di Nica FIORI
Lo scorso novembre è stato dato ampio risalto alla notizia della riapertura, dopo 50 anni di chiusura, della chiesa romana di Santa Caterina dei Funari.
Ciò è stato possibile grazie all’impegno dell’ASP – Istituto Romano di San Michele, che ha messo in sicurezza la struttura, rinnovato l’impianto elettrico con climatizzazione, con un nuovo allarme e un nuovo sistema di illuminazione che mette in risalto le opere ospitate nella chiesa, tra cui alcuni dipinti dei più grandi maestri del tardo Rinascimento. Ma, come spesso accade, la chiesa non è stata realmente visitabile e soltanto il 10 febbraio è stato finalmente stabilito un orario di apertura stabile e gratuito tre giorni a settimana: il martedì, il giovedì e il sabato dalle ore 10,30 alle 16,30.

Parliamo di una rettoria del rione Sant’Angelo, in un’area che in epoca romana era occupata da edifici monumentali e che in seguito ha visto l’insediamento di abitazioni, laboratori artigianali, una calcara e la chiesa altomedievale Sancta Maria dominae Rosae, detta anche in castro aureo, perché eretta sulle rovine del Castrum Aureum, all’epoca ritenuto a torto il Circo Flaminio, mentre in realtà si trattava del Teatro di Balbo.
Nel 1534 Paolo III concesse la struttura a Ignazio di Loyola, che vi fondò il Conservatorio di Santa Caterina della Rosa (conosciuto anche come Confraternita delle vergini miserabili pericolanti) con lo scopo di accogliere e istruire le fanciulle povere, per lo più figlie di prostitute, per facilitarne il matrimonio con uomini selezionati o avviarle al convento, sottraendole così al pericolo di dedicarsi alla prostituzione. Tra il 1560 e il 1564 la chiesa venne completamente ricostruita grazie alla munificenza del cardinale Federico Cesi e dedicata a santa Caterina d’Alessandria. L’annesso e retrostante monastero venne demolito nel 1940 con l’idea di ricostruirlo, ma l’area restò in abbandono fino a quando importanti scavi archeologici, avviati nel 1981 dalla Soprintendenza archeologica, hanno riportato alla luce la Crypta Balbi.

Prima di soffermarci sulla chiesa, è opportuno conoscere qualcosa della santa titolare, Caterina d’Alessandria, che è la protettrice di diverse categorie di lavoratori, tra cui i “funari”, ovvero i fabbricanti di cordami, che danno il nome alla via sulla quale sorge l’edificio sacro.
Della sua vita si sa poco, ed è difficile distinguere la realtà storica dalle leggende popolari, perché le fonti più antiche risalgono al VI – VII secolo. C’è anche chi ne ha messo in dubbio la reale esistenza, anche se si tratta di una delle martiri più venerate, il cui corpo si conserva nell’antico monastero di Santa Caterina, nel Sinai.
Il suo nome deriva dal greco katharós, che vuol dire “puro”, e pertanto ben si addice alla storia di una fanciulla cristiana che preferì conservare la propria verginità e affrontare il martirio, che secondo la tradizione sarebbe avvenuto il 25 novembre del 305, sotto l’imperatore Massimino Daia, ad Alessandria d’Egitto.
Iacopo da Varazze nella sua Legenda Aurea (XIII secolo) riferisce che Caterina era l’unica figlia di re Costo, bella ed erudita, e che aveva rifiutato di sacrificare agli idoli e di sposare l’imperatore Massenzio perché cristiana e votata a Gesù Cristo, suo unico sposo. Uno dei motivi iconografici più frequenti della santa, in effetti, è quello del “matrimonio mistico” con Gesù, che la vede inginocchiata davanti alla Madonna e al Bambin Gesù, che le infila un anello al dito.
L’imperatore, per convincere la giovane ad abiurare la sua fede, aveva mandato a chiamare gli uomini più sapienti (ben 50 tra retori e filosofi), ma lei aveva dissertato talmente bene da riuscire a convertirli, scatenando l’ira dell’imperatore, che li condannò al rogo. Caterina, invece, fu chiusa in un carcere al buio e lasciata senza cibo per 12 giorni, ma una colomba mandata da Dio la nutrì. Massenzio allora decise di giustiziarla col supplizio delle ruote dentate, ragion per cui la ruota diventa il suo attributo più tipico e a Roma dà il nome alla chiesa di Santa Caterina della Rota.

Sempre secondo la Legenda Aurea l’intervento divino spezzò la macchina della tortura e Caterina rimase illesa, ma alla fine fu decapitata con una spada, che diventerà un altro dei suoi attributi iconografici, insieme alla palma del martirio e alla corona, che testimonia la sua nobiltà di nascita. Al momento della morte, dal suo collo sarebbe sgorgato del latte, motivo per cui la santa veniva invocata dalle nutrici, mentre gli strumenti del suo martirio furono associati ad alcune attività artigianali, come i cardatori e i fabbricanti di funi, le sarte e le modiste. La sua capacità oratoria, inoltre, l’ha resa protettrice dei filosofi, oratori e sapienti.

Si ritiene che il nome dell’imperatore Massenzio sia da attribuire a un errore di trascrizione, anche secondo lo stesso Iacopo da Varazze, perché, se il martirio avvenne nel 305, l’imperatore è da identificare in Massimino Daia, che in quell’anno tenne grandi festeggiamenti in proprio onore ad Alessandria, essendo stato proclamato “Cesare” per l’Oriente nell’ambito della tetrarchia. Caterina si sarebbe presentata a palazzo nel bel mezzo dei festeggiamenti, nel corso dei quali si celebravano riti pagani con sacrifici di animali e accadeva anche che molti cristiani, per paura delle persecuzioni, accettassero di adorare gli dei. Caterina rifiutò i sacrifici e chiese all’imperatore di riconoscere Gesù Cristo come Redentore dell’umanità, argomentando il suo invito con profondità filosofica, ma sarebbe stata martirizzata.
La riapertura della chiesa è avvenuta nel giorno della sua festa, il 25 novembre, in concomitanza con la “Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne”, per sottolineare un simbolico legame tra memoria, spiritualità e la triste attualità dei femminicidi.
Gli amanti dell’arte troveranno più di un motivo per visitarla, a partire dal capolavoro forse più noto, la pala di Annibale Carracci eseguita nel 1599 e collocata nella cappella Bombasi (la prima sulla destra). Raffigura Santa Margherita, la cui immagine è ripresa dalla Caterina della Madonna di San Luca, datata 1592, da lui realizzata per il duomo di Reggio Emilia e attualmente al Louvre. All’artista bastò togliere dal prototipo la ruota e la corona e aggiungere la testa del dragone sotto il piede per trasformarla in Margherita di Antiochia, anche lei vergine e martire (morta nel 307), che secondo la tradizione venne rinchiusa in una prigione senza luce, dove le apparve il demonio sotto le fattezze di un drago, che cercò di divorarla e che lei riuscì ad abbattere col semplice segno della croce. Annibale Carracci, che proprio tra Roma e Bologna elaborò uno stile capace di fondere naturalismo e classicità, inserisce la figura della santa in uno splendido paesaggio con un’ara (con l’iscrizione sursum corda, cioè “in alto i cuori”), alla quale Margherita si appoggia, mentre col dito indica il cielo. La pala è completata da una cimasa, con al centro l’Incoronazione della Vergine, dello stesso Annibale.

Pare che Caravaggio, rimirando questa pala, “ci moriva sopra”, come riferisce Francesco Albani in una lettera a Girolamo Bonini. Anche Giovan Pietro Bellori racconta a sua volta che, quando venne collocato il quadro sull’altare, accorsero diversi pittori e Michel Angelo da Caravaggio, dopo essersi fermato lungamente a guardarlo, si volse verso gli altri e disse: “Mi rallegro che al mio tempo veggo pure un pittore”.
Oltre a questo ricordo, è certamente affascinante l’architettura della chiesa, una delle più riuscite della Roma della Controriforma, dovuta al fiorentino Guidetto Guidetti (morto a Roma nel 1564). L’esterno è caratterizzato da una bella facciata tardorinascimentale in travertino a due ordini di paraste corinzie (nel fregio del primo ordine si legge la firma Guideto de Guideti) e da un singolare campanile costruito su una preesistente torre medievale. L’interno, a navata unica senza transetto e con una semplice volta a botte, presenta sei cappelle absidate (tre per lato, una delle quali adibita a entrata laterale), scandite da un ritmo serrato di lesene ed elegantemente ornate da stucchi nei peducci degli archi. Nelle decorazioni in stucco si nota un manierismo sviluppato, che nella prima cappella a sinistra appare già barocco.

Nel pavimento prospiciente la terza cappella a sinistra sono inserite cinque lastre sepolcrali in marmo bianco con stemmi in bassorilievo della famiglia de Torres cui apparteneva la cappella. Vicino all’entrata laterale ci colpisce, invece, la presenza di una stele funeraria del II secolo d.C. con la raffigurazione di un uomo che regge le redini di due cavalli.


Nella rettangolare Cappella Cesi (presbiterio) è collocata sull’altare la Gloria della santa titolare, dipinta a olio nel 1760 dal senese Giovanni Sorbi, in sostituzione di quella originale, mentre ai lati sono le storie della santa realizzate ad affresco da Federico Zuccari (1540-1609): a sinistra La Disputa con i Sapienti (vi si legge la data 1572) e a destra Il Martirio di Santa Caterina, ovvero la sua decapitazione (v. foto 4). Sulle stesse pareti sono stati dipinti putti e figure di santi da Raffaellino da Reggio (1550- 1578).


Pure alla storia della santa si riferisce l’affresco settecentesco di Alessandro d’Elia nella grande lunetta che chiude la parete di fondo, raffigurante il Trasporto del corpo di Santa Caterina: corpo che secondo la leggenda sarebbe stato portato dagli angeli da Alessandria alle pendici del monte Horeb (Sinai).
Nella Cappella Ruiz (la seconda a destra di chi entra), progettata dal Vignola, spiccano i dipinti di Girolamo Muziano (1528-1592), tra i maggiori rappresentanti della pittura della Controriforma: al centro è l’imponente Deposizione, con il corpo di Cristo disposto trasversalmente, compianto da diverse figure, tra cui la Maddalena in primo piano; alla sua sinistra è collocata la Guarigione del cieco e a destra la Guarigione del paralitico alla piscina di Bethesda, tutti realizzati a olio su ardesia secondo una tecnica tipica di quegli anni (reinventata da Sebastiano del Piombo, basandosi sugli scritti di Plinio). I pilastri perimetrali sono, invece, dipinti da Federico Zuccari e risalgono al 1571.

Un altro celebre pittore è Marcello Venusti (1512-1579), collaboratore di Michelangelo e interprete del suo linguaggio, cui si devono i dipinti, pure a olio su ardesia, della Cappella de Torres, la terza a sinistra di chi entra. Al centro è raffigurato San Giovanni Battista, coperto in parte da una pelle animalesca e un manto rosso, a sinistra il Battesimo di Cristo e a destra La decollazione del Battista. Nell’altare ci sorprende particolarmente la presenza di due figure femminili a seno nudo e il corpo in basso arricciato in una voluta, che affiancano l’austera figura del Battista.

Sempre al Venusti è attribuita l’Annunciazione della Cappella Canuti (la prima a sinistra), le cui tele laterali dell’inizio del XVII secolo (Sant’Agostino e Sant’Andrea), come pure gli affreschi del catino, sono di Girolamo Nanni, detto il Poco e Buono.

Ricordiamo pure Scipione Pulzone (1544-1598), autore dell’Assunzione di Maria (olio su tela) nella Cappella Solano della Vetera (la terza sulla destra); in questa cappella sulla parete sinistra è raffigurata con i suoi tipici attributi Santa Caterina d’Alessandria e sulla destra Santa Lucia: opere a olio attribuite a Giovanni Zanna, detto il Pizzica. Questa cappella, progettata dall’architetto bolognese Ottaviano Nonni detto il Mascarino, presenta nel prospetto, sopra l’arco di separazione con la navata, una decorazione in stucco dipinto raffigurante due Sibille contrapposte, quella di sinistra con il volto giovane, quella di destra con il volto da vecchia.


L’impressione è che le pitture e le decorazioni delle diverse cappelle costituiscano un insieme armonico di grande bellezza, nel quale le istanze spirituali si fondono con una raffinata ricerca artistica, rendendo la chiesa un vero scrigno di tesori.
Nica FIORI Roma 1 Marzo 2026
