“Signa in Terris”, l’archetipo, la materia e il sacro nell’opera di Mimmo Di Laora (Palazzo Guido Ascanio Sforza, PROCENO- VT, fino al 25 Ottobre)

di Antonio E.M. GIORDANO

SIGNA IN TERRIS  – Mimmo Di Laora

a cura di Antonio E.M. Giordano
con il patrocinio del Comune di Proceno VT e della Cooperativa di Comunità di Proceno
Palazzo Guido Ascanio Sforza, 01020 PROCENO VT

fino al 25 ottobre
ingresso libero
InfoPoint: tel. +39 3783080580

L’archetipo, la materia e il sacro nell’opera di Mimmo Di Laora.

Nella suggestiva architettura cinquecentesca di Palazzo del cardinal Camerlengo Guido Ascanio Sforza (nipote di Paolo III Farnese) a Proceno (VT), la mostra personale di Mimmo Di Laora, dal titolo emblematico ‘Signa in terris’, si configura come un denso itinerario plastico e concettuale, capace di far dialogare la memoria storica degli spazi con le urgenze poetiche della contemporaneità. Attraverso un lessico formale che oscilla magistralmente tra la purezza dell’astrazione geometrica e la forza evocativa della figurazione simbolica, l’artista dispone le sue installazioni non come meri oggetti estetici, ma come veri e propri “segni” impressi nella materia e sulla terra. Il percorso espositivo si articola attraverso cinque nuclei installativi fondamentali, tappe di una profonda riflessione sull’esistenza, sul transito e sulla dimensione spirituale dell’uomo.
PERCORSO ESPOSITIVO: SIGNA IN TERRIS

IL TRANSITO IL SACRO E IL COSMO

  1. ‘Tracce di sale’ (Armonia naturale)
    apre la mostra stabilendo una tensione immediata tra la fragilità del medium e la staticità monumentale delle forme.
    Un corpus di chiocciole, realizzate in carta modellata, si appropria della superficie pavimentale muovendosi secondo direttrici geometriche rigorose ma interrotte. L’uso della carta, materia organica, vulnerabile e stratificata, conferisce alle sculture una vibrazione epidermica quasi fossile, accentuata dalle traiettorie tracciate dal sale bianco. Nella storia dell’arte e dell’antropologia, la chiocciola è l’archetipo per eccellenza del tempo ciclico, della rigenerazione e del viaggio interiore (il guscio come microcosmo e labirinto spiraliforme). Qui, il transito delle lumache lascia dietro di sé una scia di sale: un elemento che purifica e preserva, ma che al contempo inaridisce la terra. Di Laora traduce visivamente il paradosso del cammino umano, lento e inesorabile, dove la memoria (la traccia) è l’unico baluardo contro l’oblio del tempo.
  2. ‘Accoglienza’
    Con ‘Accoglienza’, l’artista sposta l’indagine sul piano delle corrispondenze matematiche che regolano il cosmo e la natura, utilizzando il legno come materia d’elezione. L’opera si struttura rigorosamente attorno alla sequenza di Fibonacci, la progressione numerica in cui ogni termine è la somma dei due precedenti, alla base della sezione aurea e della spirale logaritmica riscontrabile in innumerevoli forme viventi. L’allineamento e la modulazione dei blocchi lignei generano un ritmo visivo che accoglie lo spettatore in uno spazio armonico e misurato. Dal punto di vista storico-artistico, l’installazione si inserisce in quel filone concettuale che legge l’ordine matematico non come freddo calcolo geometrico, ma come rivelazione di una struttura ordinatrice universale. Il legno, con le sue venature e la sua intrinseca calura materica, mitiga il rigore dell’equazione e trasforma il concetto astratto di “accoglienza” in un’esperienza tattile e spaziale di pura armonia proporzionale.
  3. ‘Emi-grato’
    L’opera rappresenta il fulcro narrativo e antropologico della mostra. La composizione unisce una sagoma maschile a elementi icastici: una casa, il profilo del Vesuvio, una scala, un albero e la luna.
    Sebbene l’opera nasca da una matrice strettamente biografica – legata alle radici campane dell’artista e al tema dello sradicamento –, essa si emancipa dal dato personale per assurgere a metafora universale e stringente del dramma contemporaneo delle migrazioni. La casa-Vesuvio diventa l’archetipo della patria perduta, insieme accogliente e minacciosa; la scala e l’albero simboleggiano l’asse ascensionale della speranza, il tentativo di collegare la terra natia a un altrove protetto dalla luce siderea della luna. La sagoma umana, svuotata di dettagli fisionomici, si fa ombra universale, un everyman che attraversa la storia. Di Laora realizza un’opera di profonda valenza civile, in cui l’archeologia della memoria individuale diventa specchio della coscienza collettiva globale.
  4. ‘Nel mio respiro un angelo’
    In questa installazione l’artista instaura un serrato dialogo transdisciplinare con la letteratura, nello specifico con la lirica di Eugenio Montale, evocando la figura dell’”Angelo di fuliggine” tratta dalla raccolta di poesie ‘Saturae’. L’angelo antropomorfo qui rappresentato reca con sé gli strumenti del fare pittorico – la tavolozza e i pennelli –, configurandosi come un’allegoria stessa dell’artista e dell’atto creativo. Lungi dall’essere un’entità eterea e puramente celestiale, l’angelo è “contaminato” dalla terra, dal soffio vitale e dal dramma dell’esistere (il respiro, appunto). La fuliggine montaliana diventa cenere creativa, residuo di una combustione interiore che produce arte. Di Laora assegna al pittore-angelo il ruolo di intermediario tra l’immanenza della materia e la trascendenza dello spirito: la pittura non è decorazione, ma un atto spirituale estremo, un respiro necessario per sopravvivere alla prosaicità del mondo.
  5. ‘In terris’ (Angelo sul globo)
    L’esposizione trova il suo compimento e la sua sintesi teoretica nell’opera che dà parzialmente il titolo all’intera rassegna: ‘In terris’. La scultura presenta la figura monumentale e ieratica di un angelo stante sopra un globo. L’iconografia affonda le radici nella grande tradizione statuaria sacra occidentale, ma viene risemantizzata da Di Laora attraverso una sensibilità plastica contemporanea che predilige la sintesi formale alla ridondanza barocca. L’angelo non vola, ma grava sul mondo; la sua presenza sul globo simboleggia una custodia vigile, una pietas celeste calata nella dimensione storica e planetaria. È l’affermazione ultima dei Signa (i segni divini e artistici) che scendono e si manifestano ‘in terris’ (tra gli uomini).
    L’opera chiude il cerchio della mostra, ribadendo la necessità di uno sguardo metafisico capace di sovrastare e proteggere le fragilità della condizione umana.
    L’operazione artistica di Mimmo Di Laora a Palazzo Sforza si distingue per la straordinaria coerenza d’intenti. Attraverso l’uso sapiente di materiali eterogenei – dalla fragilità cartacea alla densità del legno e della scultura figurativa –, l’artista riesce nell’intento di sacralizzare lo spazio espositivo. I suoi ‘Signa’ non occupano semplicemente il luogo, ma lo ridefiniscono, offrendo al visitatore non una mera fruizione estetica, ma un vero e proprio esercizio di meditazione filosofica sulla traiettoria dell’uomo sulla terra.

Antonio E.M. GIORDANO  13 Settembre 2026