di Lisa SCIORTINO
Guttuso ha dedicato molto della sua pittura alle donne, ritratte con forza espressiva e colori vivaci, esaltandone dignità e vitalità, legandole ai ritmi della terra e della famiglia, a gesti quotidiani e rurali, rendendo la figura femminile una metafora della sua terra e della vita stessa, rappresentazione della Sicilia sotto tutti i suoi aspetti di armonia e contrasto. Le ha dato voce elevandola a musa, a soggetto artistico e a veicolo di memoria. Le ‘sue’ donne, pur immerse nella quotidianità, sono simbolo di libertà e sensualità, cariche di forte un’energia vitale che viene fuori dalla pittura d’espressione, dall’uso sapiente del colore nonché dalla rapidità del segno lasciato da china o matita.
Le donne di Guttuso, quelle che sempre ritrae, più che persone fisiche sono personaggi di un mondo privato popolato di figure cui corrispondono precise soluzioni grafiche. Come i pomodori e il tavolo, i cactus e le case, i cocomeri e i canestri, così anche le donne vivono di segni propri e particolari che ne fanno moduli noti e pienamente riconoscibili. Alberto Moravia, considerando i nudi una forma di denuncia della condizione di vita del proletariato agricolo inurbato, dichiarò:
“Le donne di Guttuso sono come i suoi cani famelici (…). L’amore per loro è un breve spasimo tra due stanchezze, una violenza scatenata su una carne difesa e rassegnata”[1].
Con la stagione dell’impegno realista, il nudo era scomparso dalla produzione di Guttuso per essere poi recuperato alla fine degli anni Cinquanta quando la figura femminile diventò dominante in una pittura che ripiegava verso dimensioni più intime e private. Marta Marzotto, musa ispiratrice, diventò così la modella prediletta per i nudi prosperosi che affollarono le opere del maestro negli anni Sessanta e Settanta: donne allo specchio, mollemente sdraiate a terra o su letti disfatti, di schiena o di profilo, intente nelle faccende domestiche o dedite all’amore. Le raffigurazioni di donna degli anni Ottanta, invece, parteciparono dell’allegoria visionaria che proprio in quel momento emergeva nelle altre composizioni di Guttuso, nei grandi formati come nelle nature morte. Il corpo femminile, oggetto di tante sue composizioni partecipate, sensuali, a volte brutali, non trasmetteva più l’erotismo dell’artista ma era diventato la metafora dell’erotismo, più guardato che vissuto, sospeso in una atmosfera che comunicava qualcosa di drammatico. Afferma Guttuso in un’intervista del 1982:
“Col tempo mi sono accorto che c’è tutta una parte che non può essere ‘coperta’ dalla pura visione della realtà come essa si presenta e mi sono reso conto che io stesso, nel mio lavoro, con la mia intenzione ‘realista’, avevo sempre adombrato, senza accorgermene, un elemento misterioso che sfuggiva alla cronaca, all’osservazione”.
Questa pubblicazione offre un nuovo spunto per trattare ancora una volta di Renato Guttuso[2] e della sua visione del mondo femminile nell’ambito del collezionismo privato[3]. Si sa che il maestro disegnava continuamente. Sono tantissimi i fogli realizzati con tratti rapidi, i modellini, gli studi, gli schizzi, i bozzetti colorati per illustrazioni o manifesti. Sulla mole infinita di disegni creati dal maestro hanno scritto in tanti ma ancora numerose sono le opere inedite custodite nelle collezioni private, soprattutto locali, come Volti di donne (Fig. 1), qui per la prima volta in esame.

L’inedito bagherese[4], firmato in basso a destra ma privo di data, raffigura un accostamento ravvicinato di undici volti femminili ripresi in pose sempre differenti, ora frontali, ora di scorcio, ora di profilo, ora con il viso orientato verso l’alto o verso il basso. Alle facce, di età varia e che si mischiano senza forzature alle difformi capigliature che sembrano chiome di cespugli della sua amata Sicilia, si sovrappongono porzioni di sinuose curve che formano il corpo femminile secondo uno schema già collaudato dal maestro bagherese. Volti di donne, realizzato in tecnica mista, contrappone al segno nero della china, appena accennato o più forte e deciso, diffuse chiazze di colore, come il viola che ‘separa’ in qualche modo i volti e il verde che ne evidenzia uno di ispirazione anguiforme e dalla lingua biforcuta. L’impostazione, nella misurata sovrapposizione di corpi e facce diverse, ricorda Donne d’Algeri (Fig. 2), opera di Guttuso in tecnica mista su carta[5],

e la litografia Donne e fiori [6] (Fig. 3).

I singoli volti sono talora raffrontabili con altri realizzati in modo isolato da Guttuso, come nella litografia non numerata Volto di donna del 1969[7].
Il tema della donna è un elemento particolarmente espressivo, con uno specifico interesse per la carnosa sensualità[8], e soggetto centrale nella pittura di Renato Guttuso che ne ritrae condizione sociale o dimensione seducente. Se il maestro dipingeva opere come Le donne degli zolfatari di Lercara e Donna che trebbia, documentando la crudezza della vita quotidiana spesso con una forte espressività, parallelamente ha dedicato numerosissime opere alla figura femminile in una prospettiva diversa, proprio come nei nudi caratterizzati da passionalità e realismo che esplorano la bellezza e l’intimità del corpo.
La donna è indagata dall’artista siciliano in ogni sua forma, sviscerata in tutte le possibili tecniche pittoriche e grafiche. C’è un attaccamento al soggetto che evidentemente va al di là del semplice fatto figurativo, una tensione nelle linee sinuose dei corpi femminili preferiti da Guttuso che gli consente di liberare il segno, di far correre la mano di abilissimo disegnatore, di studiare ogni scorcio, anche il più ardito e meno consueto, con una naturalezza non comune. Una vera e propria necessità lega Guttuso ai ‘suoi corpi’, quasi una familiarità così recondita che mai essi appaiono volgari, privati cioè dal senso mitico di mistero[9]. Nelle nudità più spregiudicate oppure nel semplice gesto di una donna che sistema una frusciante calza di seta si manifesta la voluttà insieme alla carnalità della produzione del maestro.
In Volti di donne, dove il nero della china si unisce a qualche tinta acquerellata, la sovrapposizione delle immagini sovrappone anche i concetti di desiderio, lussuria ed erotismo che spesso pervadono l’arte di Guttuso. All’artista non importa la resa reale della figurazione. L’immagine, che sia sdraiata, in piedi, adagiata ai margini di una qualsiasi superficie, si presenta agli occhi dello spettatore in tutti i possibili rimandi misteriosi, confermando ancora una volta la particolare forma del rapporto tra la l’artista e la realtà. Si tratta di un dialogo diretto, senza intermediari, coltivato da Guttuso sempre con passione[10].
La figura femminile, dunque, costituisce un soggetto privilegiato, un filo conduttore attraverso cui identificare ed analizzare i differenti gradi dell’arte, tra linee e luci a evocare atmosfere esotiche, donne per farsi ammirare o semplicemente donne colte nel momento del riposo oppure abbozzate tra consistenza e astrazione. D’altra parte, lo stesso maestro bagherese ebbe a dire:
“L’arte del dipingere consiste nella imitazione delle cose del mondo, niente di più e niente di meno, ma è molto. Poiché per imitazione va intesa una fatica complessa che implica la tensione di molte facoltà, la riflessione, la partecipazione al mondo delle cose. Il risultato è semplice e libero come tutte le opere complesse”.
“La pittura è il mio mestiere, – annota ancora Guttuso – cioè è (…) il mio modo di avere rapporto con il mondo. Credo che per me esso rappresenti la più idonea possibilità di capire e di farmi capire. Ma ciò non vuol dire che io capisca e mi faccia capire”[11].
Questo saggio si inserisce nel personale percorso, lungo la ventennale carriera di storica dell’arte, di indagine di opere d’arte e collezioni private nel tentativo di rendere pubblico, un po’ alla volta, quel patrimonio culturale che è occluso ai più e che pertanto rischia di essere dimenticato. I tanti recuperi editi da chi scrive sono stati possibili grazie alla generosa disponibilità dei collezionisti che, aprendo le porte di casa, concedono la possibilità di esaminare e far conoscere opere altrimenti ignote. Sull’onda emozionale indiscutibilmente generata dalle personali recenti pubblicazioni, oggi i collezionisti sono più propensi a mostrare le collezioni d’arte raccolte nel tempo, pur mantenendo la dovuta riservatezza, e questo è indice di un fare cultura sul territorio che non è soltanto mostrare sterilmente oggetti nei musei ma anche coltivare sensibilità fra la gente comune sviluppando quell’interesse sopito in città anche a causa di anni di insufficiente politica culturale locale.
Lisa SCIORTINO Bagheria 8 Marzo 2026
NOTE
