Un altro Giordano Bruno a Campo di Fiori ? E’ urgente un doveroso riconoscimento all’eroica dimenticata figura di Giordano Bruno Ferrari (1887 – 1944) massone, artista, partigiano, fucilato a Forte Bravetta.

di Maurizio BERRI

UN ALTRO GIORDANO BRUNO  MERITEREBBE UNA STATUA IN CAMPO DEI FIORI, ACCANTO AL LIBERO PENSATORE DI NOLA.

La storia a volte fa strani scherzi; dimentica figure eroiche che dovrebbero essere ricordate in perpetuo.

Giordano Bruno Ferrari (Roma, 1887, – 1944)

Oggi vorrei sollevare la vergognosa cappa di silenzio che da troppi anni ha ricoperto la figura di un artista e patriota che risponde al nome di Giordano Bruno Ferrari. Era anche lui uno del Gruppo dei  XXV della Campagna Romana, figlio del grande scultore Ettore Ferrari, diventato Gran Capo della Massoneria, che aveva riempito le città italiane (e non solo) con statue dedicate ai grandi personaggi del Risorgimento e ai martiri della Libertà. Con grande piacere dunque nel 1887 accettò l’incarico di innalzare, in piazza Campo dei Fiori, un monumento alla memoria di Giordano Bruno e tanto fu il coinvolgimento in quest’impresa, che decise di imporre al figlio appena nato il nome della statua che stava scolpendo. Mai però avrebbe immaginato che suo figlio, fedele al nome portato, seguisse l’esempio del libero pensatore di Nola, riaffermando – fino all’estremo sacrificio – i valori di libertà e fratellanza davanti ad un tribunale nazista.

Ma chi era Giordano Bruno Ferrari? Come detto era il figlio del grande scultore e fin da piccolo manifestò una predisposizione per l’arte, favorita dal padre che gli insegnò i primi rudimenti del disegno.

Ma il suo vero maestro fu Onorato Carlandi, che gli insegnò tutti i segreti della pittura. L’allievo mostrò ben presto una tale padronanza nell’uso dei colori, che il suo maestro fu felice di farlo entrare nel “Gruppo dei XXV”. Come d’uso gli affibbiarono un soprannome, “Capretto”, forse per la sua rada barbetta, ma che in realtà assunse, come vedremo più tardi, un significato profetico. Conobbe Pelizza da Volpedo, quando quest’ultimo passò da Roma, ammirando gli effetti di luce che il pittore piemontese riusciva a trarre dal colore diviso. Sono di questo periodo le sue opere giovanili migliori; calde, soffuse di un delicato lirismo e piene di quel vibrante cromatismo che soltanto l’uso virtuoso dei pastelli sa rendere.

Monte Soratte dal Tevere

Allo scoppio della Prima Guerra Mondiale va subito ad arruolarsi come volontario, in quello stesso 13^ Reggimento Artiglieria da Campagna ove aveva antecedente assolto gli obblighi di leva. In particolare si distingue nella battaglia di Gorizia, combattuta il 9 agosto 1916,meritando un Encomio solenne. Ma non è solo in quella occasione che Giordano Bruno si mostrò un valoroso, poiché in seguito ottenne sul campo, per meriti di guerra, la promozione a caporale.

Tevere a Prima Porta

A fine guerra, tornato a casa, riprese la consuetudine delle uscite domenicali con lo scanzonato Gruppo dei XXV per dipingere gli scorci più belli della campagna romana e nel 1922 prese parte, assieme agli altri sodali, alla prima Mostra del Gruppo organizzato dalla Società degli Amatori e Cultori delle Belle arti.

Villa Balestra

Nonostante la tiepidezza della critica, la manifestazione si risolse in un trionfo clamoroso, che ovviamente coinvolse anche Bruno Ferrari che presentò cinque opere:  “Tor Fiscale”, “Vele nel blue”, “Ponticello”, “Anzio”, e “Le Sfumate”.

Vele nel blu

Ma i tempi cambiavano. Giordano Bruno si tenne alla larga dalle mostre del nuovo regime. Il fascismo aveva pesantemente perseguitato suo padre, in quanto capo della massoneria, e l’impronta fascista assunta dal paese aveva causato in lui una profonda riprovazione.

All’indomani dell’8 settembre 1943, non sopportando di rimanere inerte davanti agli orrori così gravi, entrò nella Resistenza Romana, facendo nel suo studio di via Margutta un centro di ritrovo e collegamento.

Ben presto, assieme al cugino Giuseppe Vassalli, Capitano d’Artiglieria, passò al Fronte clandestino Militare di Resistenza sotto il comando del Col. Montezemolo (che morirà alle Fosse Ardeatine) . Qui sprezzante del pericolo cui si esponeva, profuse ogni attività ed energia fisica per la causa della liberazione.

Dopo cinque mesi di frenetica e pericolosa attività, il 13 marzo venne catturato dal controspionaggio tedesco nella latteria Taddei di via del Babuino e, assieme al cugino e ad altri compagni, furono tutti avviati al carcere di Regina Coeli. Le cronache ci dicono che resistette impavido alle crudeli sevizie, rifiutandosi di fornire la benché minima indicazione sull’attività svolta e sul nome dei capi.

Portato di fronte al Tribunale di Guerra, costituito da militari  nazisti in veste di giudici, ascoltò  con fermezza la condanna a morte e, guardando in faccia i suoi carnefici, esclamò: “Fra poco toccherà a voi stare al posto mio”.

Da questo momento riporto il racconto del giovane cappellano militare di Regina Coeli, a nome Mario, mandato il 24 maggio 1944, alle prime ore del mattino, a dare assistenza spirituale ai cinque condannati a morte:

“Alle 8,30, avendoli quasi tutti avvicinati durante la loro permanenza nel carcere, vengo accolto come un amico, specialmente dal capitano Vassalli il quale, indicandomi i suoi compagni di supplizio, mi disse: – Padre io ho l’onore di essere il loro capo. – A uno ad uno si confessarono e si comunicarono con sentimenti di mirabile pietĂ . L’unico assente era Giordano Bruno Ferrari. Vassalli mi raccomandò di cercare di convincerlo”.

Quando il cappellano comunica a Giordano Bruno la sua intenzione di offrirgli l’estrema assistenza spirituale, il pittore rifiutò con molto garbo.

“Vede padre – disse –  io ho il massimo rispetto dei suoi ideali, ma anche io ho i miei. Come sa, sono figlio di Ettore Ferrari, Gran Maestro della Massoneria, e quindi, a mia volta, sono massone, ateo e repubblicano; me ne ricordo specialmente in questo momento e, con tali sentimenti ereditati dalla mia famiglia intendo morire”.

Colpito da queste parole, il giovane sacerdote disse: “Posso almeno benedirla?” “Certamente” rispose Giordano Bruno. Un lungo abbraccio concluse quel nobile dialogo.

Ma ritorniamo al racconto del Cappellano.

“Il Ferrari mi volle sempre accanto durante il tragitto verso Forte Bravetta. Un colpo di vento alzò improvvisamente il pesante telone che avvolgeva l’autocarro. Il pittore vide un campo di papaveri, lo fissò e mi disse:  ”Stavo proprio dipingendo nello studio un campo di  papaveri, ormai non lo finirò più (il quadro esiste ancora ed è di proprietà degli eredi). Anche l’arte, la mia arte mi ha voluto dare il suo addio” e con la mano salutò quei poveri fiori di campo.”

Ma ci sono altre due incredibili coincidenze che Giordano Bruno tenne per se. La prima è che il 24 maggio di quaranta anni prima si fondava il “Gruppo dei XXV della Campagna Romana”, che tanta importanza avrebbe avuto nella sua pittura; la seconda era  che i suoi scanzonati sodali gli avevano dato un curioso soprannome, il “Capretto”. Ora, come tutti sapete, gli antichi Romani, quando volevano scongiurare l’ira degli dei, offrivano agli stessi un giovane capretto, che da allora divenne il “Capro espiatorio. Ora, dopo tanto tempo gli diventava finalmente chiaro il significato profondo di quello strano soprannome…”.

I cinque prigionieri vennero scaricati nel piazzale interno del Forte Bravetta,  davanti al plotone d’esecuzione, formato da camice nere fasciste.

“Su quei volti non ho scorto una lacrima, ma un senso di fierezza – dice il cappellano –. Non esitano a dichiarare, prima al direttore delle carceri, poi agli ufficiali della P.A.I. e al comandante del plotone, che non sentono alcun rincrescimento di morire, perchĂ© muoiono per la piĂą bella causa che è quella della liberazione della Patria”.
Scesi dal carro e tolte loro le manette, vengono legati alle cinque sedie, con la schiena volta al plotone di esecuzione. Tutti protestano, specialmente il  Vassalli nella sua veste di Ufficiale, e chiedono l’onore di essere fucilati al petto e di comandare il fuoco. Anche quest’ultimo desiderio non viene accolto.”

Così finisce il diario di questo giovane cappellano che risponde per intero al nome di Mario Nasalli Rocca e che, venticinque anni dopo sarebbe stato nominato Cardinale da papa Paolo VI. Ma il ricordo di quel giorno sarebbe rimasto impresso, in modo indelebile, nella sua mente. Così nel 1966 pubblicò il libro “Accanto ai condannati a morte”, dove campeggiava la figura che più l’aveva colpito: il pittore massone Giordano Bruno Ferrari.

Un’ultima beffa. Solo dieci giorni dopo dalla storia qui narrata, (4 giugno 1944) gli americani entravano a Roma accolti dalla popolazione festante. I nostri cinque amici furono gli ultimi fucilati del Forte Bravetta.

Nel 1946 l’ultimo Re d’Italia, Umberto di Savoia, luogotenente di un regno che stava ormai per scomparire, conferiva al liberale anti-monarchico, Giordano Bruno Ferrari, la Medaglia d’Oro al valor Militare con la seguente motivazione:

”Animato da purissimi sentimenti di italianità, intellettuale di alto livello, gentiluomo ligio alle leggi dell’onestà e dell’onore, durante i primi cinque mesi dell’occupazione tedesca in Roma, svolgeva intensa, ininterrotta e preziosa attività informativa, sfidando serenamente e quotidianamente la morte. Tratto in arresto sotto l’accusa di spionaggio a favore del nemico, sopportava interrogatori e atroci torture, serbando il più assoluto silenzio circa i capi e l’organizzazione  di cui faceva parte e manifestava tutto il suo disprezzo per i carnefici nazi-fascisti.
Condannato a morte, attendeva serenamente la fine, sostenendo spiritualmente i compagni di cella e, rifiutando qualsiasi assistenza, si apprestava al luogo dell’esecuzione con storica fermezza e rivolgeva l’ultimo pensiero all’Italia, nella certezza che sarebbe risorta libera e pura”.

Per uno scherzo del destino gli unici a ricordarsi, con affetto e ammirazione, di Giordano Bruno Ferrari, repubblicano ed ateo, sono stati un re ed un cardinale. Dico gli unici, perché dopo l’avvento della Repubblica, da lui tanto amata, nessuno (tranne gli amici massoni) lo ha più ricordato. Neanche nelle annuali celebrazioni della Liberazione di Roma da parte degli Americani si è sentita la voce di un qualunque politico, nero o rosso che fosse, a rammentare  la sua figura, nobile e bella.

Per questo motivo concludo il mio articolo con un suggerimento a tutti voi che mi leggete.

Quando vi capita di passare nei pressi di piazza di Spagna fate un deviazione per via Margutta e percorretela sino in fondo al numero civico 97, dove Giordano Bruno aveva il suo studio. Sul muro, dentro una nicchia del primo piano, c’è un busto del pittore scolpito da un suo amico, Felce.

Se siete cattolici fermatevi un attimo per formulare una breve preghiera, lo so Giordano era ateo, ma il buon Dio chiuderà un occhio per questa persona retta. Se non siete cattolici basterà un semplice pensiero perché, come dicevano gli antichi Romani, nessuno muore mai del tutto finché sulla terra c’è qualcuno che lo ricordi. E credetemi, Giordano Bruno Ferrari merita di non essere dimenticato.

Maurizio BERRI R oma  12 Aprile 2026