Tra Archeologia e tecnologia, le foto giganti e le mani pensanti di Anna Franceschini (Tivoli, fino al 16 Novembre)

di Luca CALENNE

Nel Santuario di Ercole vincitore di Tivoli una mostra che unisce archeologia e tecnologia

Nel grandioso scenario del Santuario di Ercole vincitore di Tivoli fino al 16 novembre è possibile visitare la mostra Venere & Marte di Anna Franceschini [fig. 1], artista poliedrica che spazia dal video alla performance, dalla scultura cinetica alla fotografia, come in occasione di questo progetto, con il quale ha vinto il concorso Strategia Fotografia 2024, promosso dalla Direzione Generale Creatività contemporanea del Ministero della Cultura.

Fig. 1. Locandina della mostra di Anna Franceschini

Questo riconoscimento si aggiunge ai numerosi altri che l’artista ha già ricevuto in Italia e all’estero.

Si tratta di dodici grandi fotografie analogiche (circa 50×70 centimetri), realizzate all’interno dei locali del santuario per mezzo dell’eccezionale Giant Polaroid 20×24 [fig. 2], la piĂą grande macchina fotografica istantanea del mondo, che dal 1978 la Fondazione Polaroid ha messo a disposizione a un folto ma selezionato gruppo di artisti, del calibro di Robert Rauschenberg, Andy Warhol e Mario Schifano.

Fig. 2. Modello di Giant Polaroid fotografata da una Giant Polaroid sul set di Baarìa di Giuseppe Tornatore, Tunisi 2009 (copyright Photomovie – Milano)

Con questo singolare apparecchio Franceschini ha ripreso dodici installazioni da lei create ad hoc, mescolando reperti provenienti dai depositi del museo del Santuario con altri elementi a lei cari, come parti di manichini, griglie metalliche, parrucche sintetiche e spazzolini per caminetti [fig. 3].

Fig. 3. Foto della mostra di Anna Franceschini nella Sala dei Niobidi

Le foto, ora esposte come quadri alle pareti della sala dei Niobidi [fig. 4], alla fine della mostra entreranno a fare parte in maniera permanente del DEPOT-Deposito di Arte Contemporanea del Santuario.

Fig. 4. Sala dei Niobidi del Museo del Santuario di Ercole Vincitore, Tivoli

Nell’era dell’homo photograficus digitalis, nella quale si scattano milioni di foto al secondo – tutte potenzialmente riproducibili e modificabili da tutti – realizzare dodici scatti unici con un apparecchio analogico così ingombrante è senza dubbio un gesto controcorrente, capace di ridonare alla tecnica fotografica la verginità perduta, o se vogliamo quel carattere eroico che emanano le lastre al collodio dei primi fotografi di frontiera. In effetti, allo scadere del primo lustro del XXI secolo, produrre un’immagine irreversibile per mezzo di una macchina non è tanto un’operazione dal fascino retrò (che comunque fa parte della filosofia Polaroid) quanto una sorta di rito che può restituire alle stampe prodotte l’«aura» di benjaminiana memoria che hanno perso tutte le altre illustrazioni fotografiche prodotte per il consumo e per lo scambio; in questo senso, utilizzare oggi la Giant Polaroid va ben oltre gli originali propositi di Edwin Land, che la realizzò soprattutto per nobilitare la fotografia istantanea, inizialmente bollata come una trovata commerciale. Anche le sbavature avvenute durante il fissaggio dell’immagine sono lasciate in bella vista sui bordi delle immagini create dalla Franceschini, quale ulteriore garanzia della loro unicità, con sovrana indifferenza per la laccata perfezione delle foto e dei video che inondano quotidianamente megaschermi ultrapiatti e telefonini.

Protagonisti assoluti di queste immagini non sono però gli uomini ma gli oggetti, promossi al ruolo di attori muti, con i quali lo spettatore è chiamato ad entrare in empatia, intuendo la loro potenza simbolica, come accade in altri lavori dell’artista milanese: ricordo ad esempio la geniale installazione All Those Stuffed Shirts presentata due anni fa alla Triennale di Milano, in cui sette stiratrici automatiche ad aria gonfiavano a turno il proprio manichino umanoide, eseguendo una precisa coreografia, oppure – andando ancora più indietro nel tempo – il video documentario Polistirene del 2007, dedicato alla fabbricazione dei manichini.

Fig. 5. Copertina di Puppen Körper Automaten. Phantamen der Moderne, Octagon, Düsseldorf 1999

Questi ultimi hanno certamente un posto centrale nell’immaginario di Franceschini, alla pari degli automi, con cui condividono lo status ibrido di «fantasmi della modernità», come hanno scritto Pia Müller-Tamm e Katharina Sykora [fig. 5]. Il connubio di questi oggetti moderni con la statuaria antica è meno azzardato di quanto possa sembrare. Infatti, la statua antica e il manichino da vetrina sono parimenti simulacri dell’uomo, in grado di convertire la sua organica caducità in stile, tanto che gli uomini e le donne «cercano di modellarsi» su essi (Bontempelli dixit). Per analogia, quindi, le loro singole parti possono essere considerate surrogati del corpo umano, sufficienti per evocarlo, come in Appesa agli anni Ottanta, dove due avambracci in plastica nera fissati a una grata e una frangetta sintetica dello stesso colore bastano a riattivare il ricordo della figura della principessa etiope Andromeda incatenata, oppure quella di una ragazza in discoteca, a scelta [fig. 6].

Fig. 6. ANNA FRANCESCHINI, Appesa agli anni Ottanta

Le statue del tragico gruppo dei Niobidi ritrovato a Ciampino, esposto abitualmente al centro della sala, entrano in dialogo con le immagini di Franceschini appese alle pareti, secondo calcolate corrispondenze, come nel caso della mano erosa dal tempo poggiata sulla spalla di una niobide, che trova la sua smagliante ipostasi nelle due mani di vetroresina incluse nella foto dal titolo Gesti eloquenti [fig. 7].

Fig. 7. ANNA FRANCESCHINI, Gesti eloquenti
Fig. 8. ANNA FRANCESCHINI, Testina di Alessandro Magno con carezza color pesca

Ugualmente riuscito è l’incontro visivo tra la testa frammentaria di niobide posta all’ingresso della sala e la Testina di Alessandro Magno con carezza color pesca [fig. 8]. A dispetto del titolo rassicurante, la mano che incombe sulla testa di marmo ricorda gli inquietanti fotomontaggi (Collagen) del surrealista tedesco Franz Roh [fig.  9],

Fig. 9. FRANZ ROH, Kamin Kunst, 1948

mentre il meccanismo di cui essa fa parte richiama le méta-matic di Jean Tinguely o le «macchine celibi» di Marcel Duchamp [fig. 10], verso le quali l’artista milanese non ha mai nascosto la sua ammirazione.

Fig. 10. Copertina di Le Macchine Celibi – The Bachelor Machines, Alfieri, Venezia 1975

Grazie a questi potenti numi tutelari, la testa marmorea e gli altri reperti classici fotografati sono sganciati dalla nostalgica poetica del frammento, ormai più che inflazionata, e innestati nel mondo delle macchine, senza però per questo entrare al servizio del mito del progresso o della grande produzione, in virtù della loro dichiarata futilità.

Quali vantaggi può portare un’improbabile macchina che accarezza le statue?

ChissĂ  se Franceschini nel concepirla ha tenuto presente pure il celebre pagina del Saggiatore di Galileo, dedicata al movimento della mano su un’insensibile statua di marmo … Tuttavia, piĂą che la macchina, è la mano il filo conduttore della mostra: che sia di plastica o in vetroresina, essa è presente in quasi tutte le foto, e trova la sua esaltazione finale in Escapismo, in cui sei esemplari cercano di scappare da una grata metallica, come farebbero sei uccelli catturati in una rete [fig. 11]. L’ultima foto produce viepiĂą l’effetto di una tavola scomposta della Chirologia di John Bulwer [fig. 12], con le mani sintetiche che gesticolano per conto loro, senza il bisogno di alcun oratore umano, come esseri dotati di pensiero proprio.

Fig. 11. ANNA FRANCESCHINI, Escapismo
Fig. 12. Dettaglio di una tavola presa da JOHN BULWER, Chirologia, or The Natural Language of the Hand, London 1644

Con questa mostra idealmente si chiude l’intensa stagione del vulcanico direttore Andrea Bruciati, che – insofferente agli steccati disciplinari – in più occasioni ha saputo contaminare l’archeologia con l’arte contemporanea, la natura con il mito, valorizzando ogni volta la storia di quel luogo: non a caso, il titolo della mostra di Anna Franceschini è un omaggio all’Allegoria dell’Amore con Marte e Venere, dipinta a quattro mani da Peter Paul Rubens e Jan Brueghel il Vecchio, che è ambientata proprio negli stessi ambienti del santuario [fig. 13],

Fig. 13. PETER PAUL RUBENS, JAN BRUEGHEL IL VECCHIO, Allegoria dell’Amore con Venere che disarma Marte, 1610-1612, Paul J. Getty Museum, Los Angeles
Fig. 14. Veduta della Via Tecta, Santuario di Ercole Vincitore, Tivoli

perfettamente riconoscibile grazie alla citazione dell’enorme volta a botte della Via Tecta [fig. 14].

Le fucine che trovavano posto dal Cinquecento nei suoi anfratti sicuramente ispirarono Brueghel per il dettaglio dell’ignaro dio Vulcano intento a forgiare armi, armature, e una moltitudine di altri manufatti in metallo, armi da fuoco comprese. Agli ordigni dipinti da Brueghel possono imparentarsi – per via del comune sostrato tecnologico – pure le macchine e gli assemblaggi fotografati da Franceschini.

A questo quadro, custodito al J. Paul Getty Museum di Los Angeles, e a quelli di altri pittori fiamminghi che visitarono l’area archeologica tiburtina tra il Cinquecento e il Seicento, è stata dedicata la precedente mostra allestita negli spazi del santuario, praticamente gli stessi dove oggi sono esposte le foto di Franceschini, in una virtuale staffetta tesa ad esaltare le superbe rovine di quel luogo, che perduta l’antica funzione religiosa, è stato poi convertito ad area industriale, ospitando tra i suoi porticati una polveriera, una cartiera e persino la prima centrale elettrica di Roma.

Anna Franceschini con le sue installazioni – che ha opportunamente elettrificato con una bobina prima di fotografare – ha voluto rivitalizzare per qualche momento quelle officine ormai abbandonate, e rendere omaggio anche al più recente passato industriale del sito, a cui contribuì (a quanto pare) pure l’ingegnere Eiffel!

Luca CALENNE  Tivoli 28 Settembre 2025

VENERE & MARTE

di Anna Franceschini

Mostra curata da Andrea Bruciati

Antiquarium, Santuario di Ercole Vincitore, Tivoli (Roma) fino 16 novembre 2025

© Anna Franceschini

© Istituto autonomo Villa Adriana e Villa d’Este-VILLÆ, Tivoli – MiC

Partner artistico del progetto: Polaroid Foundation

Photocredit Exhibitions view: Emanuela Fortuna / Lucky’s Production