Risarcimento per Eugene Berman, l’artista pietroburghese romanizzato tra i più grandi del Novecento, nell’ultimo libro di Monica Cardarelli con un’intervista inedita.

redazione

Intervista a Monica Cardarelli sulla sua ultima pubblicazione:

Le parole di Eugene Berman. L’intervista inedita a Paul Cummings. Vita, Opere, Ricordi

Tu hai praticamente riscoperto Eugene Berman. Hai riportato alla luce decine e decine di quadri, migliaia di disegni e album, che nessuno aveva mai visto prima. I tuoi due volumi (Eugene Berman. Il Tesoro di Civita Castellana. Roma 2024) costituiscono l’integrale catalogazione di tutte le opere di Berman che sono depositate nel Forte Sangallo di Civita Castellana. Un lavoro ciclopico, credo un caso unico nella storia delle catalogazioni museali quello di una ricercatrice indipendente che si fa carico da sola di un tale immenso lavoro! Infine, hai curato, insieme alla sovrintendenza, una mostra che tocca tutti gli ambiti dell’opera dell’artista, la pittura, il teatro, l’illustrazione, la fotografia, raccontando con dovizia di particolari – e con l’inedito testamento dell’artista alla mano, che tu stessa hai scovato nell’archivio notarile di Roma, –  tutta la vicenda della sua collezione. Avrei detto che non c’era più molto da fare, o dire, e invece ora pubblichi  un nuovo libro sull’artista. Ancora una volta si tratta di un documento completamente inedito. Ci vuoi dire di cosa si tratta?

-Vorrei fare una premessa. Quando furono pubblicati i miei due volumi su Berman, mi venne chiesto di scrivere una biografia dell’artista. Ma questa praticamente l’ho già scritta nel primo volume de Il Tesoro di Civita Castellana. Così ho pensato che sarebbe stato certamente molto più interessante per tutti poter leggere la sua vita raccontata da lui stesso. Questo libro infatti traduce e trascrive dall’inglese all’italiano, l’intervista che l’artista rilasciò a Paul Cummings, (storico dell’arte, curatore e editore americano) registrata su nastro a pochi mesi dalla morte, nel 1972. Si tratta di una vera e propria autobiografia, ovviamente integrata e commentata da numerose note che spiegano i fatti e i personaggi di cui l’artista parla.

Dove l’hai scovata?

-Avevo trovato questa registrazione sin dall’inizio dei miei studi su Eugene Berman, tra il 2018 e il 2019, negli archivi dello Smithsonian Institute. Confesso di essermi commossa nell’udire, anche se malissimo, la voce dell’artista. Poi però non ho avuto pace fino al momento in cui, (dopo averne ottenuto formale autorizzazione), ho potuto ripulire il nastro da tutti i rumori e da tutte le interferenze, e ascoltare finalmente la vera voce di Eugene Berman. Una voce pacata, tranquilla, in perfetta armonia con la sua riservatezza, la sua timidezza, ma anche con la sua fermezza di idee e sentimenti. Ne emerge una personalità straordinaria, quella di un uomo che, nonostante i successi e la brillante carriera artistica, non ha assunto pose, conservando al contrario una disarmante semplicità e un poetico candore, così come costante rimane la sua sincera ammirazione per i grandi maestri del passato e per i pochi a lui contemporanei, de Chirico su tutti.

Dove è stata fatta questa intervista?

Berman a Palazzo Doria Pamphilj

-Prima a New York e poi a Roma in Palazzo Doria Pamphilj, dove l’artista aveva affittato ben due appartamenti su due livelli, perché vi trovasse spazio la sua immensa collezione di cose archeologiche ed etnografiche, oltre a tutte le sue opere, e quelle dei suoi amici artisti, che ricoprivano le pareti da cima a fondo, tanto che pare dormisse su una branda pur di non rubare spazio al suo privato museo.

Perché era importante pubblicare questa intervista?

-Perché è mia ferma convinzione che la voce, le parole degli artisti, abbiano la precedenza assoluta su qualsiasi interpretazione dei critici e storici dell’arte. Perché è importante apprendere direttamente dagli artisti quale sia stata la loro vita, le influenze che hanno condizionato il loro sviluppo e i veri pensieri che hanno ispirato le loro opere. È importante ascoltare gli artisti direttamente, sia per quello che dicono, sia per quello che scelgono di non dire, anche le omissioni vanno infatti meditate. Le interpretazioni sono spesso un tradimento, a volte una semplice descrizione delle fantasie che gli interpreti proiettano sulla figura dell’artista, specie quando l’artista è morto e non ha la possibilità di replicare. Non dico che l’inconscio non esista, o che a volte gli artisti inconsapevolmente non facciano più di quel che pensano di fare.

Alla luce delle tue ricerche ritieni che Eugene Berman meritava di essere riscoperto?

-Sono passati ormai tanti anni da quando è stato coniato il neologismo post-moderno, lui lo è stato prima di tutti gli altri, esattamente come lo fu de Chirico, che era andato a cercare nell’arte italiana del passato nuove ispirazioni per un’arte moderna, che potesse parlare agli occhi e al cuore delle persone. Certo Berman non è stato futurista né cubista, ma di sicuro è stato anche metafisico, anche surrealista, seppure, queste etichette non bastano a definire la speciale poesia della sua arte. Se però guardiamo le Piazze d’Italia di de Chirico e le opere di Dalì degli anni Venti e Trenta constatiamo che Berman percorre una strada parallela a questi due grandi maestri, seguendo tuttavia una formula e una poetica tutta sua, in cui l’amore per la prospettiva e l’architettura lo portarono anche, naturalmente, a diventare il grande scenografo che è stato.

In che misura la sua cultura, le sue radici ebraiche hanno influito sulla sua arte?

-C’è un punto molto toccante dell’intervista, quando il giovane intervistatore americano, che non ha vissuto direttamente la guerra, chiede a Berman come egli sia stato capace di emigrare così prontamente in America, visto che lui ebreo apolide sarebbe finito probabilmente, con la conquista nazista della Francia, nel baratro dell’obliterazione. Berman risponde con una sola frase: “La scritta sul muro”. Bisogna conoscere almeno Rembrandt, se non la Bibbia a menadito per ricordarsi il Mane Tekel Phares  del Banchetto di Baldassarre, che la mano di Dio scrive sulla parete della sala. Gli indizi della futura deportazione degli ebrei di Francia erano già allora nell’antisemitismo che permeava la società francese, prima ancora che arrivassero i carnefici tedeschi.

Anatole Shaikevitch, cugino di Eugene

Detto questo, Berman era un ebreo laico, in Russia perfettamente russificato, ciò che lo caratterizza è il suo cosmopolitismo. La sua capacità di adattarsi a culture diverse, a lingue diverse, come quella francese e quella americana, con estrema facilità. Eppure, Berman ha sviluppato una sua religione personale, un suo mito della terra promessa, e questa terra promessa è stata l’Italia. Il paese della bellezza naturale e della bellezza artistica che a questa natura si è saputa adattare tanto meravigliosamente. Solo in Italia Eugene Berman sentì di essere tornato veramente a casa

Perché l’Italia? Perché Roma?

-Quando Berman parla della società di San Pietroburgo prima della Rivoluzione, dice chiaramente che la maggior parte delle persone colte e agiate erano italofile: viaggiavano in Italia, risiedevano in Italia, ammiravano e studiavano l’architettura italiana del passato, spesso parlavano italiano. La Francia era soprattutto per quegli Arciduchi e Principi che spendevano fortune Chez Maxime. Berman imparò ad amare l’Italia, già studiando e ammirando le architetture degli italiani a San Pietroburgo, il suo grande desiderio era recarsi alla fonte del classicismo palladiano, a Verona, a Vicenza, a visitare le ville sul Brenta.

Il mitico appartamento a San Pietroburgo del fratellastro e cugino Anatole Shaikevitch, con le sue collezioni e i suoi mobili antichi, era percepito come un palazzo veneziano che solo per caso si affacciava sulla Neva anziché sul Canal Grande. Dai capricci di Guardi e Canaletto fu facile passare ad un totalizzante amore per tutte le rovine antiche di tutta Italia, rinnovato soggetto del pittoresco, fin oltre la punta dello Stivale, anche in Sicilia. Roma era al centro di tutto questo, ed era insieme, antica e barocca. Ed era – quando Berman vi si stabilì – la città della Dolce Vita, una vita che non costava molto a chi percepiva il suo reddito soprattutto in dollari.

E la Francia?

-Berman ha vissuto a San Pietroburgo assaporando tutti i fermenti artistici che sono poi sfociati nell’avanguardia sovietica. Nel 1919 raggiunse la sua famiglia, che si era stabilita a Parigi. La sua educazione artistica è a Parigi presso l’Académie Ranson, dove insegnavano gli ormai anziani membri del gruppo dei Nabis: Vuillard, Bonnard, Vallotton, Serusier ed altri. Parigi però era soprattutto la nuova patria di Diaghilev e dei suoi Ballets Russes, che lo avevano appassionato sin da bambino. Non dobbiamo scordarci che Diaghilev ha operato il più straordinario e influente trapianto culturale del Novecento europeo. Berman racconta di non essersi mai perso un solo balletto della compagnia. Quando però Berman viaggerà per la prima volta in Italia, nel 1922, pur nella felicità di ritrovare qui la sua patria artistica sognata, non vede nell’Italia moderna nessuna vita artistica degna di nota, a parte de Chirico: è dunque ben contento di vivere al meglio in due mondi diversi: in estate l’Italia con il suo impareggiabile passato e il resto dell’anno a Parigi, con la sua ininterrotta girandola di spettacoli, concerti e mostre d’arte contemporanea.

In cosa consiste l’originalità di Berman?

-L’arte di Berman è l’arte di rendere presente il passato, senza che questo appaia vecchio. I suoi dipinti sono uno spazio metafisico dove le architetture, reinventate e non copiate dall’artista, parlano agli occhi non solo di nostalgia e del senso di ciò che del passato è perduto, ma anche di un futuro dove le rovine nel paesaggio potrebbero essere quelle della nostra stessa civiltà. Queste architetture e queste prospettive, che collocano Berman tra le Piazze d’Italia di de Chirico e gli alti orizzonti delle allucinate visioni desertiche di Dalì, non potevano non trovare naturale sbocco e sviluppo in quell’arte in cui Berman doveva diventare maestro assoluto: quella della scenografia teatrale. Per circa quarant’anni, dal 1936 alla morte, Berman è stato un protagonista assoluto e tra i più originali della scenografia e nell’arte di disegnare i costumi, tanto in America quanto in Europa.

Eugene-Berman Bozzetto per scenografia Imperial Ballet 1952 china e acquerello su carta cm 215×305

In questo era torrenziale, non gli bastava disegnare i bozzetti per uno spettacolo, ne disegnava varianti a decine se non quando a centinaia. Egli seguiva tutto il lavoro teatrale, dal progetto alla pittura diretta dei fondali, curando ogni più piccolo dettaglio. Una maestria in cui egli stesso era cosciente di essere uno degli ultimi interpreti.

Cosa racconta Berman rispetto a tutto il periodo storico a lui contemporaneo?

-Eugene Berman ha avuto il privilegio di conoscere personalmente tutti i protagonisti del mondo dell’arte della sua epoca, tanto in Russia quanto in Europa e in America: pittori, collezionisti, scrittori, poeti, ballerini, musicisti. Con alcuni di essi strinse un’amicizia che durò per tutta la vita, come nel caso di Christian Bèrard, Stravinskij, Balanchine, Max Ernst.

Eugene Berman Apollo e Dafne 1970-72, olio su tela cm 652×778

Con altri l’amicizia si interruppe improvvisamente, come per esempio con la nota scrittrice e collezionista americana Gertrude Stein, che in un primo tempo si infatuò di Berman e della sua arte, salvo poi raffreddarsi improvvisamente quando Berman si dichiarò candidamente, ma fermamente incapace di apprezzare la grandezza della sua prosa, che lei riteneva essere la punta di lancia dell’avanguardia letteraria contemporanea.

Per concludere un bilancio: ti chiedo cioè quanto questa tua attività di ricerca e di studio abbia contribuito e comunque possa contribuire a ‘risarcire’ un grande artista fino ad oggi sottodimensionato e – se ci sono state- quali difficoltà o delusioni hai dovuto subire in questo tuo percorso.

La prima causa-effetto delle mie ricerche e pubblicazioni è stata quella di riportare alla luce l’opera dell’artista, nascosta al buio per più di cinquant’anni, insieme alla sua vasta collezione di antichità e reperti etnografici, in due celle del Forte Sangallo di Civita Castellana. Un insieme unico, lasciato allo Stato italiano con la clausola, non rispettata, che esso conservasse,

“l’intera collezione INTATTA, ACCESSIBILE AL PUBBLICO, e DEBITAMENTE CONSERVATA, ESPOSTA e SISTEMATA”,

come appunto recita il testamento dell’artista.

Eugene Berman Bozzetto per scenografia balletto 1955 china e biacca su carta cm-203×235-

La seconda è stata quella di restaurare la reputazione di uno straordinario pittore, la cui opera  si inserisce perfettamente tra Metafisica di de Chirico e Surrealismo alla Dalì. Di un artista che attraverso le sue opere, che celebrano la memoria antica dell’Italia, l’ha saputa trasformare in una vera e propria categoria dell’arte moderna.

3. La terza è stata quella di ricostruire il trionfale percorso di un grande scenografo e costumista, che ha saputo adattare al suo tempo tutta la tradizione figurativa, architettonica e teatrale, grazie alla sua speciale capacità di riproporre il passato nel presente. Una capacità questa che andrebbe meditata e usata come  contravveleno dopo la babele di reinterpretazioni, rivisitazioni, moralizzazioni politicamente corrette e ridicole distopie,  che hanno trasformato teatro, opera e balletto in un “guazzabuglio moderno”, come dice il Mago Merlino di Walt Disney al giovane re Artù, tornando da uno dei suoi magici viaggi nel futuro.

Spero di aver gettato i semi per una futura grande mostra di Berman, che possa finalmente presentare il meglio della sua produzione in una prospettiva storica corretta e comprensibile. Per questo c’è ancora molto da fare. E perciò, come vedi, le mie maniche sono ancora rimboccate.

P d L  Roma 29 Luglio 2025