di Vitaliano TIBERIA
Nella suggestiva architettura della Casa Museo Boncompagni Ludovisi, acquisita dallo Stato Italiano nel 1972 e dal 1995 destinata a sede di documentazione e di raccolta delle arti figurative, della moda e del costume nella loro evoluzione socio-culturale, è in corso la mostra di Antonella Cappuccio Theatrum Mundi (26 settembre-30 novembre 2025), figg. 1-2.


Il catalogo, riccamente illustrato, edito dalla Fondazione Premio Antonio Biondi, si avvale della presentazione di Maria Giuseppina Di Monte, Direttrice della Casa Museo Boncompagni Ludovisi, di Tiziano M. Todi, Martina Casadio, Katriona Munthe, Antonella Cappuccio, Fabio Canessa; Marco Bussagli è autore del corposo e dotto saggio Il Theatrum Mundi di Antonella Cappuccio e delle schede delle opere in mostra (pp. 30-100). Le fotografie, bellissime, sono di Corrado De Grazia.
Nessuna altra sede espositiva sarebbe stata più adatta per ospitare una mostra anticonformistica come questa di Antonella Cappuccio, perché nella palazzina Boncompagni Ludovisi hanno trovato dimora espressioni della moda nel suo incessante divenire che misura esteticamente il mutamento dei costumi, dei gusti ed   anche degli ideali.
Come mi ha dichiarato l’artista, l’originalitĂ di questa manifestazione sta nel fatto che il ruolo di protagonista o di deuteragonista è assegnato alla riproduzione pittorica degli abiti e dei costumi teatrali esposti come corrispettivo estetico nel circuito della mostra e non, come ci si sarebbe aspettato, alla raffigurazione dei personaggi reali, attori e cantanti lirici, o di fantasia che li hanno indossati in vari momenti della storia del teatro e dello spettacolo o in narrazionidi fantasia.
L’arco temporale-fantastico delle opere in esposizione comprende numerosi dipinti ad olio su tela eseguiti fra il 1997 e il 2022, liberi da condizionamenti ideologici ma inondati di luci e di colori e disegnati con l’entusiasmo per la bellezza naturalistica di chi, come Antonella Cappuccio, ha fatto parte della Nuova Maniera Italiana, di Giuseppe Gatt e Bruno d’Arcevia, insieme a Riccardo Tommasi Ferroni, Antonio D’Acchille, Stefano Di Stasio, Carlo Fusca, Omar Galliani, Alessandro Romano, Vittoria Scialoja, Giovanni Tommasi Ferroni. Va anche ricordato che per queste sue qualità pittoriche nel 2006 Antonella Cappuccio fu cooptata come Socia ad honorem nella Pontificia Insigne Accademia di Belle Arti e Lettere dei Virtuosi al Pantheon, oggi del tutto orientata verso il concettuale.
La mostra, vero rappel à la beauté, presenta armonie estetiche ed interiori costruite con figure reali o mitiche dal mondo antico all’età contemporanea, con vertici di esistenze anche atroci, ma trasfigurate in opere d’arte da una limpida sapienza formale. Nell’universo esistenziale che ne deriva, il referto estetico è libero da dipendenze socio-moralistiche e ci viene incontro sotto le specie del simbolo che dà la possibilità di riconoscere anche chi non abbiamo mai incontrato. Il riferimento estetico-antropologico universale che si profila in queste pitture è inevitabilmente il mito, in cui Antonella Cappuccio dispone le sue eroine e i suoi eroi, misurandoli attraverso la teatralità senza speranza della tragedia o la realtà quotidiana della commedia; riferimenti che prendono le mosse, come diremo ancora, dal mondo greco-romano per spingersi fino al nostro tempo, perché il libero giuoco della fantasia e dei sentimenti non è arrestato neppure dai vincoli della storia ma crea forme di esistenza universali.
Per Antonella, dunque, che è originaria di Pithecusa (Ischia), la più antica colonia greca (VIII secolo a.C) nella penisola italica, la realtà storica può trovare riscontro nel mito, come, del resto, nel V secolo a.C., già credevano Erodoto, Tucidide, Isocrate, Diodoro, e, nel secolo successivo, sia pure con motivazioni diverse, Platone e Aristotele. Per quest’ultimo il mito era usato dai poeti tragici come narrazione finalizzata alla rappresentazione teatrale. E il teatro è una forma d’arte consustanziale all’estetica mitologica di Antonella Cappuccio attraversata dalla vitalità e dalla filologica frammentarietà con cui prendono vita le sue pitture, narrazioni del costante divenire sia di fatti storici che di credenze popolari di ogni tempo. Esemplari in tal senso sono i dipinti in mostra collegati alla figura di Lucio, nell’Asino d’oro (1997), di Apuleio, o all’abito della Clitemnestra (2021), indossato dal mezzosoprano Anne Gjevang nell’Elektra di Richard Strauss; in quest’ultimo domina come tragico fondale la nota maschera funeraria di Agamennone.

Le opere di questo Theatrum Mundi si fondano su una variegata comprensione concettuale frutto di un’estensione analogica di significati fra aree culturali diverse se non opposte. Significativo in tal senso è Il Piviale di San Pietro, fig. 3, in cui la presenza della colomba dello Spirito Santo richiama il mistero cristiano della Trinità , con il Cristo, uomo-Dio, che si contrappone analogicamente alla triade pagana Zeus, Helios, Atena, che decretano l’investitura a imperatore di Giuliano, detto l’Apostata, lo sfortunato monarca tradizionalista del IV secolo d.C. caduto in battaglia contro i Persiani a trentadue anni.
Antonella sa bene che il mito nella storia dell’uomo ha avuto diramazioni e filiazioni variegate, inaspettate e talora rivisitazioni, aggiornamenti neoumanistici, con il fine di attrarre, nella logica del potere politico-religioso, nuove coscienze popolari attraverso il giuoco della fantasia. In questa dimensione di appartenenza e di alterità simbolico-mitologica sfilano le pitture degli abiti ricostruiti filologicamente da Antonella. Ed ecco il costume gonfio di vento della Fata turchina, che trattiene a guinzaglio un piccolo Pinocchio collodiano, allegoria dell’ingenuità e dell’umana disobbedienza; un tema che, a distanza di ventiquattro anni sarà ripreso dall’Artista in modo più dichiarativo con l’aggiunta insidiosa del gatto e della volpe in agguato ed anche del grillo parlante.
Suggestivamente evocativo è quindi l’abito sontuoso di Isabella d’Este che volta le spalle al ritratto in dissolvenza del discendente Maurizio Gonzaga stagliato davanti al portale sfumato di Palazzo Tè. E sempre al mondo fantastico del Rinascimento appartiene la rievocazione pittorica dell’abbigliamento maschile ariostesco avvolto in una nebbia azzurrina storicizzato sul fondo da un antico esemplare cartaceo del poema cavalleresco dell’Ariosto.


Mentre simbolo della tragedia d’amore è Ophelia, fig.4, una pittura attraversata da un soffio di vento che rende misteriosamente impalpabile l’abito dell’eroina scespiriana. E ancora simbolicamente universale è la visione della Lettera scarlatta, fig. 5, di Nathaniel Hawtorne, in cui Antonella rende protagonista una bambina che tenta di afferrare un uccellino scarlatto, variante figurativa della tragica lettera che dà vita al romanzo, mentre sullo sfondo della pittura campeggia un tetro abito nero con pizzi sul collo e sui bordi delle maniche, prefigurazione dell’ineludibile tempo del dolore.
Un tempo reale che ritorna in un dipinto del 1997, l’abito della zarina Caterina II di Russia, definita la mantide polare, figg. 6-6a.


Mentre ad un mondo fantastico appartiene il misterioso Ulalume, sempre del 1997, ispirato ad una poesia di Edgar Allan Poe, in cui si narra di esseri fantastici dall’aspetto ferino, che Antonella trasfigura non più in un abito ma in una vaporosa ala di piume immersa in un’aria rossa che copre la figurazione disegnata con leggerezza del mostruoso protagonista.
La rassegna mitica prosegue con un dipinto, sempre del 1997, di due particolari di personaggi, Ercole e Telefo, tratti dall’Asino d’oro, di Apuleio, scrittore del II secolo d.C., affascinato dai culti misterici e dalla magia, cara al mondo antico e governatrice delle metamorfosi, in cui si distendono religione, misticismo, filosofia, astuzia e amore per i colpi di scena. Tutti temi, carichi di esuberante fantasia, con i quali Antonella rende omaggio pittorico al mondo intellettuale della tarda antichità intriso di mitologia orientale e occidentale che diviene cornice delle peripezie di Lucio, il protagonista del romanzo, e delle licensiose avventure degli dei; come schermo pudìco e prezioso a dissimulazione di questo inquietante mondo del mito apparentemente lontano dalle nostre coscienze Antonella distende in primo piano una candida tunica purificatrice decorata a striature dorate.
Questa rassegna simbolico-mitologica, sospesa fra arte, letteratura, poesia, teatro, è una costante nella poetica di Antonella Cappuccio e prosegue nel 2022 con la consueta evocazione attraverso abiti e costumi di scena di figure controverse e di maschere: Giacomo Casanova; Arlecchino, fig. 7; la Nora, di Casa di Bambola, di Ibsen; Papageno, il comico de Il Flauto magico, di Mozart, fig. 8;


l’Orlando ariostesco, fig. 9; Don Chisciotte, di Cervantes, nella versione teatrale di Strehler al Piccolo Teatro di Milano; la Rainette, una fantasia lirica con musica di Maurice Ravel; un fluttuante costume di Pierrot, con quattro figurine di maschere, ispirato alla musica di Schömberg;


uno svolazzante abito di tessuto morbido a vita bassa, in ricordo dei magici anni Trenta del secolo scorso, indossato da Polly Peachum nell’Opera da Tre soldi, di Bertolt Brecht, fig. 10; un costume di Pulcinella con i suoi attributi classici, la maschera e il mandolino, emblemi di finzione e malinconica allegria, fig. 11.

Queste opere, realizzate da Antonella Cappuccio in vari momenti della sua vita, hanno dunque un’eletta costante poetica: il teatro.
Sulla sua scena artistica, infatti, spiccano tre polarità derivate dal teatro greco che ha tutto universalizzato: la Tragedia, sintesi di müthos e di logos, con il suo retaggio di storie antiche; la Commedia, con le sue rassegne di fatti e di tipi umani quotidianamente vissuti in modo tragicomico, come avviene nel Düskolos, il misantropo, una grande commedia di Menandro fortunatamente giuntaci intera; il Dramma satiresco che tratta i drammi della vita in modo scherzoso, come, in fin dei conti, fa l’eroe del popolo: Pulcinella.
Vitaliano TIBERIAÂ Roma 23 Novembre 2025

