“Rifare il mondo. Le età dell’avanguardia”, il libro di Vincenzo Trione “dove ancora brucia la voglia di rifare il mondo”.

di Marco FIORAMANTI

Vincenzo Trione

Rifare il mondo. Le età dell’avanguardia

Einaudi 2025 pp.562 – € 34,00

Copertina

LA VERSIONE DI TRIONE E L’AVANGUARDIA POSTUMA

Vincenzo Trione
Il faut être absolument moderne.

Arthur Rimbaud

La dichiarazione d’intenti riportata nell’area introduttiva del libro – titolata Eserghi a pag. XI – è chiara fin dall’inizio e definita dall’autore stesso ‘una piccola ossessione’. Ai tempi del liceo, lo studente Vincenzo Trione – per sua stessa ammissione – era solito ‘spillare’ sul pannello di sughero tutto ciò che colpiva la sua immaginazione (fotografie, ritagli di giornali, aforismi rubati, frasi di libri, di articoli, di interviste, di canzoni trascritte a mano). In modo altrettanto analogo il professor Trione- nell’intenzione di creare una mappa transdisciplinare, “una guida per leggere il presente senza nostalgia, cercando dove ancora brucia la voglia di rifare il mondo” -, a supporto della sua argomentazione, assembla una costellazione di citazioni (42 pagine finali di esponenti di nota, ndr). Con le stesse modalità io faccio entrare l’autore nella sua Macchina del Tempo e accendo i motori verso il Passato attraverso infinite immagini dei territori d’avanguardia uscite come in caleidoscopio dal suo archivio. Insieme a Trione, nell’abitacolo, troviamo i suoi consapevoli “asterischi”, quattro personaggi-guida fondamentali per l’assetto dell’intero saggio/viaggio: Walter Benjamin, Jean Cocteau, David Cronenberg e Francesco Arcangeli.

È ancora possibile, si chiede l’autore, in un’era dominata dal digitale e dal capitale, cambiare il mondo attraverso scintille d’arte contemporanea, quelle che finora siamo stati abituati a chiamare ‘avanguardia’?

Ogni capitolo apre con una scheda che identifica Artisti/Interpreti, Opere, Movimenti, Idee e un’immagine significativa d’apertura.

L’auto-mobile qui proposta – futurista per eccellenza – sfreccia in velocità e con forti accelerazioni a fianco di Marinetti tra pubblicità e nuovi linguaggi, sposta le lancette dell’orologio metafisico di de Chirico e mira a ridisegnare i contorni di una storia possibile. Secondo la visione di Esiodo la prima che incontriamo, in ordine di tempo è l’età dell’oro. L’aurea stirpe che prende vita nella Parigi-inizio secolo con le avanguardie storiche, Futurismo, Dadaismo e Surrealismo, mostra quella forza dirompente (originariamente nata come movimento d’élite) che è stata capace di distruggere i canoni del passato e aprire a un nuovo corso storico.

Qui Trione, come fossimo nelle volte dei cerchi danteschi, prende come suo Virgilio Guillaume Apollinaire: poeta, scrittore, drammaturgo, critico d’arte, in qualche modo stratega-filosofo, intuitivo e visionario di un universo-arte ancora nel suo farsi, e così lo descrive:

Da ‘enchanteur della modernità, Apollinaire ha un istintivo gusto per la sperimentazione; vuole sovvertire gli ordini costituiti; è affascinato dall’ignoto. […] Diviene così uno tra i più attenti interpreti del tempo delle avanguardie. Ne segue le traiettorie impreviste. È sedotto dalle invenzioni dei movimenti che provocano fratture violente nella storia delle forme e sgretolano antiche regole, trasformando l’arte in un evento audace, capace di incider sulla cultura, sulla società, sul costume. (p. 9)
Manifesti

L’Autore mostra gli sforzi (fallimentari) di Apollinaire per convincere Marinetti a far convergere le istanze del Futurismo con quelle del Cubismo sulla reinvenzione delle forme, sul nuovo modo di guardare il mondo – non governato da proporzioni ma da disordine e caos – e sulla rappresentazione sinestetica della realtà (Manifesto dell’Antitradizione, 1913), concetti questi che evidenziano lo sviluppo di tutta l’Arte fino ad oggi.

Giorgio de Chirico, Le Muse inquietanti, 1918

Prossimo ‘casello temporale’ aurifero, quello della Poetica Metafisica: il dialogo tra l’effimero e l’eterno, l’aspetto spettrale della realtà, il mistero, l’universo fantastico, lo sgretolamento delle abitudini. È attraverso lo studio di figure chiave come quella di Giorgio de Chirico – che Trione definisce il “mio” artista – e attraverso il quale evidenzia come l’avanguardia incarni il bisogno di recuperare l’Antico e la Memoria per opporsi agli eccessi della “modernolatria”. Non appartenente a nessun gruppo, cane sciolto, eretico solitario, cultore della bella pittura, de Chirico osserva, riguarda e si sofferma sui miti, da sempre necessari sogni collettivi. Sente la necessità di ripercorrere sentieri già battuti, in fondo è un anti-avanguardista.

“L’Arte anche nelle espressioni più diverse, resta sempre la stessa nella sua essenza, nel corso dei secoli. Un’epoca segue l’altra, gli artisti nascono, muoiono, ne nascono ancora degli altri, ma la fonte eterna non si prosciuga mai, non cambia mai le sostanze del suo getto, poiché è il Genio del Mondo che la fa sgorgare”. (Giorgio de Chirico)

Ma i fasti dell’età aurifera degenerano lentamente verso i tempi, più nefasti, di quella argentea.

Gianfranco Gorgoni, de Chirico e Warhol, New York 1974 Andy Warhol, The Disquieting Muses (da de Chirico), 1982

New York, 1974. Durante un evento mondano Gianfranco Gorgoni immortala la stretta vicinanza dei due padri della Metafisica e della Pop Art. Si allude a un “involontario passaggio di consegne”, il Maestro trasmette all’Allievo la “dottrina” dell’ombra. L’ombra dechirichiana, quell’annunciazione di un evento non precisato, che forse sta per accadere o che non accadrà mai, il senso dell’attesa, di una minaccia, magari di un fantasma.  Comunque sia, quattro anni dopo quell’evento, alla morte del Pictor Optimus, Andy Warhol, frontman della “metafisica industriale”, presenta al pubblico sessantasei versioni delle Shadows e racconta di de Chirico con queste parole:

Mi piace la sua arte e poi quell’idea di ripetere sempre e sempre gli stessi dipinti […] Ha ripetuto le stesse immagini per tutta la vita […] probabilmente è questo che abbiamo in comune… La differenza? Quello che lui ripeteva regolarmente di anno in anno, io lo ripeto lo stesso giorno nello stesso dipinto […] Tutte le mie immagini sono le stesse, benché al contempo siano anche diverse. Cambiano con la luce dei colori, col movimento e lo stato d’animo […] non è la vita stessa una serie di immagini che cambiano nel loro stesso ripetersi?”

 Ma per saper utilizzare il passato glorioso, come nel caso di Warhol, ci vuole genio. Oppure ci si affossa nell’Avanguardia kitsch, quella dell’inautentico, quella del falsificato, e i principali rappresentanti all’insegna dello scandalo facile, dell’immediata reazione emotiva dello spettatore portano i nomi di Damien Hirst, Jeff Koons e Francesco Vezzoli.

Il bisogno di guardarsi allo specchio della menzogna che abbellisce, scrive Milan Kundera.

Jeff Koons, Pluto and Proserpina, 2010-13

Hirst, ex punk, anti-intellettuale, gioca alla caccia al tesoro di reperti archeologici per creare effetti-choc; Koons, provocatore-divo, divinizzatore di souvenirs per un ritorno all’infanzia disneyana, re del marketing in direzione kitsch; Vezzoli lavora tra cinema e classicità, mischia arte colta e arte popolare, archeologia, cinema, scultura per il piacere – suo e del pubblico – del divertimento a oltranza. Tre artisti che condividono artifici e intenzioni, salgono come nani sulle spalle di giganti (i loro padri), ma restano rockstar su scenari di cartone di Ben Hur o di Cleopatra.

“Si realizza così”, scrive Trione, “un’antica profezia di Benjamin: il bisogno di compensare la perdita d’aura dell’opera d’arte e dell’artista sancendo il trionfo del falso incanto della merce”.

La Macchina del Tempo Trioniana corre a spirale sempre più veloce, giù in picchiata verso l’età del bronzo, dove troviamo Hans-Ulrich Obrist che nel 20120 presenta il manifesto EverFUTURE. Lui non è né storico dell’arte né critico né architetto né organizzatore né manager. È un curator (figura camaleontica, tra un attivista, un designer di scenari e un produttore). Pubblica il volume “…dontstopdontstopdontstopdontstop”, un’antologia di testi e conferenze, enciclopedia disomogenea, fatta di interviste, testimonianze intergenerazionali, confronti diretti, segreti, scoop. Si tratta di un Neo-situazionista d’attacco, “flâneur postmoderno” con l’illusione di costruire un’Opera-Mondo, rappresentante di un tempo di crisi, indegno seguace del Vasari.

Il mondo artistico diventa un Artworld fatto di stand di fiere mercantili, le Biennali sono fotocopie l’una dell’altra e pubblico&addetti ai lavori visitano le mostre più che per vederle, per farsi vedere. È la cultura della celebrità, bellezza, direbbe ‘Bogey’ Bogart. Ecco quindi scorrere, a partire dal Duemila, la passerella degli “artivisti” (tra i quali Ai Weiwei, Steyerl e Banksy) i quali, iperattivi, “assimilano l’arte a giornalismo d’inchiesta, fanno appello a presupposti etici condivisibili”e puntano esclusivamente al manufatto. Il marchio ha preso il posto dell’aura, commenta Trione.

Molti indizi ci mostrano la ripresa di stimoli e idee dei movimenti d’avanguardia primonovecenteschi che l’Autore definisce Riaffioramenti: Marinetti è stato recentemente accostato a Elon Musk da un giornalista del Guardian. Analoga

“visionarietà, volontà di potenza, idee ambiziose, slanci bellici, prospettive antidecadenti, furia incendiaria, passione per macchine e tecnologie, gusto per gli eccessi e gli scandali”.

Gehry afferma di aver concepito il Guggenheim di Bilbao prendendo come riferimento lo Sviluppo di una bottiglia nello spazio di Boccioni e Zaha Hadid per il MAXXI di Roma si è richiamata a Balla (Il pugno di Boccioni). Viva la sincerità.

Umberto Boccioni, Sviluppo di una bottiglia nello spazio, 1912 e Giacomo Balla, Il pugno di Boccioni, 1914

I post-dadaisti, cultori del ‘già-fatto’,”non combattono più contro l’accademia, ne sono parte, presentano prodotti inutili che servono soltanto per sedurre il pubblico; i surrealismi, ad esempio, sull’ombra di Max Ernst e Salvador Dalì, li ritroviamo in film come The Elephant Man o nella serie di Twin Peaks.

“L’avanguardia, scrive Trione, nel suo senso originario, appare come un orizzonte sfasciato, i cui detriti riemergono un po’ dappertutto – schegge di bombe inesplose, testimonianze di un istinto espressivo insopprimibile”.

Siamo arrivati solo alla metà del volume, la macchina del Tempo è alla boa del primo millennio. È questo il tempo in cui è il lettore a prendere posto e farsi guidare dall’Autore oltre il tripode dei metalli nobili, nell’età degli eroi, dove l’intera poetica futurista, del “ritorno al futuro” riemerge con evidenza, passerelle cyborg e post-human e nell’età del ferro, quella dei blob, dei writers, dei Tattoo Art, fino agli Snapchat, dove tutto (e niente) è Arte o Avanguardia. Le parole di Cioran sono vangelo:

“Gli istinti si susseguono gli uni agli altri: nulla conferisce loro l’illusione di un contenuto o la parvenza di un significato; si svolgono; il loro corso non è il nostro; prigionieri di una percezione inebetita, li guardiamo passare; il vuoto del cuore dinanzi al vuoto del tempo: due specchi, uno di fronte all’altro, che riflettono la loro assenza, una stessa immagine di nullità”.

L’epilogo non lascia grandi speranze al fallimento di “rifare il mondo”, eppure Trione cita strenui artisti dell’estremo, i quali, consapevoli dell’impotenza, investono strabordanti energie per “una battaglia senza fine”. Buona lettura.

Marco FIORAMANTI  Roma 2 Agosto 2026

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Vincenzo Trione (Sarno, 1972) è professore allo Iulm (Università di comunicazione e lingue), firma del Corriere della Sera, direttore dell’Enciclopedia Treccani dell’Arte Contemporanea, consigliere per l’arte contemporanea del comune di Napoli e curatore della mostra che la Milano olimpica ha dedicato a “Metafisica/Metafisiche”, in previsione alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma.