di Dario PICCO
“TESORI DA COLLEZIONE ED INEDITI BOZZETTI SVELATI”
Dal 4 al 9 giugno 2026
4 giugno 2026 (h. 18.30) – Serata d’inaugurazione
5 giugno 2026 (h. 18.30) – Serata conferenze
Sala delle Colonne, Museo Diocesano Francesco Gonzaga, Mantova
Dal 4 al 9 giugno 2026, la Sala delle Colonne del Museo Diocesano Francesco Gonzaga di Mantova accoglie una costellazione di dipinti e sculture d’arte antica provenienti dalla galleria milanese Ars Antiqua, in una trama espositiva che intreccia devozione e quotidianitĂ , paesaggio e retorica del potere, esercizio di bottega e invenzione. La rassegna, patrocinata dal Comune di Mantova, dalla Camera di Commercio di Cremona-Mantova-Pavia e dallo stesso Museo Diocesano, si pone in continuitĂ con l’edizione precedente – che aveva visto due opere confluire in collezioni pubbliche italiane – e rilancia un lavoro critico e filologico che, quest’anno, si amplifica grazie a nuove proposte attributive, inediti confronti e puntuali focus monografici. Nel mosaico delle opere selezionate, spiccano esemplari capaci di illuminare nodi della produzione lombarda ed emiliana fra Sei e Settecento, di sondare la vitalitĂ della scena romana seicentesca ed il fervido colorismo veneziano del Settecento, di misurarsi con la persistenza dell’immaginario storiografico ottocentesco.

La mostra si apre cronologicamente con una tavola a fondo oro raffigurante la Vergine con Bambino tra San Gerolamo e un santo diacono attribuita a Lippo d’Andrea (Firenze, 1370/71 – prima del 1451), artista attivo nella Firenze del primo Quattrocento.
La figura di Lippo d’Andrea, pur legata a una tradizione tardogotica, assume importanza nel contesto artistico dell’epoca per la capacitĂ di declinare stilemi arcaizzanti in una devozione colta e ricercata. L’opera testimonia la perizia tecnica dell’autore, interprete di un linguaggio che conserva il prestigio della ieraticitĂ medievale, pur accogliendo le prime istanze rinascimentali. Tale dipinto funge da ideale punto di partenza per comprendere l’evoluzione stilistica fiorentina, evidenziando il ruolo di mediatori svolto da artisti come Lippo d’Andrea. La sua produzione, spesso oggetto di studi per la precisione cromatica e la raffinatezza decorativa, si conferma tassello fondamentale per la ricostruzione del panorama artistico fiorentino tra XIV e XV secolo.

Ritratto doppio di levatura civile, l’opera testimonia la maestria di Santi di Tito (Sansepolcro, 1536 – Firenze, 1603) nel superare le rigiditĂ tardo-manieriste verso una veritĂ di sguardo “riformata”: il podestĂ di Dicomano, in scuro con pelliccia di zibellino, stringe una lettera – attributo eloquente dell’ufficio – mentre il piccolo Lorenzo (nato nel 1591), in ungherina gialla, reca una mela. La datazione ai primi anni Novanta del Cinquecento, coerente con le prove maggiori (Visione di san Tommaso d’Aquino, 1593), è corroborata dal marchio Passerini al verso e dalla successiva musealizzazione dinastica: l’epigrafe retrostante, riferita ai figli Alessandro (capitano mediceo) e Domenico (abate), dichiara la funzione memoriale entro la quadreria familiare. La misura del disegno, il respiro spaziale controllato, la sottile empatia psicologica sono cifre del ritratto fiorentino in etĂ medicea matura.
La tavola di Carlo Antonio Procaccini (Bologna, 1571 – Milano, 1630) propone il racconto biblico in chiave di “paesaggio narrativo”: il cammino di Tobiolo guidato dall’arcangelo Raffaele si innesta in una campagna lombarda animata da un mulino d’acqua, da figure minute, da acque filigranate di riflessi. L’attribuzione a Carlo Antonio Procaccini – rafforzata dai confronti con il Riposo nella fuga in Egitto e con il Battesimo di Cristo ricordati in letteratura – illumina una delle specializzazioni piĂą riconoscibili della bottega procacciniana: la fusione tra matrice emiliana e sensibilitĂ nordica (Brueghel, Bril), che traduce il tema sacro in un continuum di natura e luce. La scrittura sottile dei profili, i cieli rannuvolati, la partitura cromatica di verdi, bruni e piombi danno misura di una poetica che, nella Milano di primo Seicento, colmava strategicamente lo spazio tra grande istoria e “generi” alti di collezionismo.

La ricostruzione biografica – dagli esordi a Lainate alle illustrazioni per l’Adamo dell’Andreini (1613), dalla partecipazione ai “quadroni” carlineschi alle matrici bruegheliane – colloca l’opera nel cuore del successo domestico dell’artista, testimoniato dalle presenze nelle quadrerie Settala, Durini, d’Adda, Borromeo, Pertusati, Visconti e nella raccolta sabauda. Un quadro-modello per comprendere il versante “fiammingo” del gusto milanese.
La collaborazione tra il quadraturista-vedutista Niccolò Codazzi (Napoli, 1642 – Genova, 1693) e il figurista Filippo Lauri (Roma, 1623 – 1694) – fra le piĂą felici della seconda metĂ del Seicento – trova qui una sintesi esemplare: l’impianto prospettico, calibrato sull’Arco di Tito e sul tessuto di Palazzo Frangipane, stabilisce una quinta solenne e “teatrale”, mentre le figure di Lauri, calibrate su un cortonismo addolcito e su cadenze poussiniane, animano la scena del martirio con toni laccati e movenze eleganti. La cromia – grigi e ocra dei marmi contro rossi e azzurri cangianti dei panneggi – attiva un equilibrio dinamico tipico del sodalizio, ben noto anche in opere coeve conservate a Nantes e in altri pendants con soggetti sacri. L’ovale comprime e raffina la retorica monumentale in un cammeo prezioso.


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La tela, saldamente riferita a Carlo Preda (Milano, 1651/52 – 1729), mette in scena il dramma evangelico con un equilibrio tipico del barocchetto lombardo: pathos degli scontri in primo piano, balconata d’autoritĂ con Erode sullo sfondo, contrasti di luce capaci di dare volume e urgenza senza indulgere al cupo seicentismo. Le ascendenze – Federico Bianchi e Filippo Abbiati in avvio, seguiti da un aggiornamento ligure su Piola, Guidobono, De Ferrari – si leggono nella gamma pastello attenuata, nel modellato soffice, nella scansione teatrale della scena. I riscontri con opere note (il Salvataggio dei pellegrini, la Sacra Famiglia, l’Educazione della Vergine) confermano fisionomie, tavolozza e conduzione delle ombre. Figura di primo piano nella Milano fra Sei e Settecento (principe dell’Accademia di San Luca nel 1702, presente nei cicli del Duomo e di San Barnaba), Preda emerge qui per una calibrata “retorica degli affetti”.
Gaspare Diziani (Belluno, 1689 – Venezia, 1767), figura di spicco del Settecento veneziano celebre per la sua verve narrativa e cromatica, si conferma magistrale nelle opere I


Entrambi i dipinti evidenziano la capacitĂ dell’autore di coniugare un dinamismo compositivo tipicamente rococò con una solida impostazione scenografica. Diziani attinge al repertorio mitologico e storico con un tocco vivace, dimostrando l’importanza cruciale della sua produzione nel contesto europeo dell’epoca. Attraverso l’uso sapiente di luci e gestualitĂ enfatiche, egli trasforma narrazioni classiche in tableau di grande impatto visivo. Tale perizia tecnica sottolinea il ruolo dell’artista non solo come raffinato decoratore, ma come acuto interprete del gusto neoclassico incipiente. La conservazione di queste opere ribadisce il valore storiografico di una carriera dedicata all’esaltazione monumentale del soggetto storico.
La grande veduta a volo d’uccello della Battaglia di Guastalla opera di Alessandro Antoniani (attivo XVIII secolo), restituisce con luciditĂ topografica – ponti di barche sul Po, bastioni protesi fino al Crostolo, la chiesetta isolata de La Pieve – uno degli snodi bellici della guerra di successione polacca sul fronte italiano. L’opera, seconda versione della tela conservata a Palazzo Borromeo sull’Isola Madre (recante l’iscrizione “BATTAGLIA DI GUASTALLA / LI 19 DI SETTEMBRE 1734”), si colloca con coerenza entro il ciclo documentato da Veronica Drago e commissionato da Federico VI Borromeo ad Alessandro Antoniani tra 1738 e 1739 (Colorno, Parma, Guastalla, Quistello). La prospettiva alta, l’aria tersa increspata da nubi, la micro-narrativa delle truppe – talora con esiti fisionomici volutamente caricati – costruiscono una retorica della visione che tiene insieme cronaca e celebrazione. La plausibile inclusione-omaggio del committente, forse l’ufficiale sul cavallo bianco, suggella la destinazione “di memoria” del dipinto entro l’orizzonte borromaico.

Il cartone preparatorio raffigurante la “Visita di Maria a Santa Elisabetta” costituisce un pregevole studio di Enrico Scuri (Bergamo, 1806 – 1884) (matita su carta applicata su tela, cm 222 x 224), per l’affresco della parrocchiale di Santa Maria Nascente di Radiano. Bergamasco di nascita e lunga carriera didattica all’Accademia Carrara, Scuri fu un esponente significativo del clima tra neoclassicismo e romanticismo storico.

La sua produzione si distinse per una pittura di storia caratterizzata da rigorosa impostazione accademica, solida struttura disegnativa e chiara leggibilitĂ narrativa. L’opera in catalogo, realizzata a matita su carta applicata su tela, testimonia la perizia anatomica e l’attenzione alla composizione scenica dell’artista. Attraverso il suo magistero, Scuri influenzò generazioni di artisti lombardi, promuovendo il disegno quale fondamento imprescindibile della costruzione figurativa. Tale documento grafico ribadisce l’importanza dell’autore nel panorama artistico ottocentesco, capace di conciliare dramma scenico e disciplina classica. Sempre di Enrico Scuri, verranno presentati otto inediti bozzetti realizzati per il Santuario della Santissima Incoronata di Lodi.
Il cavallo di Gerolamo Induno (Milano, 1825 – Milano, 1890) documenta l’officina del “pittore-soldato”: l’animale, colto di tre quarti, criniera e coda scure, sella appena accennata, è un nodo di energia trattenuta e di presenza fisica. Il bozzetto si traduce, per via diretta, nell’Episodio della campagna di Crimea e in altre composizioni di piĂą ampio respiro (come le soste di cavalleria), dove lo studio diventa fulcro di credibilitĂ narrativa. La prassi – disegno sul campo, album di appunti, traduzione in quadri che intrecciano storia e genere – è la chiave del linguaggio di Induno, capace di passare dall’epos (Magenta, L’imbarco di Garibaldi) all’intimo civile (La partenza del garibaldino, Triste presentimento) senza perdita di tensione etica.

Raro episodio storico nella prima stagione del pittore biellese Lorenzo Delleani (Pollone, 1840 – Torino, 1908), l’opera inquadra, con piglio romantico e gusto scenografico, l’iconografia “nera” di Ezzelino alla vigilia della presa di Vicenza (1236). La loggia del Capitaniato funge da balconata del potere; sullo sfondo, la città medievale riconoscibile (torre Bissara, torri Verlato e Loschi) brucia in un controluce drammatico. La tavolozza brillante, la folla disposta su piani successivi, la retorica di gesti e panneggi dialogano con il clima hayeziano e con la scena storica lombardo-veneta. Il quadro, presentato alla Promotrice torinese del 1863 e poi ripreso dalla critica novecentesca (Bernardi) come prova della “foga” del giovane Delleani, anticipa per contrasto la svolta plenairista e luministica degli anni Settanta-Ottanta.
La mostra sarĂ inaugurata con due eventi speciali: giovedì 4 giugno alle 18.30 si terrĂ l’inaugurazione su invito, mentre venerdì 5 giugno, sempre alle 18.30, si svolgerĂ un incontro pubblico di approfondimento culturale. L’incontro vedrĂ tre interventi di approfondimento: il Dott. Federico Bulgarini presenterĂ un focus sui bozzetti preparatori di grandi maestri, tra cui Giulio Romano, Giaquinto, Scuri, Maccari, Somaini e Induno. A seguire, l’Arch. Gianluca Nicolini illustrerĂ il suo saggio Un ticinese sulle orme del Correggio: Ludovico Antonio David (1648 – post 1719). Infine, la Dott.ssa Monica Bianchi analizzerĂ il legame tra astrologia e arte, concentrandosi sugli studi relativi a Mantegna, Giulio Romano e Rubens, nonchĂ© sulla figura di Ezzelino da Romano, presente in mostra nel dipinto di Delleani e citato nell’Inferno dantesco al fianco del suo astrologo Guido Bonatti (Canto XII, vv. 109-110). Al di fuori di tali eventi, l’esposizione sarĂ aperta al pubblico gratuitamente il venerdì, lunedì e martedì dalle 15.00 alle 20.00, e il sabato e la domenica dalle 10.00 alle 20.00.
La costellazione qui presentata testimonia un’idea curatoriale attenta alla filologia e, insieme, alla leggibilità : attribuzioni ampiamente argomentate, selezioni mirate, contestualizzazioni che rimettono in circolo opere capaci di parlare al presente. Tra paesaggi “parlati”, architetture sceniche abitate, ritratti che fondano genealogie, battaglie viste da lontano e drammi serrati in primo piano, il percorso mantovano ribadisce come la storia dell’arte sia, ancora, un esercizio di prossimità : ai dipinti, alle carte d’archivio, alle domande del nostro tempo.
Dario PICCOÂ Â Milano 31 Maggio 2026

