Raddoppia L’Antiquarium di Villa Albani Torlonia con l’aggiunta di un nuovo spazio espositivo appena restaurato; al via la mostra “Marmora Romana”.

di Nica FIORI

Vasche, elementi architettonici, sculture e affascinanti busti su rocchi di colonne antiche accolgono i visitatori della mostra Marmora romana nell’Antiquarium di Villa Albani Torlonia (ospitato nelle Scuderie della villa in via Salaria), che con questo evento, inaugurato il 18 settembre 2026, raddoppia il proprio spazio espositivo, aperto al pubblico gratuitamente a partire dal 2024, in occasione del decimo anniversario dell’istituzione della Fondazione Torlonia.

La mostra, a cura di Carlo Gasparri, presenta una selezione di opere in marmi policromi della più importante collezione privata di scultura romana al mondo, scaturita dal gusto dell’antico e dalla passione per l’arte di diverse generazioni della famiglia Torlonia. Tra i 33 pezzi selezionati, 15 sono stati restaurati appositamente per questa esposizione, il cui titolo riprende quello del celebre trattato Marmora romana di Raniero Gnoli (1933–2025), e vuol essere quindi un omaggio all’attività scientifica e alla memoria del professore da poco scomparso, grande conoscitore e appassionato collezionista di marmi antichi.

1 Marmora romana nell’Antiquarium Torlonia

Anche se già in età repubblicana arrivano a Roma alcuni marmi come il giallo antico (proveniente dalla Numidia) e il pavonazzetto (importato dalla Frigia), i marmi colorati sono particolarmente apprezzati nell’Urbe, divenendo un simbolo di luxuria, a partire dalla conquista dell’Egitto da parte di Ottaviano Augusto. Celebre è la sua affermazione di “aver trovato una città di mattoni e di restituirla di marmo”, riferita da Svetonio nelle Vite dei Cesari. Ovviamente non si trattava dei manufatti in marmo bianco che sono stati proposti da una certa cinematografia in costume, e ancora prima dal gusto neoclassico e dai musei del gesso. La città era molto colorata, come gli archeologi hanno più volte dimostrato, non solo nel senso che le statue e i rilievi in marmo bianco venivano dipinti, ma anche perché c’era un’abbondanza di cromie naturali, dovute all’estrema varietà dei materiali lapidei usati nella statuaria, nelle colonne e nei rivestimenti architettonici.

Il fenomeno raggiunse una particolare intensità durante l’età flavia, tra il 69 e il 96 d.C., ma è con gli Antonini che le cave passarono sotto il controllo imperiale, ad uso esclusivo degli edifici pubblici e delle residenze imperiali. La difficoltà di lavorazione delle pietre più dure, come i porfidi e i graniti, come non aveva impensierito le popolazioni orientali e nordafricane, non preoccupò neppure i Romani, mentre molto tempo dopo metterà a dura prova gli artefici del Rinascimento perché, come racconta il Vasari, si era ormai “perduto il modo del temperare i ferri, e così gli altri strumenti da condurle”.

La fine dell’Impero Romano d’Occidente portò all’abbandono della maggioranza delle cave e, mancando ormai i materiali pregiati, nel passaggio dalla Roma pagana alla Roma cristiana, furono riutilizzati quelli antichi per creare un nuovo linguaggio artistico. Non sempre dobbiamo pensare al reimpiego come a un barbaro saccheggio, perché nel caso dei marmorari romani si tratta piuttosto della prosecuzione della tradizione lapicida classica, di cui si preserva il valore simbolico, politico e religioso.

2 Busti in marmi colorati
3 Busti in marmi policromi di Marco Aurelio Cesare e Lucio Vero

È all’interno di questa lunga storia del gusto per il marmo che assume particolare importanza la Collezione Torlonia. Definita una vera e propria “collezione di collezioni”, essa si formò nell’Ottocento attraverso acquisizioni provenienti da importanti raccolte patrizie romane e attraverso reperti rinvenuti negli scavi condotti nei possedimenti della famiglia, come è stato ben evidenziato nella memorabile mostra The Torlonia Marbles, allestita nel 2020- 2021 nella Villa Caffarelli (Musei Capitolini).

La collezione è di enorme interesse non solo per l’abbondanza di opere d’arte antiche, ma anche per capire l’evoluzione del gusto antiquario nell’arco di più secoli, tra Rinascimento e Neoclassicismo, quando si interveniva con restauri integrativi dei marmi rinvenuti negli scavi, eseguiti anche da grandi artisti (ricordiamo Algardi, Duquesnay e Bernini, che intervennero nella collezione Giustiniani, e Cavaceppi per la collezione Albani). Risalgono all’età moderna numerosi ritratti antichi con busti moderni e particolari assemblamenti di marmi realizzati in modo piuttosto arbitrario, anche se esteticamente gradevoli, chiamati pastiche.

Quando nel 1859 il principe Alessandro Torlonia allestì il suo museo nel Palazzo Torlonia alla Lungara, la collezione comprendeva 620 pezzi, esposti in 77 sale. Purtroppo nei primi anni del Novecento il museo cessò di essere aperto al pubblico, divenendo di fatto una “collezione fantasma”, conosciuta solo attraverso il catalogo a stampa in più edizioni, firmato a partire dal 1876 da Pietro Ercole Visconti, e in una versione aggiornata da Carlo Ludovico Visconti, comprendente le fototipie di tutti i pezzi (cosa rarissima per l’epoca), pubblicata nel 1883 in francese e nel 1884 in italiano: catalogo che è stato collocato, nell’attuale mostra, su un tavolo di porfido, il più prezioso dei marmi imperiali per il suo colore che richiama la porpora.

4 Tavolo di porfido con il catalogo del Museo Torlonia

Con questa nuova esposizione viene evidenziata la varietà dei marmi colorati a partire da alcune vasche provenienti da Villa Albani, tra cui la monumentale Tazza Torlonia, una conca in breccia verde egiziana, nota anche come Tazza Medici, perché un tempo era esposta a Villa Medici. Di età romana, presenta un piede di fattura cinquecentesca. La particolarità della pietra, estratta dalle cave dello Uadi Hammamat nel deserto orientale egiziano, è dovuta alla presenza di innumerevoli conglomerati dai diversi colori, tanto che in Grecia era chiamata “hekatontalithos”, ovvero “dalle cento pietre”.

5 Tazza Torlonia

Nella prima parte del percorso sono esposti busti con ritratti non necessariamente antichi, tutti caratterizzati da un’evidente connotazione cromatica, tra cui un ritratto femminile con testa in marmo lunense (II secolo d.C.) e il busto moderno in portasanta (l’antico marmor Chium dalle tonalità rosate), collocato su un rocchio di colonna in breccia di Settebasi (nome che deriva dalla villa romana dei Sette Bassi). Tra i ritratti troviamo il cd. Marcello (già appartenente alla collezione Giustiniani) con testa in marmo greco e busto moderno in alabastro fiorito e quelli di alcuni imperatori (Lucio Vero, Marco Aurelio, Commodo, Carino). Il ritratto di Marco Aurelio giovane con la testa in marmo italico e il busto in africano un tempo era ritenuto antico, ma probabilmente risale al Settecento o al primo Ottocento.

Tra i pezzi più importanti figura un’opera che fa pensare al ritratto di un condottiero, indicato nel passato come Alessandro Magno. La testa in basanite (pietra nera egiziana) è di dimensioni maggiori del vero ed è abbinata a un busto loricato e a un elmo in alabastro. Questo pezzo apparteneva alla collezione Giustiniani e la testa antica era integrata con un busto in marmo bigio e un elmo in marmo bianco.

7 Ritratto con testa in basanite e busto ed elmo in alabastro
6 Ritratto femminile

Una volta arrivata nella collezione Torlonia, l’opera è stata rimontata con un nuovo busto in alabastro, sempre di tipo maschile, ma la testa in realtà è femminile (i favoriti sono stati aggiunti nel ‘600), di fattura egizia. La capigliatura a ricci calamistrati fa pensare a Iside, a una sua sacerdotessa o a una regina tolemaica assimilata alla dea.

Il riferimento all’Egitto è ancora più evidente nella seconda parte della mostra attraverso due statue di Iside, una (alta 151 cm) con il caratteristico nodo isiaco della veste e in mano il sistro e l’altra (198 cm) restaurata come Cerere. Anche queste opere, già appartenute alla collezione Giustiniani, presentano una combinazione di materiali differenti. Il corpo e la base sono in bigio morato (II secolo d.C., età adrianea o antoniniana), mentre testa, braccia e piedi in marmo bianco sono integrazioni realizzate da uno scultore neoclassico. Un’altra testa di Iside in diorite egiziana appare ritagliata da una statua, che forse proveniva da villa Adriana.

8 Due statue di Iside

Non passa inosservata una splendida testa leonina in alabastro, databile al II secolo d.C., che costituiva la parte superiore di un trapezoforo, cioè un sostegno per tavolo.

9 Testa di Iside
10 Testa leonina in alabastro

Tra le altre opere, sempre realizzate in preziosi marmi, vi sono due pezzi provenienti da scavi patrocinati intorno al 1870 da Alessandro Torlonia nell’area di Portus (il porto di età imperiale che subentrò a quello di Ostia di età repubblicana), nell’attuale Fiumicino. Il più singolare, realizzato in porfido egiziano, è un oggetto che funzionava come monopodium (sostegno singolo): raffigura il dio Bes, particolarmente venerato dal popolo, e al di sopra la testa della dea Hathor, in un buffo assemblaggio confrontabile con un altro esemplare conservato nel Museo Archeologico Regionale “Antonio Salinas” di Palermo.

11 Monopodium con Bes e Hathor

L’altro oggetto è un capitello in diorite di stile corinzio, ma realizzato in ambito egizio, abbinato a un resto di finestra di un monumento funebre. Evidentemente si tratta di resti di edifici di culto di divinità egizie diffusi nell’area di Porto, di Ostia e dell’Isola Sacra, dove gravitava una ricca comunità di egiziani, come suggeriscono altri reperti, come l’importante statua di Iside Faria, esposta nel museo di Ostia antica.

12 Capitello egiziano su una base con un resto di finestra sepolcrale.

In occasione di questa apertura si è deciso di esporre permanentemente anche un’opera molto nota, già vista nella mostra di Villa Caffarelli, che è stata collocata nella prima sezione dell’Antiquarium. Si tratta della monumentale Tazza Cesi in marmo bianco, raffigurante un simposio bacchico, le cui figure sembrano immerse in un’atmosfera carica di sensualità, come nella scena della scoperta di un ermafrodito addormentato. Secondo Gasparri, l’opera, probabilmente proveniente dagli Orti di Agrippina, sarebbe rimasta sempre in superficie, in quanto riutilizzata davanti a una chiesa di Trastevere (forse Santa Cecilia o San Francesco a Ripa), dove fonti antiche la ricordano. Successivamente fu collocata nel giardino di Federico Cesi, dove funzionava come fontana con la statua di un Sileno versante vino da un otre. Nel 1866, al momento del trasferimento nel museo Torlonia, il bordo esterno venne rifatto. In mostra è accostata a una replica del Sileno proveniente dal museo del palazzo Torlonia alla Lungara, mentre l’originale si conserva a Villa Albani.

L’ampliamento dell’Antiquarium rafforza l’impegno della Fondazione Torlonia nel condividere con il pubblico la sistematica opera di studio e conservazione dell’antico condotta nei Laboratori Torlonia con il supporto di Fondazione Bvlgari e il sostegno dello studio legale Chiomenti.

“Questo spazio consentirà al pubblico romano di avere uno scorcio permanente su quello che accade dietro le quinte del lavoro della Fondazione con la Collezione Torlonia. Qui i visitatori potranno vedere i restauri che realizziamo e che magari poi raggrupperemo in piccole mostre con un tema curatoriale come Marmora Romana”,

ha dichiarato il presidente Alessandro Poma Murialdo.

13 Tazza Cesi

Le opere della Collezione Torlonia e di Villa Albani Torlonia sono affidate a un gruppo selezionato di restauratori e tecnici di fiducia, sotto l’alta sorveglianza della Soprintendenza Speciale Archeologia, Belle Arti e Paesaggio di Roma, con cui vengono condivisi i criteri alla base degli interventi.

A seconda dello stato del marmo, si ricorre a diversi metodi di pulitura, alternando tecniche meccaniche, fisiche e chimiche. Il restauro costituisce un importante momento di indagine e di ricerca: per ogni opera viene redatta una scheda nella quale confluiscono le mappature definite durante il restauro, relative allo stato di conservazione, agli interventi precedenti e ai materiali costitutivi impiegati.

Nica FIORI  Roma, 20 Settembre 2026

L’Antiquarium (via Salaria, 96 Roma) è aperto gratuitamente al pubblico dal martedì al sabato, dalle 9.00 alle 16.00

Per maggiori info: www.fondazionetorlonia.org