Un caso di antisemitismo e terrore islamico: la maiolica siciliana del XVII secolo.

di Rosario DAIDONE

Non esiste studioso di maiolica siciliana (1) che non abbia rivolto l’attenzione al rivestimento parietale che si trovava nel Convento di San Francesco di Sciacca firmato M.(astru) Ioseppi Maxarato (2), appellativo con cui era noto tra le maestranze dell’arte figulina l’autore, Giuseppe Bonachìa nato il 20 luglio del 1562 da una famiglia di ceramisti attivi dalla seconda metà del ‘500 nella città agrigentina. (Fig. N° 1)

Fig. N° 1 Foto della perduta targa di maiolica con autoritratto firmato col nomignolo di Maxarato da Giuseppe BonachÏa pubblicata da Guido Russo Perez nel Catalogo Ragionato della maiolica Siciliana Palermo 1954

Un’opera monumentale voluta dai mercanti genovesi per illustrare nella cappella di loro pertinenza i Comandamenti e alcuni tra i più noti episodi biblici. Più di due migliaia di mattoni dipinti, che componevano le elaborate cornici e le scene di 15 pannelli costati alla Nazione ligure 26 once d’oro sonante. Essi furono puntualmente consegnati da Bonachìa il 15 settembre del 1601 al console della Nazione ligure rimasto soddisfatto, con gli apprezzamenti degli esperti, dei risultati raggiunti dall’artista che si era talmente affaticato da decidere, gravemente ammalato, di fare testamento.

Mutati i tempi e gli orientamenti del gusto, ritenuta di poco valore in un territorio particolarmente ricco di millenarie testimonianze, l’opera, ammirata dagli antichi padri, finì purtroppo distrutta nel 1952 con la demolizione del vecchio edificio.

Ma poichÊ Il rammarico dei monumenti perduti, per gli insulti del tempo o piÚ spesso per ignoranza, può talvolta trovare conforto e stimoli culturali nello studio di quel che casualmente rimane, le otto illustrazioni fortunatamente sfuggite alla rovina (3) offrono ancora la possibilità di individuare alcuni particolari aspetti culturali che si manifestano in Sicilia nel periodo di transizione dal Rinascimento al XVII secolo.

Nella classificazione storica del Ballardini lo stile dell’opera dovrebbe appartenere alla terza fase dell’”istoriato” che l’insigne studioso, fondatore del Museo Internazionale delle Ceramiche di Faenza, fa tuttavia terminare negli anni ottanta del XVI secolo. A prescindere dal ritardo cronologico, a questa analisi interessa cercare le pulsioni che l’opera restituisce nelle sue caratteristiche di tono popolare che generalmente distinguono la maiolica siciliana, diversa dall’aristocratico classicismo delle fabbriche italiane più celebrate.

Ignorando l’ordine della disposizione delle scene che si snodavano sulle pareti della cappella dedicata a San Giorgio, il tentativo di una nuova indagine può iniziare anche dall’illustrazione dell’ottavo Comandamento ispirata da un’incisione olandese di Teodoro Galle (Anversa 1571- 1633). Le modifiche operate nel modello, in cui è provata l’innocenza di Susanna falsamente accusata d’adulterio, consentivano al Maxarato di aggiungere, come antefatto, le figure dei vecchi maniaci detrattori che stranamente indossano un turbante ottomano. (Fig. N° 2)

Fig. N° 2 Pannello della Falsa testimonianza e incisione di Teodoro Galle (Anversa 1571- 1633) après Marteen De Vos, (Anversa 1532 -1603) Storie del Nuovo e Antico Testamento.
Didascalia: DANIELIS 13 // SENES LAPIDANTUR OB FALSUM IN SUSANNA TESTIMONIUM + PRAECEPTUM VIII NON LOQUERIS CONTRA PROXIMUM TUUM FALSUM TESTIMONIUM. Istituto d’Arte di Sciacca.

Nella pagina dedicata alla parabola di Epulone, il pittore, affascinato dall’attenzione al particolare delle opere fiamminghe, nulla si lascia sfuggire nell’intento di esaltare le ricercatezze del banchettatore per antonomasia che, nonostante sia un personaggio appartenuto alla storia romana, elegante nel vestire per quanto fosse possibile immaginare, è costretto dall’autore a indossare il turbante saraceno a causa della sua impoenitentia per mancanza di pentimento finale. (Fig. N° 3)

Fig. N 3 Pannello che rievoca la parabola del Ricco Epulone e del povero Lazzaro dal Vangelo di Luca. Didascalia: DIVES EPULO INDUTUS PURPURA E BISSO EPULABATUR QUOTIDIE SPLENDIDE QUI NEGANS LAZARO MENDICO MICAS QUAE SUB MENSA CADEBAN[T] MORTUUS EST IMPOENITENS ET SEPULTUS ININFERNO. Istituto d’Arte di Sciacca

Nella Bibbia il giovane Cam, deridendo il padre ubriaco trovato nudo all’interno di una tenda, chiama i fratelli a coprirne le vergogne. Nell’apparato iconografico, Bonachìa, incurante della contraddizione dettata dal pudore, ritrae Noè vestito di tutto punto e, attraverso il turbante che gli è rimasto sulla testa, lo arruola tra gli ebrei degni di disprezzo. Padre snaturato che, al risveglio fu capace di maledire il figlio per un torto subito, non considerando che il fanciullo si era preoccupato di ricoprirne l’indecenza ubbidendo di fatto al V Comandamento che impone ai figli di onorare i genitori. (Fig. N° 4)

Fig. N° 4 Illustrazione del IV comandamento, Onora il padre e la madre, attraverso l’ebbrezza di Noè. Didascalia CHAM PATRIS NOE NOVITATEM (per nuditatem) IRRIDENS MALEDICITUR // HONORA PATREM TUUM ET MATREM TUAM UT SIS LONGEVUUS (per longevous) SUPER TERRAM// GENESI, 9 // PRAECEPTUM IIII. Istituto d’Arte di Sciacca

Le immagini di un altro pannello, liberamente ispirate da un’incisione dell’olandese Adriaen Collaert (Anversa 1560-1618), illustrano il V Comandamento, “Non Uccidere”, attraverso il paradosso di un omicidio eseguito da un sicario per conto di mandante. Anche in questa scena il marchio distintivo si trova, con maggiore coerenza, sul capo del colpevole Amasia percosso all’interno di un’immaginaria sinagoga prima di ricevere la morte.  (Fig. N° 5)

Fig. N° 5 Pannello con illustrazione del V Comandamento, Non uccidere, e incisione di Adriaen Collaert (Anversa 1560- 1618) après Maarten De Vos (Anversa 1532 -1603) Storie del Nuovo e Antico Testamento.
Didascalia: + IOAB 25 AMASIAM DOLO OCCIDIT ET IUBETUR A SALOMONE INTERFICI// PRAECEPTUM V NON OCCIDES. Istituto d’Arte di Sciacca.

Se può sembrare singolare affidarsi a un particolare sfuggito all’attenzione dei critici per arrivare a un rilevante significato allegorico, il turbante, accessorio estraneo all’abbigliamento degli ebrei, appare volutamente adottato dall’autore come pretestuosa connotazione fortemente negativa che lascia pensare ad un atteggiamento antisemitico sottilmente associato all’odio per i saraceni. Un esercizio di contaminazione che piegava all’allegoria le incisioni tratte dalle Storie dell’Antico e Nuovo Testamento di Marten De Vos (Anversa 1532 – 1603) arrivate fresche di stampa a Sciacca insieme ai tessuti con le navi che ritornavano alle Fiandre cariche del grano siciliano.

La tesi allegorica proposta, che potrebbe apparire singolare e incontrare scarse condivisioni, sembra acquistare credito dalla rappresentazione del Sacrificio d’Isacco in cui Abramo, esemplare campione dell’ubbidienza a Dio, indossando il discriminante copricapo, diventa un’emblematica figura negativa per l’adesione all’omicidio rituale di cui gli ebrei venivano insistentemente accusati sin dal medioevo. (Fig. N° 6)

Fig. N° 6 Pannello con illustrazione del Sacrificio d’Isacco,
Didascalia: FIDE// ABRAHM// OBTULIT// UNIGENITUM// ESAAC. Istituto d’Arte di Sciacca.

L’assimilazione dei personaggi della Bibbia ai musulmani, potrebbe rispecchiare la mentalità del periodo che considerava come due perniciose facce della stessa medaglia la recrudescenza delle incursioni e le presunte cospirazioni ebraiche propagandate dalla Chiesa cattolica.

Pur essendo scontato l’intervento di un prelato nei suggerimenti delle fonti bibliche corredate dalle legende in latino estratte dai Catechismi pubblicati dal gesuita olandese Pietro Canisio (Nimenga 1521- 1597) fortunato partecipante del Concilio di Trento, l’opera rimane estranea allo spirito della Controriforma tanto più che nei primi anni del XVII secolo la Chiesa, riaffermando la sua posizione antiebraica anche attraverso i “Libriccioli che trattavano contro Judei”, sembra fosse maggiormente preoccupata dalle frequenti incursioni ottomane che dai problemi suscitati da Lutero.

Chiara appare invece la volontĂ  della Nazione ligure di associare al suo potere economico il prestigio didattico in una cittĂ  affollata da marinai e trafficanti di varia provenienza in cui occorreva rinsaldare i principi morali nella corruzione dei costumi.

Fig. N° 7 Pannello del Fante con Alabarda facente parte del complesso iconografico della Cappella dei genovesi. Sciacca, Museo Fazzello

Accanto alla missione educativa con la quale i mercanti genovesi pensavano di consolidare la loro egemonia negli anni in cui si avvertiva l’imminenza della crisi commerciale, non è da trascurare il ruolo del fante con spada e alabarda dipinto nel pannello allegato alle scene bibliche adeguatamente poste ai piedi del San Giorgio che uccide il drago. Improbabile ritratto di nessuno di quelli tentati nel passato, il soldato potrebbe restare figura estranea al contesto religioso, se nel linguaggio della teatralitĂ , della scenografia e dell’enfasi del Seicento, non assumesse la funzione ideale di sentinella opposta alle minacce, reali o presunte, che potevano sovvertire gli assetti esistenti. (Fig. N° 7)

Altri aspetti non meno intriganti si possono cogliere dall’illustrazione del VI Comandamento. Una particolare visione del fenomeno della prostituzione diffusa nella città portuale che agli inizi del Seicento contava ancora una variegata popolazione di poco inferiore alla stessa Agrigento.

In questo pannello la figura di una donna nuda occupa tutta la scena come se fosse l’unica responsabile della fornicazione. Davanti a una tenda da campo la giunonica maliarda offre i suoi servigi a un uomo che, vittima dell’adescamento, vestito di tutto punto, non si è tolto nemmeno gli stivali. La didascalia rimarca la fine della medianita che, da prostituta, paga giustamente con la morte la sua colpevolezza. (FIG. N° 8)

Fig. N° 8 illustrazione del VI Comandamento (Non fornicare)
Didascalia: NUM. 25// INGRESSUS ADSCORTUM MENIADITIDEN A PHINEES OCCIDITUR //PRAECEPTUM VI // NON MECHABERIS. Museo Regionale della Ceramica di Caltagirone

La scena della Creazione dell’Universo, custodita mutila nel Museo delle Ceramiche di Caltagirone, sembra riaffermare la concezione rigorosamente antropocentrica del mondo prima dell’arrivo delle epidemie e il conseguente rifugio nella Provvidenza divina. Alla creazione dell’uomo, sovvertendo l’ordine cronologico, è assegnato il ruolo di primo piano. La figura di Eva piccola e dimessa, è appena uscita dalla costola di un prestante Adamo che riposa dopo l’intervento subito. Fanno da corona, le sintetiche vignette del firmamento pieno d’uccelli, del mare con pesci di tutte le taglie e degli alberi da frutta a disposizione degli uomini. (Fig. N° 9)

Fig. N° 9 Parte residua del pannello che illustra la Creazione dell’Universo col titolo di “Credo”. La parte della legenda rimasta, con qualche errore di trascrizione, è tratta da un’edizione dei “catechismi” di Pietro Canisio (Nimenga 1521- 1597) + CREDO IN DEUS (per deum) PATRIM (per patrem) OMNIPOTEM CREATOR…// PRIMUM IN DEITATE PERSONAM PATREM CELESTEM QUI EX…. Museo Regionale della Ceramica di Caltagirone

Se si affronta il problema del pubblico al quale tanta opera era rivolta, la decodificazione delle immagini con le didascalie in latino era affidata soltanto ai visitatori influenti. Agli incapaci di interpretazioni proprie bastavano le belle cornici, non prive dell’horror vacui, a suscitare, in un mondo povero d’immagini, l’ammirazione delle scene religiose in cui si celavano gli scopi lontani dai loro interessi.

Oltre all’opera collegata alla cultura europea dai traffici commerciali da cui discendono i modelli iconografici adottati e l’uso del latino come lingua universale, Maxarato, si trovava impegnato anche nell’esercizio delle decorazioni vascolari. Nei vasi destinati agli speziali le figure, distinte da singolari copricapi di ricercata foggia, rappresentano una galleria di personaggi appartenenti alla classe privilegiata fedele alla Spagna. (Fig. N° 10) Un’assoluta fedeltà allo spirito del secolo e la marcata accondiscendenza alla classe dominante.

Fig. N° 10 Giuseppe BonachÏa, Albarelli con profili di personaggi resi alla stessa maniera di quelli dipinti nelle mattonelle di San Domenico. Primo quarto del XVII secolo. Coll. Privata

Al Bonachia si attribuiscono i residui tozzetti del pavimento della Chiesa di San Domenico di Sciacca allestito prima della creazione dei pannelli della cappella genovese. (Fig. N° 11)

Fig. N° 11 Giuseppe BonachÏa, Mattonelle residue della Chiesa di San Domenico di Sciacca con figure arcaiche, Ultimo quarto del XVI secolo.

Nei pavimenti che inviava a monasteri e palazzi nobiliari di Palermo e persino alle chiese delle città più lontane dell’Isola, (FIG. N° 12) libero da obblighi contrattuali, forniva mattoni “dipinti di diverse fantasie” probabilmente aderenti alla poetica della meraviglia.

FIG. N° 12 Nave da trasporto presa a nolo battente bandiera genovese.

Le sue forniture invadevano di fatto le aree che spettavano a Caltagirone che, attardata in stili superati, in quel periodo attraversava una crisi così profonda da convincere diverse maestranze all’emigrazione.

Ma dei mutamenti che nella stagnante situazione avrebbero causato la fine imminente del dominio ligure nel commercio del Mediterraneo, si trovano le tracce di opposti significati nelle opere di un singolare artista attivo a Sciacca dopo la scomparsa del Maxarato nel 1622. Il maestro Filippo Lo Cascio che, spostando l’interesse creativo sulle condizioni sociali in cui era costretta la Sicilia dal mal governo spagnolo, si curava di raffigurare nei vasi di spezieria, in uno stile sorprendentemente moderno, le nude vittime dei soprusi. Un’inaspettata novità stilistica nella storia della maiolica siciliana che, se non testimonia la fine del “secolo di ferro”, coglie gli umori che circolavano nell’aria ancor prima di assumere palese consistenza. Le opere di Filippo Lo Cascio si configurano come un felice accidente parentetico di eccezionale portata nella maiolica del Seicento. (Fig. N° 13)

Fig. N° 13 Filippo Lo Cascio, Albarelli di spezieria con personaggi disegnati in stile “moderno”. Madonna del Parto col ventre scoperto, figura di stile “moderno”, Caruso delle miniere di zolfo. 1630 ca. Coll. privata

Le fabbriche di Sciacca, alla fine del secolo, vuote di significati, torneranno infatti alla produzione di maioliche seriali povere di simboliche valenze prima di cedere il passo alle agguerrite fornaci di Burgio coerentemente frequentate dalle figure di tutti i santi del calendario. Albarelli e bocce in cui la luna, nella decadenza dei tempi, continuava ad illuminare i trofei militari. Ricorrenti nostalgie delle antiche italiche glorie come nei ritratti dei dodici cesari che pressoapoco nello stesso periodo adornavano la stanza buia dell’Azzeccagarbugli.

Evidentemente era ancora lontana da venire una diversa visione del mondo, non piĂš dominata dal terrore delle guerre e delle epidemie, che riscoprendo la natura, si manifesterĂ  nella maiolica siciliana del Settecento, con puntuale aderenza storica, nei festosi paesaggi dipinti nei pavimenti delle chiese, dei conventi e delle case nobiliari.

Rosario DAIDONE  30 Novembre 2025

NOTE

1) Dell’opera si sono interessati in ordine cronologico A. Scaturro, Giuseppe Maxarato, maolicaro saccense, in Faenza, n° IV, 1956; A. Scaturro, L’arte figulina saccense, in La Sicilia (quotidiano), Catania, 9 Dicembre 1971; I. Navarra, I figuli di Sciacca negli anni 1435-1522, in “Libera Università di Trapani”, anno VI, n° 17, Trapani 1987; A. Governale, Sciacca e la sua produzione in maiolica fra i secoli XV e XVII, Altamura 1995; A. Ragona, La produzione rinascimentale delle officine maiolicare saccensi, in “CeramicAntica”, anno IX n° 9, Ferrara 1999; R. Daidone, Bornìe di Sciacca del XV secolo, in CeramicAntica, anno VIII, n° 8, Ferrara 2000; I. Navarra, La Maiolica Siciliana dal ‘300 al ‘600. Ed. Salvatore Estero, Sciacca 2008; G. Tortolani, Riggiòle Pianciti italiani dei secoli XV-XVI; Tip. Valgimigli, Faenza 2022; R. Daidone, La maiolica di Sciacca dalla produzione rinascimentale alla crisi del XVII secolo, in Atti del IV Convegno “La Ceramica in Sicilia dalla preistoria all’età contemporanea”, Catania 2024;
  • Maxarato, talvolta arbitrariamente letto come Majarata, potrebbe derivare, dal verbo mascariare, lezione particolarmente appropriata, a indicare nella forma dialettale come “mascariato” chi è sporco in viso a causa dell’attivitĂ  che svolge.
      Dell’autoritratto di Giuseppe Bonachìa che si trovava nel perduto mattone allegato all’opera della cappella genovese resta soltanto una vecchia fotografia pubblicata da G. Russo Perez nel Catalogo ragionato della raccolta Russo Perez di maioliche siciliane di proprietà della Regione Siciliana, Palermo 1954
  • Degli 8 pannelli rimasti (lo studioso Russo Perez alcuni anni prima del 1954 ne aveva individuato 9). I 5 completi si trovano nell’Istituto d’Arte di Sciacca. Il pannello della fornicazione restaurato e quello incompleto con la Creazione dell’Universo sono custoditi nel Museo Regionale della Ceramicadi Caltagirone. Ogni pannello di forma quadrata misura cm. 126 X cm. 126 ed è costituito da 49 mattonelle di 17,5 cm. di lato. Il pannello dell’alabardiere (cm. 70 X cm. 122) è composto da 28 mattonelle quadrate di cm. 17,5 di lato. Quest’opera è passata con altri reperti al Museo Tommaso Fazello di Sciacca di recente istituzione. E’ motivo di conforto sapere che i pannelli che si trovano nell’Istituto d’Arte sono stati recentemente reclamati dal sindaco della cittĂ  preoccupato della loro integritĂ  e deciso a destinarli ad una piĂš agevole fruizione.