di Patrizio BASSO BONDINI & Veronica MERLO
Alla dettagliata scheda di Yuri Primarosa sul ritratto del cardinale Antonio Barberini junior, scritta in occasione della mostra “Simone Cantarini (1612-1648). Un giovane maestro tra Pesaro, Bologna e Roma”[1], è da aggiungere la scoperta di un’inedita e interessante provenienza di inizio Novecento del dipinto del Pesarese.
La notizia più antica dell’opera, come è noto, è del 1974, quando parte della collezione del Principe Marcello del Drago (1892-1986) fu proposta in vendita alla Finarte di Roma (7 – 8 maggio). In quell’occasione il dipinto fu presentato con l’attribuzione a Jacob Ferdinand Voet e, a seguito della vendita, l’opera fu dichiarata di interesse culturale da parte dello Stato. Pochi anni dopo, nel 1979, il dipinto fu esposto a Firenze all’undicesima edizione della Biennale della Mostra Mercato Internazionale dell’Antiquariato, tenutasi a Palazzo Strozzi (15 settembre – 7 ottobre)[2]. L’opera fu quindi acquistata dalla proprietà Santilli e conservata dagli eredi fino a quando fu nuovamente proposta in vendita alla Finarte di Roma il 15 settembre 2020, quando fu acquistata, con diritto di prelazione, dalle Gallerie Nazionali di Roma.
Per quanto riguarda la storia attributiva, il dipinto fu assegnato dapprima a Ferdinand Voet, poi riferito alla scuola genovese (Zeri) e a Gian Lorenzo Bernini (Valentino Martinelli 1984 e Lorenza Mochi Onori 1999). Si deve ad Anna Maria Ambrosini Massari (1997) il corretto riferimento al pittore pesarese Simone Cantarini.
In una fotografia d’epoca che ritrae lo studio fiorentino del pittore Augusto Burchi (Firenze, 1853 – 1919), riprodotta nel volume Le stanze dei tesori. Collezionisti e antiquari a Firenze tra Ottocento e Novecento[1], è possibile riconoscere, appoggiato su una poltrona in basso a sinistra, il ritratto del cardinale Antonio Barberini junior (fig.1).

Questa fotografia e un’altra, che riproduce il solo dipinto (fig.2), furono poste a corredo del catalogo della vendita all’asta dei beni del pittore fiorentino, che si svolse dal 10 al 18 marzo 1909[2]. L’opera, riferita nel catalogo a Diego Velasquez, si presentava nell’antica fotografia in uno stato conservativo differente da quello attuale e con una cornice Salvatore Rosa, poi sostituita da quella a cassetta fiorentina del Cinquecento che vediamo oggi (fig.3).


Quel poco che si sa di Augusto Burchi collezionista è possibile desumerlo unicamente dal suo catalogo di vendita che era, dunque, costituito da un gruppo eterogeneo di opere e oggetti d’arte di varie epoche, provenienze e qualità. Oltre al ritratto del cardinale, nel catalogo è illustrato solamente un altro dipinto antico: una Madonna del Rosario attribuita a Fra Bartolomeo della Porta. Ad ogni modo, questa vasta collezione d’arte permette di inserire la figura del pittore-restauratore-collezionista Augusto Burchi – un autodidatta che lavorò come decoratore e restauratore all’inizio della sua attività prevalentemente sotto la direzione di Gaetano Bianchi, uno dei più noti restauratori del tempo a Firenze[1] – nell’eclettico panorama culturale fiorentino a cavallo dei due secoli.
L’antica attribuzione a Velasquez è certamente preziosa, poiché apre ad altri possibili percorsi di ricerca sull’opera in questione, la quale potrebbe così, sotto questo nome, celarsi in inventari antichi e del XIX secolo. È da osservare, ad ogni modo, che il riferimento a Velazquez non è per nulla bizzarro, giacché, scrive recentemente Simone D’ Andola:
“Nell’opera di Simone Cantarini […] confluiscono e si sedimentano tutte le principali istanze culturali del suo tempo, tra cui il classicismo e il naturalismo, per poi riaffiorare trasformandosi in una lingua pittorica nuova, straordinariamente viva, poetica, moderna, talmente moderna che […] in taluni casi essa può gareggiare con quella dello spagnolo Diego Velázquez […]” [1].
Come già accennato, l’antica fotografia documenta lo stato conservativo del ritratto a inizio Novecento e rileva come l’opera, eseguita a olio su carta, prima di essere trasferita su tela, come figura già dalla vendita all’asta Finarte del 1974, fosse applicata su tavola. Inoltre, l’opera presentava numerosi sollevamenti della superficie pittorica, oltre a una spaccatura verticale del foglio corrispondente a una rottura della tavola.
Sul retro del telaio, come già rilevato in sede d’asta nel 2020 e nella recente schedatura di Primarosa, è presente un timbro della Regia Dogana di Firenze (n. 5 del 22 febbraio del 1915), oltre a un’etichetta della ditta di spedizioni Otto & Rosoni di Roma con l’indicazione “312/Sig. Del Drago”. Sebbene non sia noto chi acquistò l’opera nel 1909 all’asta di Burchi, il timbro doganale del 1915 potrebbe indicare una destinazione del dipinto fuori Firenze, verosimilmente a Roma presso il principe Marcello del Drago, allora ventitreenne. La presenza dell’etichetta della ditta di spedizioni Otto & Rosoni di Roma potrebbe invece riferirsi al successivo trasferimento dei beni del principe alla casa d’aste Finarte. La ditta risulta attiva almeno dal 1931 in via Cavour 78-80 ed è documentata dal 1940 al 1972 in piazza di Spagna 33, a pochi passi dal Palazzo Del Drago.
Rimane ora da ricostruire la storia più antica del dipinto, in particolare se faceva parte già ab antiquo delle collezioni Barberini e in questo caso risalire al momento della sua alienazione. Un’ipotesi potrebbe essere che il ritratto abbia seguito la strada di Firenze, dove compare appunto nella collezione di Augusto Burchi, all’indomani dei matrimoni delle sorelle Anna e Maria Luisa Barberini, figlie di Carlo Felice Barberini e nipoti di Francesco principe di Palestrina (1772-1853), con i fratelli Tommaso e Pierfrancesco Corsini, rispettivamente nel 1858 e 1863. Dopo il 1881, infatti, molte opere della collezione, esattamente 3/8, passarono definitivamente nella collezione Corsini di Firenze.
Patrizio BASSO BONDINI & Veronica MERLO, Roma, 14 Settembre 2025
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