” … quelle che egli fece, furono da lui condotte con molta grazia e bellissima maniera”. Taddeo Zuccari e l’ “Aurora” di Caprarola : un dipinto ritrovato, novità e confronti.

di Luciano PASSINI

L’AURORA di Caprarola. Un dipinto ritrovato.

Nel 2013 la dottoressa Adele Trani (Storica dell’Arte, funzionaria della Direzione Regionale Musei del Lazio) e la dottoressa Francesca Riccio (Storica dell’Arte, collaboratrice presso il laboratorio di Restauro dell’Università degli Studi della Tuscia), hanno pubblicato sulla Rivista RIASA, un interessante e dettagliato saggio dal titolo: Note sulla storia del palazzo Farnese di Caprarola in epoca borbonica e il restauro di Vincenzo Camuccini attraverso i documenti dell’Archivio di Stato di Napoli [1], riguardante le condizioni di degrado, sia della struttura sia dei dipinti, in cui si trovava il Palazzo Farnese di Caprarola negli anni che seguirono la caduta del Ducato di Castro e Ronciglione nel 1649.

Nel saggio in questione viene analizzata con precisione la situazione di tutto il monumento e, grazie ai documenti storici rinvenuti nell’Archivio borbonico conservato presso l’Archivio di Stato di Napoli, le studiose sono riuscite a rendere note tutte le fasi dei vari interventi di restauro che la Casa Reale dei Borbone di Napoli (eredi di tutti i beni farnesiani) ha posto in essere tra la seconda metà del XVIII e la prima metà del XIX secolo.

Leggendo questo saggio, un particolare salta subito all’occhio: l’esistenza di un piccolo quadro, utilizzato dai restauratori come bozzetto per ripristinare l’affresco della volta della Stanza dell’Aurora.

Quest’ultima era la camera da letto del cardinale Alessandro Farnese, nell’Appartamento dell’Estate ed in merito alle decorazioni il commendatore Annibal Caro, segretario del Cardinale, il 2 novembre 1562 stilò una lunga e dettagliata lettera indirizzata a Taddeo Zuccari, nel quale spiegava al pittore, fin nei minimi particolari cosa avrebbe dovuto raffigurare [2].

Fig. 1 – La volta della Stanza dell’Aurora. Taddeo Zuccari (1563). Palazzo Farnese di Caprarola.

Lo stato attuale dell’affresco ci mostra che al centro della volta si trova un ovale nel quale Taddeo Zuccari ha dipinto una spettacolare prospettiva. Un porticato con una serie di quattro coppie di colonne, alternate ad altrettante paraste, che sorreggono un architrave ovale il quale si apre su un sfondato di cielo con la raffigurazione dell’Aurora. L’effetto ottico dato dall’inclinazione delle colonne è sorprendente, il soffitto della stanza che in effetti è piatto, sembra molto più alto creando nell’osservatore una sensazione di grande profondità e spazialità (Fig. 1).

L’iconografia dell’Aurora è decisamente originale; il cielo è diviso in tre registri ove campeggiano le cinque figure che compongono tutta la scena e rappresentano il passaggio dalla notte al mattino, attraverso il crepuscolo, con una gradualità di colori che parte dal blu scuro del cielo stellato notturno e, passando per il chiaro cielo stellato dell’alba, arriva fino alla piena luce dell’aurora (Fig. 2) [3].

Fig. 2 – Affresco con l’Aurora. Taddeo Zuccari (1563). Palazzo Farnese di Caprarola.

In alto, la Notte è raffigurata come una donna arcigna, vestita di un abito scuro e con grandi ali scure che abbraccia due fanciulli (il Sonno e la Morte). Esce dalle nubi su un carro bronzeo trainato da due cavalli scuri.

Il Crepuscolo, posto al centro, è raffigurato come un ragazzo seminudo, con ali bianche, che vola nel cielo e in mano tiene due torce accese; con quella sulla sinistra accende la torcia tenuta in mano dalla donna raffigurante l’Aurora nella parte bassa del dipinto. Questa è l’antitesi della Notte: una bella donna con ali e vestito rosa esce dalle nubi su un cocchio dorato tirato da due cavalli bianchi.

Nel registro centrale, ai lati estremi del Crepuscolo, sono raffigurati a destra la Luna, rappresentata con un evidente accostamento a Diana, dea della caccia, vestita con una pelle di cervo, seni scoperti, mezzaluna in fronte, arco in una mano e torcia accesa nell’altra, su un carro tirato da due giovenche; a sinistra Mercurio, messaggero degli dei, nella sua rappresentazione classica, seminudo, con il copricapo alato, in una mano una borsa e nell’altra il caduceo.

Questo ultimo particolare è estremamente interessante in quanto, secondo quanto scritto da Annibal Caro nella sua lettera, Mercurio: “…rivolto verso la parte del letto, paja di voler toccare il padiglione con la verga….”. Questo ci porta a pensare che, molto probabilmente, il letto a padiglione del Cardinale si trovava addossato alla parete a sinistra della porta d’ingresso alla stanza.

Purtroppo, secondo quanto riportato dalle studiose, fin dalla fine del XVIII secolo lo stato di abbandono del Palazzo e più in dettaglio le infiltrazioni delle acque piovane, portarono al distacco di una importante porzione dell’intonaco dipinto che cadendo sul pavimento è andato in frantumi con la definitiva perdita di una grossa parte del dipinto originario. Altri frammenti hanno continuato a cadere nei decenni successivi aggravandone la situazione.

Infatti il Caro, nella lettera più volte citata, descrive numerosi particolari che nel dipinto attuale non sono presenti; non ci è dato sapere se tutti quei particolari non ci sono perché non vennero realizzati da Taddeo Zuccari, forse per problemi pratici o forse per accordi presi con il cardinale, oppure perché il dipinto alla fine del settecento era già quasi del tutto caduto. Trani e Riccio nel loro saggio argomentano con precisione questa ultima ipotesi citando una relazione di Domenico Venuti del 1811, dove viene descritto lo stato di degrado dei dipinti del Palazzo [4]. Situazione ribadita negli anni successivi in una succinta ma interessante descrizione di Pietro Antonio Toparini, custode del Palazzo Farnese, ove in merito alla Stanza dell’Aurora è scritto: “...Volta. Salve la Notte e la Luna, rovinato tutto il resto…” [5].

Fig. 3 – Porzione dell’affresco con l’Aurora che è stata rifatta nel 1834 da Andrea Giorgini.

Questa indicazione insieme a quella di Venuti è una conferma del fatto che ormai nel 1815 del dipinto rimaneva ben poco. Lo stesso Camuccini specificò che la porzione di intonaco caduta aveva una circonferenza di circa 30 palmi (pari a circa m. 7,50) e quindi quello che noi  ammiriamo oggi, almeno nella parte centrale, evidentemente non è quello realizzato in origine da Taddeo Zuccari. Infatti la differenza tra l’intonaco rifatto e quello originale è molto evidente (Fig. 3)

Ma tornado al piccolo quadro, Trani e Riccio nel loro saggio ne raccontano la storia e spiegano che Vincenzo Camuccini, per poter avere indicazioni su come rifare le figure ormai perdute dell’affresco, oltre a consultare la lettera di Annibal Caro, cercò a Viterbo una stampa o un’incisione che riproducesse il complesso delle decorazioni della volta. Lo stesso Camuccini era un pittore molto abile nel riprodurre opere famose e quindi, memore della grande notorietà della Stanza dell’Aurora e grazie ai contatti che aveva, non ebbe difficoltà a trovare e addirittura acquistare per la spesa di 18 scudi, un piccolo dipinto olio su tela, della grandezza di 2,25 palmi x 1 palmo, raffigurante proprio l’Aurora. Considerato che la spesa gli venne risarcita dalla Casa Reale, il dipinto in questione divenne di diritto una proprietà borbonica.

Sempre secondo le studiose, in una sua missiva Camuccini assicurava che non appena il pittore-restauratore Andrea Giorgini terminava il restauro avrebbe inviato il dipinto a Napoli[6].

Infatti Giorgini nell’ottobre del 1834 iniziò il suo lavoro che si concluse in un paio di mesi tanto che già a dicembre Camuccini poteva imbarcare il quadro sulla nave a vapore Enrico IV, della società di navigazione marsigliese Bazin, in partenza da Civitavecchia. A Napoli venne depositato presso l’Ufficio dello spedizioniere Luigi Angrisani, largo del Castello n. 6, quindi un certo Andrea Maldura (famiglia nobile di origini padovane), incaricato da Camuccini, lo affidò alle cure del restauratore di Corte Benedetto Castellano; da quel momento in poi il dipinto entra a far parte delle collezioni borboniche e poi se ne perdono le tracce.

In merito Trani e Riccio scrivono:

“…Fino a questo momento purtroppo non è stato possibile verificare l’eventuale presenza del quadro nei magazzini del Museo di Capodimonte, ma ci si ripromette di farlo nel prossimo futuro…”.

Quella ricerca non è più stata approfondita dalle due studiose.

Purtroppo il Camuccini non ha dato indicazioni da chi acquistò il dipinto e tantomeno chi ne fosse l’autore. In ogni caso la scoperta si rivelò determinante, non solo per riprodurre i soggetti andati perduti, ma anche  per le tonalità dei colori che i restauratori ebbero modo di vedere sulla copia viterbese.

Tutto questo  si è rivelato uno stimolo ad approfondire la ricerca del piccolo dipinto e dopo varie indagini eseguite sia al Museo Nazionale di Capodimonte, sia al Palazzo Reale di Napoli, grazie alla banca dati SIGECweb dell’Istituto Centrale per il Catalogo e la Documentazione del Ministero della Cultura, sono riuscito ad individuare la sua attuale collocazione: il Museo della Reggia di Caserta (Fig. 4).

Fig. 4 – Bozzetto dell’Aurora affrescata da Taddeo Zuccari nel Palazzo Farnese di Caprarola. Pietro Papini (attribuito, ante 1789). Reggia di Caserta.
Fig. 5 – Immagine del bozzetto allegata alla
scheda dell’Istituto Centrale per il Catalogo e la Documentazione del Ministero della Cultura.

Sullarelativa scheda nr. 1500068840, non è indicato l’autore ma solo una Definizione Culturale generica: “ambito campano”, palesemente sbagliata, derivante da: “analisi stilistica”, e neanche una data precisa ma solo cronologica: “1750-1799”. Per fortuna la foto allegata, seppur in b/n, è chiara ed inequivocabile (Fig. 5).

Grazie alla preziosa collaborazione del dottor Giuseppe Oreste Graziano e delle dottoresse Loredana Sortino e  Alice S. Legé, funzionari della Soprintendenza Archeologia belle arti e paesaggio per le provincie di Caserta e Benevento, ho avuto la possibilità di esaminare il dipinto e ricavare alcune preziose informazioni dai loro archivi. Infatti secondo l’Inventario degli oggetti d’Arte del Real Palazzo di Caserta del 1879, il quadro era esposto in una delle sale ed è così descritto:

“…nr. 664. Un bozzetto di Met. 0,25 p 0,60 dipinto su tela dinotante l’Aurora (Autore ignoto) senza cornice…”;

mentre in quello del 1905 il dipinto risulta spostato nel deposito della Cappella Palatina.

Attualmente è conservato, sempre privo di cornice, in uno degli uffici della Soprintendenza dove viene gestito l’inventario e la catalogazione dei beni mobili. La visione diretta del dipinto mi ha consentito di rilevare che è stato oggetto di un restauro. In quella occasione venne rifatto il telaio e il dipinto è stato rintelato. La pellicola pittorica doveva avere parecchie mancanze, di piccola entità, perché in diversi punti sono ben visibili le varie reintegrazioni.

A causa delle condizioni dell’archivio, attualmente in fase di riordino e digitalizzazione, non è stato possibile esaminare la documentazione specifica e quindi procedendo con un’analisi visiva ho avuto modo di verificare che si trattava di un restauro relativamente recente (secondo i funzionari della Soprintendenza risalente al periodo a cavallo tra il 1989 ed il 1990): sono ben visibili le screpolature sulla pellicola pittorica, probabilmente dovute all’invecchiamento dello strato del lucido di fissaggio che è stato apposto; i chiodi di fissaggio della tela di vecchio tipo; come anche una vecchia attaccaglia di metallo a coda di rondine. Poco indicativi risultano i numeri di inventario, scritti a matita sul nuovo telaio, in quanto potrebbero essere stati apposti in epoche recenti (manca quello dell’inventario del 1879).

Per quanto riguarda l’autore del quadro,  considerato che è stato reperito a Viterbo, un indizio ci viene da Pietro Castellano, che nella sua descrizione geografica, quando parla delle varie stanze del Palazzo dei Priori di Viterbo, in merito alla Sala dell’Aurora scrive:

“…e serbata in pregiatissima copia l’Aurora del Zuccari, di cui l’originale è ormai perito nel Palazzo Farnese di Caprarola…[7].

Lo stesso scrisse Giuseppe Marocco nella sua monumentale opera, forse rifacendosi a Castellano:

“...e sulla volta si ammira una bella copia dell’aurora de’ Zuccari del palagio di Caprarola,…” [8].

Ebbene, in merito all’autore di questo affresco, lo storico viterbese Giuseppe Signorelli  scriveva:

“…Sul soffitto è dipinta l’Aurora alata, creduta dello Zuccari, ma in realtà eseguitavi nel 1789 dal viterbese Pietro Papini…” [9].
Fig. 6 – L’Aurora di Felice Ludovisi al cento della volta della Sala dell’Aurora (1953). Palazzo dei Priori di Viterbo.

Non è noto da dove Signorelli abbia attinto questa notizia ma non abbiamo motivo di dubitare della sua attendibilità. Purtroppo allo stato attuale è praticamente impossibile vedere quel dipinto in quanto nel 1953 è stato coperto con una tela del pittore viterbese Felice Ludovisi (1917-2012) raffigurante lo stesso soggetto [10] (Fig. 6). Questo perché probabilmente l’affresco (o la tela, non ci è dato sapere) originario si trovava in una condizione di avanzato stato di degrado.

Pietro Papini pittore, incisore e disegnatore molto stimato e apprezzato, nacque a Viterbo nel 1753 e morì sempre a Viterbo nel 1839. In alcune chiese di Viterbo e della provincia si conservano ancora le sue opere d’arte che spaziano in un arco temporale dal 1775 al 1826[11].

Considerato quanto sopra ed in relazione a evidenti analogie stilistiche con altri dipinti del pittore (Fig. 7 e Fig. 8), è plausibile ritenere che Pietro Papini abbia realizzato un bozzetto su tela dell’Aurora di Caprarola con lo scopo di duplicare il dipinto nella Sala omonima del Palazzo dei Priori di Viterbo.

Fig. 7 – Madonna che porge il Bambino a San Felice da Cantalice (particolare). Pietro Papini (1807). Chiesa di San Paolo ai cappuccini di Viterbo. Il volto della Madonna è identico a quello dell’Aurora del bozzetto di Caserta.
Fig. 8 – Particolare del volto dell’Aurora nel bozzetto dell’Aurora di Papini.

Sarebbe interessante reperire uno scritto autografo del pittore per poter effettuare una comparazione calligrafica con le iscrizioni: lA notte e l’AURORA, presenti sul bozzetto stesso. In merito alla data di realizzazione del piccolo dipinto dell’Aurora, il termine ante quem potrebbe essere proprio il 1789.

Uno degli aspetti interessanti di questo bozzetto è la presenza di alcune diversità rispetto all’attuale dipinto dell’Aurora di Caprarola e questo perché, evidentemente, quando Papini copiò l’immagine, non era ancora del tutto rovinata e quanto si vede sul bozzetto doveva essere quello che ancora si poteva vedere in quel momento. Inoltre nel bozzetto l’immagine non è sviluppata in forma ovale come nell’affresco ma su un piano rettangolare. Ma andiamo per ordine e facciamo un raffronto tra i due dipinti:

La Notte, è praticamente simile. A parte qualche piccolissimo dettaglio, le uniche differenze sostanziali sono la tonalità del colore del cielo che nel bozzetto è molto più scuro e il colore del carro che nel bozzetto è rosso acceso (Fig. 9 e Fig. 10);

Fig. 9 Particolare della Notte nel bozzetto dell’Aurora di Papini.
Fig. 10 – Particolare della Notte nell’affresco dell’Aurora di Zuccari.

Il Crepuscolo, è stato  completamente rifatto perché  contiene delle diversità importanti. Quella più evidente è la torsione della figura, molto più accentuata nell’affresco di Caprarola e con dettagli fisici molto più marcati rispetto al bozzetto. Basti guardare i capelli biondi che nell’affresco arrivano fino alle spalle, a differenza di quelli corti nel bozzetto (Fig. 11 e Fig. 12);

Fig. 11 Particolare del Crepuscolo nel bozzetto dell’Aurora di Papini.
Fig. 12 – Particolare del Crepuscolo nell’affresco dell’Aurora di Zuccari.

L’Aurora,  presenta la parte superiore totalmente rifatta, infatti il distacco dell’intonaco è ben visibile sull’affresco di Caprarola, anche per via della colorazione diversa delle figure. Questa variazione di colore, probabilmente, è dovuta all’ossidazione dei pigmenti usati nel restauro. Sul bozzetto il colore e la foggia del vestito, i lineamenti della figura e la forma dei cavalli, sono completamente diversi come è diverso il colore delle ali (Fig. 13 e Fig. 14);

Fig. 13 Particolare dell’Aurora nel bozzetto dell’Aurora di Papini.
Fig. 14 – Particolare dell’Aurora nell’affresco dell’Aurora di Zuccari.

La Luna, è pressoché uguale, cambia soltanto  il colore del vestito della figura ed il fatto che nell’affresco, a differenza del bozzetto, i seni sono scoperti (Fig. 15 e Fig. 16);

Fig. 15 – Particolare della Luna nel bozzetto dell’Aurora di Papini.
Fig. 16 – Particolare della Luna nell’affresco dell’Aurora di Zuccari.

Mercurio, è stato in parte rifatto in quanto, pur essendo identico in tutte le sue parti e colorazioni, presenta una diversa torsione del corpo che nel bozzetto è decisamente più sgraziato e sproporzionato rispetto all’affresco (Fig. 17 e Fig. 18).

Fig. 17 Particolare di Mercurio nel bozzetto dell’Aurora di Papini
Fig. 18 – Particolare di Mercurio nell’affresco dell’Aurora di Zuccari.

In linea generale comunque non bisogna tralasciare il fatto che il bozzetto presenta una raffigurazione di gran lunga rimpicciolita rispetto all’affresco e pertanto i particolari più piccoli sono difficilmente percepibili. Anche la diversa tonalità dei colori che ovviamente nell’affresco di Caprarola sono più vivaci, può essere imputata al degrado che la pellicola pittorica del bozzetto ha subito nel tempo.

Come hanno scritto Trani e Riccio, le descrizioni di questa stanza cominciarono a circolare fin dal completamento della decorazione ed è interessante quello che specifica il Vasari quando, nella vita di Taddeo Zuccari, pubblicata nel 1568, descrive il Palazzo; in merito alla Stanza dell’Aurora preferisce riportare per intero la lettera di Annibal Caro, ma alla fine scrive:

“…Ma ancora che tutte queste belle invenzioni del Caro fussero capricciose, ingegnose, e lodevoli molto; non potè nondimeno Taddeo mettere in opera se non quelle di che fu il luogo capace; che furono la maggior parte. Ma quelle che egli fece, furono da lui condotte con molta grazia e bellissima maniera…”[12].

Infatti nella famosa lettera di Annibal Caro sono descritti, in maniera quasi esagerata, una serie di particolari che molto probabilmente, come già detto, Taddeo Zuccari non realizzò o realizzò solo in parte. Bisogna sempre considerare la circostanza della perdita di gran parte dell’affresco originario che non ci consente di stabilirne con certezza la completezza delle raffigurazioni.

Nel bozzetto di Papini, oltre alle differenze già evidenziate, è possibile rilevare uno di questi particolari che lo Zuccari realizzò nella decorazione, anche se noi oggi non lo vediamo più in quanto si trovava nella porzione di intonaco che rovinò al suolo. In merito il Caro ha scritto:

“…E tutto questo dietro l’Aurora. Ma d’avanti a lei, nel cielo dello sfondato, farei alcune figurette di fanciulle l’una dietro all’altra, quali più chiare, e quali meno; secondo che meno, o più fossero appresso al lume d’essa Aurora: per significar l’Ore, che vengono innanti al Sole, ed a lei. Quest’ORE siano fatte con abiti, ghirlande, ed acconciature di Vergini, alate, con le mani piene di fiori, come se gli spargessero…”.

Esaminando il bozzetto, rimane evidente come la raffigurazione delle Ore sia perfettamente attinente a quanto scritto dal Caro (Fig. 19) e risulta davvero incomprensibile il motivo per il quale i restauratori non le abbiano riproposte nell’affresco di Caprarola ove, infatti, non sono presenti (Fig. 20).

Fig. 19 Particolare delle Ore nel bozzetto dell’Aurora di Papini.
Fig. 20 Particolare dell’affresco dell’Aurora di Zuccari ove non sono presenti le Ore.

In conclusione questo bozzetto si rivela quindi, ancora una volta, di fondamentale importanza per conoscere la reale configurazione del dipinto dell’Aurora di Caprarola e andrebbe maggiormente valorizzato, proprio per questo particolare risvolto storico, magari esponendolo al pubblico proprio nella Stanza dell’Aurora di Caprarola.

Luciano PASSINI  Roma  3 Agosto 2025

NOTE

[1] Rivista dell’Istituto Nazionale d’Archeologia e Storia dell’Arte, III serie, anno XXX-XXXI 2007-2008, nn. 62-63, pp. 315-368.
[2] Annibal Caro, De le lettere familiari del commendatore Annibal Caro, vol. II, Venezia 1574-1575.
[3] Luciano Passini, Caprarola – il Paese e la sua Storia, Roma 2002, ristampa 2008.
[4] Dora Musto, Un progetto di restauro degli affreschi di Palazzo Farnese a Caprarola, in “Rassegna degli Archivi di Stato”, anno XXVI gennaio-agosto 1966, nn. 1-2.  
[5] Archivio di Sato di Napoli, Carte Farnesiane, Pietro Antonio Toparini, Descrizione succinta dei danni esistenti nelle diverse Pitture del R. Palazzo di Caprarola, 15 agosto 1815.
[6] Andrea Giorgini nasce a Bologna nel 1768 e muore a Roma nel 1844. La sua formazione artistica si sviluppò a Roma presso l’Accademia di San Luca, dove frequentò la Scuola del Nudo e iniziò come apprendista presso lo studio di Bartolomeo Cavaceppi e poi in quello di Tommaso Conca, con il quale lavorò agli affreschi del Duomo di Città di Castello. Fu tra gli artisti che parteciparono alle decorazioni del palazzo del Quirinale e partecipò a quelle di una sala della Biblioteca Vaticana e della Cappella Paolina. Dedito anche al restauro, ebbe diverse commissioni, tra cui quella del palazzo del Laterano a Roma, su incarico di Camuccini. Le motivazioni per il suo arrivo a Caprarola sono dovute probabilmente alla sua formazione artistica ed alla notevole esperienza acquisita in qualità di pittore, in particolare alla tecnica dell’affresco.
[7] Pietro Castellano, Nuovo Specchio Geografico-Storico-Politico di tutte le nazioni del globo ecc., prima edizione italiana, vol. VI,  Roma 1826.
[8] Giuseppe Marocco, Monumenti dello Stato Pontificio e relazione topografica di ogni Paese, tomo XIV, Roma 1837.
[9] Giuseppe Signorelli, Il Palazzo Comunale, in “Bollettino Municipale di Viterbo”, luglio 1929, citato da Patrizia Gossi, Una personalità poco nota del Settecento figurativo viterbese: Vincenzo Strigelli (1713-1769),  in “Biblioteca e Società”, vol. XXXVI, n. 4, Viterbo dicembre 1998.
[10] Giorgio Falcioni, Viterbo: itinerari turistici, Viterbo  1987.
[11] Mauro Galeotti, L’illustrissima Città di Viterbo, Viterbo 2002. Inoltre: Fulvio Ricci, La Madonna porge il Bambino a s. Felice da Cantalice, in “I CAPPUCCINI NELLA TUSCIA 1535-1779”, catalogo della mostra a cura di Giovanni Cesarini, Viterbo settembre 2010.
[12] Giorgio Vasari, Le Vite de’ più eccellenti pittori, scultori ed architettori, parte V, Firenze 1568.