di Stefania MACIOCE
Settimia Maffei Marini mosaicista nella Roma di primo Ottocento
Il micromosaico, chiamato anche mosaico minuto o mosaico in miniatura o mosaico filato, è una tecnica di produzione del mosaico, presentata per la prima volta a Roma nell’Anno Santo 1775, nella bottega del mosaicista Giacomo Raffaelli.
Entrato nel fiorente commercio romano del souvenir, il micromosaico incantò gli stranieri, in visita in Italia per i Grand Tour attirando i collezionisti più esigenti poiché l’originale tecnica conservava del mosaico la semplificazione del disegno, il forte contrasto dei colori e il gusto per la decorazione assai meno soggetta a deterioramento rispetto ad altre tecniche. La preziosa arte del micromosaico, applicata su mobili, camini, e oggetti di oreficeria riproduce in piccolo anche dipinti celeberrimi attraverso l’applicazione di minuscole tessere in smalti filati dalle dimensioni millimetriche, la vibrazione del colore, al pari di un pennello, permette di replicare anche dipinti celebri.
Sebbene indagata da alcuni studi e portata alla ribalta con la mostra del 2016, tenutasi al Museo Napoleonico di Roma, queta speciale tecnica si arricchisce ora di un nuovo studio condotto da Maria Grazia Branchetti sulla figura di Settimia Maffei Marini mosaicista romana vissuta tra il 1778 e il 1822.
Nata da Francesco Maffei computista generale della Congregazione degli sgravi e Buon Governo e da Pomelia Galosi, Settimia nel 1804 sposò Luigi Marini, uomo di talento, dal quale ebbe quattro figli dei quali, due morirono poco dopo la nascita e, un terzo, Pietro, a dodici anni per una malattia improvvisa. Settimia non riuscì a sostener la perdita di Pietro e si ammalò a sua volta, colpita da un morbo che i medici non riuscirono a diagnosticare. Dopo un mese seguì il fanciullo nella tomba. Fu sepolta nella chiesa di S. Maria in Ara Coeli (cappella Marini Clarelli dedicata a S. Michele Arcangelo) in un monumentale sepolcro progettato e realizzato da Alessandro Massimiliano Laboureur. Nella lapide che la ricorda si legge che fu socia dell’Accademia di San Luca per l’abilità nell’arte del mosaico. Il marito Luigi Marini (Roma 21 marzo 1778 – agosto 1838), sposò in seconde nozze Barbara Clarelli dei marchesi di Vacone. Malgrado il solenne monumento, il prestigioso titolo accademico, l’appartenenza ad un distinto rango sociale, di Settimia è svanito lentamente il ricordo, fino all’oblio più totale.
Maria Grazia Branchetti la riporta ora alla luce, restituendole il respiro in un libro che si legge come un romanzo ma che ha tutte le caratteristiche di un saggio storico. L’autrice si è avvalsa di un’ampia documentazione, in gran parte inedita, per ricostruire il profilo umano e artistico di una donna al contempo mite e determinata, aspetti opposti del suo carattere, responsabili, alla pari, dei suoi successi e delle sue sconfitte.m Nella parte di genere narrativo l’autrice presenta la protagonista come figlia, moglie, madre, artista alle prese con situazioni determinate da eventi storici epocali e da esperienze personali. Il libro si apre con la scena dell’artista sola nel suo studio, intenta al lavoro, impegnata in gesti che nascono da grande perizia e attraverso i quali millimetriche tessere policrome di smalto creano microcosmi gentili, ispirati al mito e alla natura. Il passo narrativo conduce il lettore non davanti ma dentro a un’immagine.
Dalle pagine del libro
Nella Roma di primo Ottocento Settimia studia le discipline del disegno e le pratica con successo. Si specializza nel mosaico in piccolo in smalti filati, oggi noto come micromosaico. Affronta pregiudizi e diffidenze perché si avventura in un campo tradizionalmente praticato da uomini. Segue la sua inclinazione naturale credendo nella parità che viene dall’ingegno e ottiene il massimo dei riconoscimenti con la nomina a socia d’onore dell’Accademia di San Luca. Si sposa con Luigi Marini dal quale ha quattro figli, due perduti poco dopo la nascita. Il consorte, dotato di grande talento, percorre una splendida carriera nella pubblica amministrazione, è membro di numerose Accademie, acquista meriti e onorificenze come studioso di storia dell’architettura militare e, dopo la Restaurazione, è nominato direttore della Cancelleria del Censo. Insieme, i coniugi, vivono gli anni turbolenti delle due occupazioni francesi della capitale pontificia.
Settimia giunge alla fama con una veduta dei Templi di Paestum realizzata nel formato stretto e lungo adatto a ornare cornici di camino.
Non è la prima a cimentarsi con l’ampio paesaggio archeologico della Valle del Sele ma lo è per la scelta del modello iconografico di riferimento. Prima di lei il micromosaico ha trattato il soggetto riproducendo opere pittoriche prevalentemente di genere paesaggistico. La sua versione si basa, al contrario, sulla veduta di carattere topografico incisa da Francesco Bartolozzi nel 1760-64 e inserita dall’archeologo Paolo Antonio Paoli nel volume Rovine della città di Pesto pubblicato nel 1784.
Il Bartolozzi si è mosso con spirito scientifico per registrare uno scenario reale in cui rovine e paesaggio mantengono la loro identità. La Maffei realizza un capolavoro che è una delle sue poche opere pervenute, oltretutto nella cornice originale, intagliata dal celebre Bartolomeo Carnini.
Il successo conseguito con la veduta dei templi pestani si ripete poi con la realizzazione di un desco raffigurante al centro Giove in trono e nella fascia perimetrale i dodici segni dello Zodiaco. Anche in questo caso i modelli sono cercarti nel repertorio classico e in pubblicazioni specialistiche di grande attualità quali la Galerie mythologique di Aubin Louis-Millin. Lo studio che accompagna le scelte consente all’artista di muoversi in modo originale in un contesto in cui la concorrenza è altissima.
Terminato il desco Settimia compie un passo mai prima tentato da altri: la traduzione in mosaico in piccolo dell’Ultima Cena di Leonardo da Vinci in un formato di circa 56 x 110 centimetri; un’impresa ritenuta di una difficoltà tale da scoraggiare anche il più animoso e valente animo. Organizza un laboratorio composto da due collaboratori, Gherardo Volponi, mosaicista dello Studio del mosaico vaticano e Francesco Fantuzzi. Costi, tempi, materiali, suddivisione delle parti di lavoro, sono aspetti tutti meticolosamente registrati in fogli di conti. Il quadro sarà acquistato nel gennaio del 1847 per 3000 scudi da Lord William Ward, primo conte di Dudley, insieme a due pilastrini per camino con ornato in mosaico raffigurante due vasi etruschi con gruppi di tigri e capre e guida di pampani eseguito da Gherardo Volponi. Della copia della Cena si è persa traccia; i due pilastrini sono probabilmente identificabili con quelli oggi al Victoria and Albert Museum (Collezione Gilbert).
La lavorazione della copia vinciana è avviata nel febbraio del 1819 e prosegue con continuità fino all’estate del 1822. A questa data si può ritenere pressoché conclusa. La superficie di tessere strettamente congiunte presenta irregolarità che saranno eliminate con la levigatura finale. Le lacune da completare riguardano l‘abito di N.S. Gesù Cristo e alcune carnagioni. Quella superficie che racconta di giornate trascorse a filare smalti, scegliere colori, fare e disfare, suscita soddisfazione ma anche una sensazione di leggerezza: l’estate romana concede giornate piene di luce e il giardino di palazzo Pio, in largo del Biscione, dove Settimia lavora e vive con il consorte e i figli, Marina di sedici anni e Pietro di dodici, regala ore di quiete, profumi di rose, frutti dolci. Inaspettatamente la quiete è interrotta da una malattia che colpisce il giovanissimo Pietro, il quale muore nonostante tutti i tentativi di trovare un rimedio. Dopo la morte del piccolo, Settimia non ha più vita, cade in una sorta di deliquio e sopravvive al figlio soltanto un mese. I migliori medici che si sono avvicendati al suo capezzale vogliono saperne di più e procedono ad un esame autoptico dal quale rilevano che nessun organo risulta alterato. Non resta loro che concludere per un decesso causato da una febbre nervosa (il referto si legge nell’appendice del volume). Nella chiesa dell’Ara Coeli Settimia troverà la sua ultima dimora, accanto al figlio Pietro. Dei primi mesi di vedovanza di Luigi Marini è testimone Giacomo Leopardi.
Il volume comprende una sezione di catalogo con schede dedicate alle opere della Maffei e una selezione di capolavori in micromosaico firmati da maestri con i quali Settimia ebbe relazioni se non di alunnato, certamente professionali. Nel rispetto dei criteri di una pubblicazione di carattere scientifico sono gli apparati comprendenti, oltre alla trascrizione di un nutrito numero di fonti documentarie, l’indice dei nomi e la bibliografia.
Stefania MACIOCE Roma 21 Dicembre 2025


