di Mauro CALBI
IL LUTTO SI ADDICE AD ELETTRA
Il più viscerale e disperato complesso di Edipo mai pensato e scritto dalla drammaturgia novecentesca è la sorpresa più interessante e l’idea più potente della trilogia teatrale del 1931 di Eugene O’Neill.
Il personaggio di Orin – Oreste non è come l’eroe di Argo, assolutamente no, al contrario è un debole, è dominato da tale complesso, ama incondizionatamente e desidera perdonare la indifendibile egoista madre Christine – Clitemnestra; ne pagherà le conseguenze nel terzo atto, “l’incubo“, quando non riuscirà a dominare la memoria, i fantasmi e gli omicidi del passato.
Il testo, si intuisce quindi, e’ diviso in tre parti di cui le prime due “il ritorno” e “l’agguato ” ricalcano fedelmente la storia dell’Orestea di Eschilo, mentre la terza e’ assolutamente imprevedibile; qui rimbombano e rimbalzano echi psicologici freudiani e junghiani rovesciati in una dilaniante tragedia americana senza tempo.
Ne deriva uno ottimo spettacolo in cui il sempre convincente regista Davide Livermore (molto apprezzati dal sottoscritto gli ultimi due spettacoli di prosa, Maria Stuarda, vedi mio fb del 29/10/22 e Il viaggio di Victor, mio fb del 22/2/25) imposta una regia che lascia dominare la recitazione e i dialoghi, insistendo sulla caratterizzazione psicologica dei personaggi e sul loro stato d’animo limitando la scenografia ad un distorto ambiente produttore di una prospettiva sghemba che cambia la illuminazione a seconda delle necessità della trama, rosso/omicidio, nero/lutto, viola/intrighi, verde/dialoghi (vedi foto).
I costumi sono tendenzialmente semplici, si osa solo per le due donne, in cui le gonne viola larghe e svolazzanti si armocromizzano con la loro capigliatura rossa e vaporosa.
Il testo racconta del rientro a casa del generale Ezra Mannon/Agamennone accolto dalla moglie Christine/Clitemnestra (che lo tradisce con Brant/Egisto) e dai figli Lavinia/Elettra e Orin /Oreste. La moglie avvelenera’ il marito come una traditrice Pero che allatta Cimone, i figli ammazzeranno l’amante della madre che a sua volta si suicidera’.
Infine, i figli Orin e Christine vivranno disperati e disturbati da incubi nella vecchia casa di famiglia dove aleggiano i fantasmi dei genitori morti, perché -così chiude il testo-
“ i morti perché non possono morire “
Mauro CALBI Napoli 18 Gennaio 2026




