di Marco FIORAMANTI
LA PAURA ANCESTRALE DELLA MORTE E LA PSICOLOGIA DEL LUTTO
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Roma, Teatrosophia
TORNA TRA NOVE MESI
con Evelina Nazzari e Maddalena Recino
Scene e costumi Lodovica Cantono Di Ceva. Consulenza musicale Francesco Crisafulli. Luci Gloria Mancuso
Regia Angelo Libri
Fino al 22 febbraio
Il lamento per il figlio perduto
Il Bianco, nelle culture afro e orientali, è il colore della morte, del lutto, simboleggia purezza, rinascita, distacco. Bianchi sono gli indumenti delle due protagoniste, cenci ridotti a brandelli, sdruciti, a piedi scalzi, così come squarciato da piccole onde, bianco è il mare di pezzi di carta che avvolge e nasconde il tavolato del palcoscenico.
Evelina Nazzari e Maddalena Recino, entrambe portentose nella recitazione, sono il doppio, ora delicato ora rabbioso, di un’unica donna, a separare nei differenti momenti il dolore di un’unica madre, di tutte le madri davanti al bianco sudario che ha avvolto il corpo del figlio perduto, di propria mano. Un dramma vissuto in prima persona, a rappresentare la disperazione inalienabile, senza rassegnazione. I dialoghi si sviluppano a toni alterni, a volte sono le stesse voci a sovrapporsi – una sorta di carmi funebri – tra grida lancinanti e parole soffuse. E silenzi, sguardi attoniti, domande senza risposta, a volte difficili da sopportare, soprattutto quando entrambe le donne, a turno si rivolgono, occhi negli occhi, faccia a faccia allo spettatore.
Sul fondo un enorme manichino bianco, dinoccolato, sospeso in aria da fili trasparenti nella posizione del parto, viene lentamente smontato e ogni parte diventa oggetto di rimemorazione, e il dialogo col figlio continua, ininterrotto, ovunque nel tempo e nello spazio.
Ieri, addosso a uno sconosciuto, ho visto la tua bocca carnosa con quei tuoi baffi ancora incerti che ti piaceva tanto esibire, e domani forse su qualcun altro scorgerò il tuo naso e poi, chissà dove, vedrò i tuoi occhi e con un po’ di pazienza potrò ricomporti…
Altri ricordi (degli occhiali, una bicicletta una cinepresa, simboli bianchi sparsi tra il bianco dei fogli) emergono da una sorta di zattera a tre dimensioni – ottima intuizione registica di Angelo Libri – legno e corde che ci rimandano alla speranza del naufrago, all’aspettativa che ci lancia il titolo, Torna fra nove mesi, quello di una prossima, possibile nascita. Uno spettacolo intenso, catartico, ben costruito, imperniato sulla condivisione della solitudine, della fragilità, della vecchiaia.
Quando una persona se ne va si porta una parte di te, qualunque sia il legame ti manca un tuo pezzo… tutto quello che con lui condividevi, tutte le cose, il modo di sorridere, i pensieri legati a quegli sguardi, certe conversazioni irripetibili, tutte quelle rimaste sospese, ma anche solo un battito di ciglia… così quando cominciano a morirti le persone intorno, cominci a dissolverti anche tu. Ti rendi conto di quanto posso essere svanita in un istante? Capisci ora da quella nuova dimensione fatta di evanescenza quanto sia fondamentale per me, disperatamente umana, tentare di comunicare con ogni mezzo …
Risalire, a fine spettacolo, la scalinata del Teatrosophia non deve essere stato compito leggero per il pubblico, concentrato sul bianco della scena e i pensieri avvolti da emozioni forti e profonde riflessioni. Gli ottimisti ci inducono a trarre luce dal dolore, a ricordarci che quando la luce bianca attraversa un prisma – piramide acromatica, simbolo sepolcrale per eccellenza – ci riporta l’intera gamma dei colori dell’arcobaleno, simbolo di gioia e di vita, ma la disperazione, dentro, resta. Spettacolo da non perdere.
Marco FIORAMANTI Roma 20 Febbraio 2026


