Si è chiusa l’epopea di Agostino ‘o Pazzo, scomparso a Napoli qualche giorno fa

di Chiara GRAZIANI

Era il 1970 e qualcuno, a Napoli, pensava di avere una soluzione semplicissima al problema degli scippi: sequestrare moto e motorini, i “cavalli” degli sciami di piccoli rapinatori che calavano a valle dai Quartieri Spagnoli e, dopo un’incursione fra i passanti di via Toledo, si eclissavano di nuovo su per i vicoli con la preda. Via i motorini, finiti gli scippi. Geniale. Come non averci pensato prima? Le forze dell’ordine, senza guardare troppo per il sottile, si misero dunque ad incaprettare due ruote a motore per ogni dove con ogni pretesto legale: quelle dei buoni e quelle dei cattivi. La scena della moto imbracata e issata sul carro attrezzi fu ripresa, uguale a stessa, decine, centinaia di volte fra piazza Trieste e Trento e piazza Carità.

Agostino nel suo negozio di antiquario ai Tribunali

Napoli, disse quello, è un paradiso abitato da diavoli. Ma, aggiungiamo noi, anche da tanti angeli. Angeli quotidiani, di casa, abituati a costruire con le loro mani l’ambiente che, spesso, gli amministratori trascuravano e che loro, giorno dopo giorno, manutenevano con filosofia e santa pazienza. Angeli artigiani che inventavano à la carte soluzioni collettive al duro mestiere di vivere.

Andò così che, nel 1970, gli angeli operai, gente dei bassi e dei grandi palazzi storici in decadenza, furono trattati – tutti quanti – da scippatori da qualche cultore del pugno duro. Non la presero bene. E quando sorse per loro un eroe, un vendicatore (a Napoli si dice uno che ti leva gli schiaffi di faccia), beh, quegli angeli dissero “amen”. E furono le Quattro Nottate di Napoli. Festa pura e sfida per lui, Agostino ‘o pazzo, il motociclista senza volto (il casco serviva a qualcosa) inafferrabile e tutto nero come Zorro, che usciva dal nulla nel cuore della notte, annunciato da un grido lacerante sempre uguale, musicale e ancestrale come il richiamo di un muezzin : “E’ asciuto Agostino!” . Correte, gente, lui è uscito, è qui per voi!

La moto incantata, quella che non prenderete mai, rombava da qualche parte in vetta ai Quartieri Spagnoli e la signorile via Toledo a valle diventava fiume di teste, voci, richiami come San Gregorio Armeno l’8 di dicembre (il luogo più densamente frequentato del pianeta). Le vecchiette nei vicoli, che in mezzo alla folla non potevano stare, collocavano la seggiolina fuori dalla porta, nei vicoli. C’era un posto per tutti al teatro di Agostino.

Quando iniziava la partita, mille contro uno era la proporzione, la posta in gioco era l’onore. Il motociclista mascherato – ribattezzato subito Agostino ‘O pazzo, per via del pluricampionissimo Giacomo Agostini – andava a cercare i carabinieri che organizzavano agguati, puntualmente ridicolizzati. Non faceva del male a nessuno, Agostino. Non odiava le forze dell’ordine, molti erano napoletani come lui e – le foto dell’epoca lo testimoniano – talvolta si lasciavano addirittura scappare un leggero battimani di ammirazione. Qualcuno, perfino, sorrideva nonostante li avessero invano sguinzagliati a centinaia su per via Nardones e Sant’Anna di Palazzo, tutti con il casco antisommossa, per rimanere a naso bagnato in mezzo alle ovazioni ritmiche popolari, quasi gli “olè” di una corrida nella quale loro erano il toro e Agostino il torero che faceva volteggiare la muleta.

Non sappiamo se il regista John Landis abbia mai visto immagini o foto dalle Quattro nottate di Napoli, ma Agostino, in missione per conto di Napoli, sembrò annunciare gli inseguimenti in auto più celebri della storia del cinema, quelli dei Blues Brothers, inafferrabili perché in missione per conto di Dio. Mai un gesto violento, Agostino feriva l’orgoglio e gli ufficiali ed i graduati ne avevano parecchio: ogni sera la tensione saliva.

Una volta sembrava l’avessero preso. Chiuso davanti e dietro da due auto, niente vie di fuga laterali. O’ pazzo, allora, si fermò e prese la mira rombando. Gas a mille e via, in volo, sopra il tetto della gazzella dei carabinieri. Rimase celebre quella del cappello del colonnello che si era gettato avanti per agguantare il fuggiasco: la naturalezza con la quale Agostino allungò la mano per filare con l’autorevole cappello, fu cantata nei bar e nei bassi nei giorni a seguire. E lui replicò, prelevando al volo la paletta che gli intimava l’alt. L’apoteosi, però, fu il pernacchio (qualche settentrionale scrisse pernacchia). Come Eduardo ne L’Oro di Napoli, come Totò ne “I due marescialli”, Agostino portò i sensi della sua alta considerazione per il signor ministro nel cortile della caserma di piazza  Carità, fortino dal quale uscivano gli inseguitori: e lì qualche cosa si ruppe.

Accaddero due cose. La prefettura e i vertici delle forze dell’ordine non tolleravano più la presa in giro. Vandali e picchiatori ti caricano ma non ti tirano giù dal piedistallo. Non ti riportano alla pari del popolo con un pernacchio (che, insegna Eduardo, è peggio di una bomba). E poi scesero in campo i diavoli che diceva quello. Non ci voleva nulla a soffiare sul fuoco e loro soffiarono, c’era la possibilità di mestare nel torbido. Fu così che iniziarono i primi incidenti, gli scontri, gli arresti.

E fu così che Agostino non uscì più. Il gioco s’era fatto cattivo e lui scomparve dalla scena, quello non era il suo gioco. Quando fu chiaro, poi, che le forze dell’ordine avevano bisogno di uno scalpo perché le onde si calmassero, ci fu un arresto. Piazza del Gesù, settembre 1970.

La polizia ammanettò un ragazzo di 17 anni, Antonio Mellino e potè annunciare, così, la cattura di Agostino ‘o pazzo ed esibirlo in manette. L’ordine fu ristabilito, anche i clan pare abbiano approvato la fine di tutta quella confusione (detta anche ammuina) che disturbava gli affari. Fin qui la storia ufficiale.

Quella ufficiosa è che sarebbe stato lui, il 17enne a concordare la resa. Era iniziata alla leggera, con genialità e sconsideratezza, (pare ci fosse anche un prete ad amministrare una sorta di assistenza spirituale) ma stava diventando un gioco pesante, cupo.

La leggenda di Agostino si consegnava, intatta nella sua genialità senza cattiveria, alla storia di Napoli.

Pochi giorni fa, il 5 dicembre una bara, tra gli applausi, è uscita portata a spalla. A 72 anni Agostino/Antonio, se n’è andato senza chiudere la sua bottega da antiquario ai Tribunali dove, con qualche civetteria, esponeva la foto di lui giovanissimo e riccio che portava sulla moto la dea Ornella Muti. Troppo facile dire, come è stato detto, non è sfuggito all’ultimo inseguimento. O’pazzo non ha fatto altro che tirare il gas e prendere il volo sui tetti tra gli applausi di una Napoli che, in parte, è ancora la sua. Non l’avete preso e, stavolta, non lo prenderete più.

Chiara GRAZIANI   Roma  22 Dicembre 2025