in cui era costretta la Sicilia dal mal governo spagnolo, si curava di raffigurare nei vasi di spezieria, in uno stile sorprendentemente moderno, le nude vittime dei soprusi. Unâinaspettata novitĂ stilistica nella storia della maiolica siciliana che, se non testimonia la fine del âsecolo di ferroâ, coglie gli umori che circolavano nellâaria ancor prima di assumere palese consistenza. Le opere di Filippo Lo Cascio si configurano come un felice accidente parentetico di eccezionale portata nella maiolica del Seicento. (Fig. N° 13)

Le fabbriche di Sciacca, alla fine del secolo, vuote di significati, torneranno infatti alla produzione di maioliche seriali povere di simboliche valenze prima di cedere il passo alle agguerrite fornaci di Burgio coerentemente frequentate dalle figure di tutti i santi del calendario. Albarelli e bocce in cui la luna, nella decadenza dei tempi, continuava ad illuminare i trofei militari. Ricorrenti nostalgie delle antiche italiche glorie come nei ritratti dei dodici cesari che pressoapoco nello stesso periodo adornavano la stanza buia dellâAzzeccagarbugli.
Evidentemente era ancora lontana da venire una diversa visione del mondo, non piĂš dominata dal terrore delle guerre e delle epidemie, che riscoprendo la natura, si manifesterĂ nella maiolica siciliana del Settecento, con puntuale aderenza storica, nei festosi paesaggi dipinti nei pavimenti delle chiese, dei conventi e delle case nobiliari.
Rosario DAIDONEÂ 30 Novembre 2025
NOTE
1) Dellâopera si sono interessati in ordine cronologico A. Scaturro, Giuseppe Maxarato, maolicaro saccense, in Faenza, n° IV, 1956; A. Scaturro, Lâarte figulina saccense, in La Sicilia (quotidiano), Catania, 9 Dicembre 1971; I. Navarra, I figuli di Sciacca negli anni 1435-1522, in âLibera UniversitĂ di Trapaniâ, anno VI, n° 17, Trapani 1987; A. Governale, Sciacca e la sua produzione in maiolica fra i secoli XV e XVII, Altamura 1995; A. Ragona, La produzione rinascimentale delle officine maiolicare saccensi, in âCeramicAnticaâ, anno IX n° 9, Ferrara 1999; R. Daidone, BornĂŹe di Sciacca del XV secolo, in CeramicAntica, anno VIII, n° 8, Ferrara 2000; I. Navarra, La Maiolica Siciliana dal â300 al â600. Ed. Salvatore Estero, Sciacca 2008; G. Tortolani, Riggiòle Pianciti italiani dei secoli XV-XVI; Tip. Valgimigli, Faenza 2022; R. Daidone, La maiolica di Sciacca dalla produzione rinascimentale alla crisi del XVII secolo, in Atti del IV Convegno âLa Ceramica in Sicilia dalla preistoria allâetĂ contemporaneaâ, Catania 2024;
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Maxarato, talvolta arbitrariamente letto come Majarata, potrebbe derivare, dal verbo mascariare, lezione particolarmente appropriata, a indicare nella forma dialettale come âmascariatoâ chi è sporco in viso a causa dellâattivitĂ che svolge.
     Dellâautoritratto di Giuseppe BonachĂŹa che si trovava nel perduto mattone allegato allâopera della cappella genovese resta soltanto una vecchia fotografia pubblicata da G. Russo Perez nel Catalogo ragionato della raccolta Russo Perez di maioliche siciliane di proprietĂ della Regione Siciliana, Palermo 1954
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Degli 8 pannelli rimasti (lo studioso Russo Perez alcuni anni prima del 1954 ne aveva individuato 9). I 5 completi si trovano nellâIstituto dâArte di Sciacca. Il pannello della fornicazione restaurato e quello incompleto con la Creazione dellâUniverso sono custoditi nel Museo Regionale della Ceramicadi Caltagirone. Ogni pannello di forma quadrata misura cm. 126 X cm. 126 ed è costituito da 49 mattonelle di 17,5 cm. di lato. Il pannello dellâalabardiere (cm. 70 X cm. 122) è composto da 28 mattonelle quadrate di cm. 17,5 di lato. Questâopera è passata con altri reperti al Museo Tommaso Fazello di Sciacca di recente istituzione. Eâ motivo di conforto sapere che i pannelli che si trovano nellâIstituto dâArte sono stati recentemente reclamati dal sindaco della cittĂ preoccupato della loro integritĂ e deciso a destinarli ad una piĂš agevole fruizione.
