di Marco FIORAMANTI
PAROLE BURLEVOLI E FATTI SOLLAZZEVOLI
Con Roberta Bobbi e Massimo Napoli
Voce fuori campo Davide Marchese – Musiche Stan Kenton e Steve Reich
Regia Massimo Napoli
COME LASCIARSI TRASPORTARE IN UNA LUNGA PASSEGGIATA SENZA MĂTA
Se Massimo Napoli dovesse partire per lo spazio in un viaggio verso Saturno affonderebbe il proprio piacere nella memoria di questi quindici brani raccontati – in forma di commedia sotto molteplici aspetti – estrapolati dalla letteratura e dallâantologia del Novecento (e non solo), proposti direttamente sulla scena stasera nel teatro Porta Portese.
Uno spettacolo, questo, di âfatti sollazzevoliâ – in dialoghi e monologhi – a raccontare la realtĂ con la memoria della rivista di varietĂ e dellâoperetta, procedendo leggeri, senza gravitĂ , con sobria ironia dallâaccento graffiante. Ă quello che le due potenti presenze sceniche, rigorosamente in nero, lâautor/attor/regista romano in divisa taoista, colui che
vive come se galleggiasse (Zhuang-zi)
e, Roberta Bobbi – la sua affascinante compagna di viaggio astrale – hanno proposto a un pubblico attento e ricettivo, quasi fosse una pratica devozionale per recarsi in un luogo sacro.
Tali erano le movenze lente, fluide, semicircolari, i flussi verbali, le antinomie descrittive in aforismi semiseri adattati per la scena da Alma Daddario, tratti da Wilde, Flaiano, Woody Allen, ma anche da Doroty Parker (Abbandoni) e Max Aub (Câera lâamore ma ho dovuto ammazzarlo): una inquietante, violenta testimonianza di un omicidio che lascia spazio al sarcasmo e alla risata dal ghigno malefico. E poi storielle, fiabe, variazioni sul tema come quello della SalomĂ© decollata (il canovaccio di Massimo Napoli): la storia di una principessa quattordicenne in conflitto con sua madre (Erodiade) che decide di chiedere non solo la testa di Iokannan, ma di far tagliare anche la propria, durante una crisi, âtipica adolescenziale, di autodistruzione di autosabotaggioâ.
Ma, come sempre, Ăš la forza dellâincipit a dare fuoco al lancio del razzo vettore. Si parte con un potentissimo âpersonaggio da commediaâ, la notissima, gioiosa fontana malata di Palazzeschi (1909). âClof,/clop,/ cloch, /cloffete,/cloppete, /clocchette, /chchch… Ă giĂč,/ nel cortile,/ la povera/ fontana/ malata; /che spasimo! /sentirla /tossire. [âŠ]â
Abbiamo qui due personaggi, la fontana, malata appunto a causa del suo sgocciolio e il narratore che manifesta nei confronti di questa fontana sentimenti di rabbia, di sofferenza, di malcontento, di pena e tenerezza e anche pentimento. Qui Palazzeschi rappresenta la vera genialitĂ sia dal punto di vista della creazione, della narrazione, della trama sia dal punto di vista della resa di tutto questo perchĂ© tutto quello che sappiamo di Palazzeschi riusciamo a immaginarlo, quasi a vederlo. (Massimo Napoli, da unâintervista)
Seguono due spiritosi monologhi (sempre del 1909) di Luigi Arnaldo Vassallo, detto Gandolin: La voce, âstoria di un personaggio che rivendica il valore della voce come valore di qualitĂ umana, excursus psicologico sulla voce, che fa parte della nostra identitĂ , come unâespressione faccialeâ e Un signore che pranza in trattoria.  Il viaggio atemporale continua portandosi dietro un raffinato canto medievale di tradizione pirenea (Entre le bĆuf et lâĂąne gris) e una poesia di Pablo Neruda (Senza sapere come): una donna che, pur avendo amato alla follia il suo partner, alla fine si addormenta pensando a lui.
Chiude questo affascinante florilegio, seguito da un lungo, sentito applauso, Le chants des adieux (Auld Lang Syne, 1788), lâaddio – il necessario commiato degli attori – che non puĂČ che sfociare in un arrivederci che io mi sono immaginato come un saluto da molto lontano verso un corpo celeste, magari âabboccolatoâ a uno degli anelli di Saturno.
Marco FIORAMANTI Roma 15 Febbraio 2026





