Quando le “arti minori” diventano linguaggio d’avanguardia. Bice Lazzari: chiusa la retrospettiva alla GNAMC di Roma

di Anna Maria PANZERA

GNAMC – Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea, Roma

A cura di Renato Miracco

Bice Lazzari, Autoritratto, 1929; olio su cartone preparato, 72×50 cm

Si è chiusa la retrospettiva dedicata a Bice Lazzari (Venezia, 1900 – Roma, 1981) alla GNAMC. E’ stata per il visitatore l’occasione  di confrontarsi con una delle questioni irrisolte del Novecento italiano: il rapporto tra arti applicate e belle arti, tra artigianato e avanguardia, tra emancipazione economica ed emancipazione creativa. Se all’inizio del secolo – tra le Industrie Femminili Italiane, le esposizioni torinesi del 1910-1913, gli esperimenti di Maria Calvi e Rosa Menni – le artiste avevano intuito che le cosiddette “arti minori” potessero offrire una libertà espressiva negata altrove,¹ Bice Lazzari ne rappresenta uno degli esiti più compiuti: la trasformazione di quella intuizione in linguaggio autonomo, radicale, riconosciuto.

La mostra, arricchita rispetto alla prima tappa milanese con oltre 80 opere per un totale di più di 200 lavori, ha potutoi restituire la complessità di un percorso che dal campo delle arti applicate approda a una delle più alte e rigorose formulazioni dell’astrazione italiana.

Le arti applicate come terreno di sperimentazione

La sezione al piano rialzato, curata da Mariastella Margozzi, presenta circa 100 bozzetti e manufatti realizzati da Lazzari negli anni Trenta e Quaranta: cuscini, gioielli, decorazioni murali, tessuti – anche per Giò Ponti – e i due spettacolari arazzi per la turbonave Raffaello.

Bice Lazzari, Arazzo per il Bar Atlantico del transatlantico Raffaello, 1965

Come abbiamo mostrato insieme alla collega Emanuela Termine nel nostro studio sull’itinerario artistico femminile che tra Roma e Torino (solo per nominare le tappe principali) lega la manifattura industriale femminile a una rivitalizzazione dell’arte italiana nel primo decennio del Novecento, è proprio in questi ambiti che si compie quel processo già avviato dalle artiste della generazione precedente:² nei disegni che superano le volute liberty e le simmetrie déco, la linea si emancipa dall’ornamento per farsi segno autonomo.

Bice Lazzari, Astrazione di una linea n.2, 1925; matita e pastello colorato su carta

È quello stesso processo di astrazione che Maria Mimita Lamberti aveva individuato nei ricami di Maria Calvi, definendoli «il primo germoglio dell’astrazione» italiana.³

A conferma, c’è un dato biografico che la mostra sottolinea attraverso l’intervista a Maria Isabella Barone, pronipote dell’artista e responsabile dell’Archivio Bice Lazzari: quest’ultima conquistò l’autonomia economica e sociale solo alla soglia dei cinquant’anni. Prima di allora, pur avendo sempre dipinto, aveva lavorato nel campo delle arti applicate. Un percorso comune a molte artiste del Novecento, per le quali quel terreno rappresentò non solo sostentamento ma anche libertà espressiva, lontano dalla competizione impari e dai pregiudizi che si abbattevano su di loro quando erano confrontate con i colleghi uomini.

La linea che libera

Bice Lazzari, Racconto n.2, 1955; olio su tela, 85,5×90 cm

Dagli anni Cinquanta e Sessanta in poi, la pittura di Lazzari si fa progressivamente rarefatta. Le superfici si organizzano in equilibri sottili tra pieni e vuoti, tra colore e silenzio.

Bice Lazzari, Architettura I, 1955; olio su tela, 150×105 cm

Il confronto con lo Spazialismo – in particolare con l’ambiente veneto – non si traduce mai in adesione programmatica, ma in una riflessione autonoma sulla dimensione della superficie come luogo mentale.

Bice Lazzari, Misure e segni n.1; 1967, tempera e matita su tela, 105×120 cm

Dalla metà degli anni Sessanta, l’astrazione geometrica diventa sempre più riflessiva: le celebri composizioni con semplici aste, linee verticali o oblique che attraversano la tela come corde tese, rappresentano l’approdo a una sintassi elementare e potentissima, che vibra come farebbero delle corde di strumenti inusitati, evocando quel rapporto profondo tra pittura e musica già indagato da Mirella Bentivoglio.⁴ Ogni quadro è un campo di forze in cui il segno non descrive ma struttura, non rappresenta ma genera.

Lazzari si dichiarava autodidatta: “Sono arrivata all’astrattismo senza maestri né modelli“. E forse non mentiva, se è vero che già nel 1925-27 realizzava carte astratte prima ancora del gruppo del Milione. Un dato che imbarazza certe cronologie ufficiali e suggerisce quanto resti da indagare sulle pioniere dell’astrazione italiana.

Bice Lazzari, Acrilico n.4, 1975; acrilico su tela, 93×164 cm

Un femminismo silenzioso ma radicale

Come ha osservato Simona Weller, il «Femminismo di Bice, malgrado la sua intenzione di nasconderlo», si manifesta nel fare quotidiano, nella perseveranza della ricerca, nella scelta di non arretrare rispetto alla propria visione.⁵ Non proclami, ma sedimentazioni. Non manifesti, ma opere. Lea Vergine, includendola nella storica mostra L’altra metà dell’avanguardia (1980), ne riconobbe il ruolo di protagonista in quella costellazione di artiste che tra il 1969 e il 1980 ridefinirono il panorama dell’arte italiana.⁶

Bice Lazzari, Sequenze, 1963; tempera, colla e sabbia su tela, 156×195 cm

Per la prima volta sarà esposta l’opera che Palma Bucarelli scelse per la propria collezione personale: un riconoscimento che testimonia come, almeno in alcuni ambienti illuminati, Lazzari fosse stata compresa già in vita. Ma la sua riscoperta internazionale – dalla Phillips Collection di Washington (2021) alla Estorick Collection di Londra (2022), dalla partecipazione a Women in Abstraction al Centre Pompidou alla presenza, unica donna, nella mostra Kandinsky e l’avventura astratta alla Peggy Guggenheim Collection – arriva solo ora, a distanza di decenni.

Bice Lazzari, Senza titolo, 1973; acrilico su tela, 81×162,5 cm

Un atto di giustizia critica

A completare il percorso espositivo, una grande pittura murale di circa quattro metri offre una sintesi monumentale della sua ricerca. Qui il segno il segno conquista la dimensione architettonica.

La linea – quella stessa linea che le artiste del primo Novecento avevano iniziato a liberare dalle convenzioni strettamente legate all’abbellimento e alle guarnizioni – diventa finalmente puro linguaggio, architettura, trama, struttura.

Galleria Nazionale d’Arte Moderna, Roma, allestimento
Galleria Nazionale d’Arte Moderna, Roma, allestimento

Questa mostra alla GNAMC non è soltanto una retrospettiva. È un atto di giustizia critica che restituisce a Lazzari il posto che le compete nella storia dell’astrazione italiana. E che ci ricorda come spesso le rivoluzioni estetiche nascano da percorsi obliqui, da terreni considerati “minori”, da artiste che hanno dovuto conquistare la propria libertà espressiva centimetro dopo centimetro.
Bice Lazzari vi appare come una presenza necessaria proprio perché non è facilmente consumabile, non si lascia ridurre a formule. Ci regala una scrittura sottile che si deposita nel tempo fino a diventare inevitabile.

Anna Maria PANZERA   Roma  3 Maggio 2026

Note

¹ Su questo processo si veda A.M. Panzera, E. Termine, Roma-Torino 1903-1913. Un itinerario femminile tra artigianato e occupazione, tra emancipazione e riconoscimento della professione d’artista, in «La Diana», 10, 2025, pp. 65-100.
² Ibidem, pp. 70-85.
³ M. Mimita Lamberti, 1870-1915 I valori dell’arte, in Storia dell’arte italiana, parte III, vol. II, Torino 1982, p. 483.
⁴ M. Bentivoglio, Bice Lazzari, in catalogo della mostra alla Galleria La Salita, Roma 1957.
⁵ S. Weller, Il complesso di Michelangelo. Ricerca sul contributo dato dalla donna all’arte italiana del Novecento, Milano 1976, p. 142. Vedi anche A. M. Panzera, Simona Weller, le emozioni, gli incontri e le idee di una pittrice saggista e letteraria engagé, About Art online, marzo 2019, https://www.aboutartonline.com/simona-weller-le-emozioni-gli-incontri-e-le-idee-di-una-pittrice-saggista-e-letteraria-engage-parte-1/
⁶ L. Vergine, L’altra metà dell’avanguardia 1910-1940, Milano 1980.

Bibliografia essenziale

  1. Miracco (a cura di), Bice Lazzari. I linguaggi del suo tempo, catalogo della mostra (Milano, Palazzo Citterio, 16 ottobre 2025 – 11 gennaio 2026; Roma, GNAMC, 10 febbraio – 3 maggio 2026), Torino, Allemandi, 2025.
A.M. Panzera, E. Termine, Roma-Torino 1903-1913. Un itinerario femminile tra artigianato e occupazione, tra emancipazione e riconoscimento della professione d’artista, in «La Diana», 10, 2025, pp. 65-100.
  1. Vergine, L’altra metà dell’avanguardia 1910-1940. Pittrici e scultrici nei movimenti delle avanguardie storiche, Milano, Mazzotta, 1980.
  2. Weller, Il complesso di Michelangelo. Ricerca sul contributo dato dalla donna all’arte italiana del Novecento, Milano, Mazzotta, 1976.
  3. Mimita Lamberti, 1870-1915 I valori dell’arte, in Storia dell’arte italiana, parte III, vol. II, Torino, Einaudi, 1982.
  4. Shiner, The Invention of Art: A Cultural History, Chicago, University of Chicago Press, 2001.
  5. Bentivoglio, Bice Lazzari, catalogo della mostra, Roma, Galleria La Salita, 1957.

Informazioni pratiche
GNAMC – Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea
Viale delle Belle Arti 131, Roma Orario: 09:00 – 19:00 (chiuso il lunedì)
La mostra è inclusa nel biglietto d’ingresso