di Nica FIORI
“Pablo Atchugarry. Scolpire la Luce”.
Alla GNAMC di Roma la mostra del grande scultore uruguayano
Splendore: è questo il titolo emblematico di un’importante scultura in marmo bianco, donata alla Galleria Nazionale di Arte Moderna e Contemporanea di Roma dallo scultore Pablo Atchugarry, in occasione della sua ultima mostra romana, a dieci anni di distanza da quella che si era tenuta nei Mercati di Traiano tra il 2015 e il 2016. Pur essendo uruguayano, essendo nato a Montevideo nel 1954, Atchugarry potrebbe essere definito un cittadino del mondo, perché riflette nelle sue opere l’orgoglio del vincolo profondo che esiste tra la sua arte e la grande cultura artistica occidentale, e italiana in particolare, tanto da aver aperto nel 1982 un suo studio a Lecco, sulle rive del lago di Como, dove vive per sei mesi all’anno. In segno di chiaro omaggio a Michelangelo, egli ha realizzato tra il 1982 e il 1983 una sua personale Pietà in un blocco di 12 tonnellate di marmo di Carrara, che si trova attualmente nella cappella del Parco delle sculture della Fundación Pablo Atchugarry di Manantiales, in Uruguay.
Padrone della tecnica sottrattiva tradizionale, che secondo le parole del Buonarroti “si fa per forza di levare”, egli predilige il marmo statuario di Carrara, che gli permette, grazie alla sua struttura cristallina, di catturare e riflettere la luce. La mostra ospitata nella GNAMC (dal 19 maggio al 21 giugno 2026) Pablo Atchugarry. Scolpire la luce, a cura di Gabriele Simongini, sembra proprio far riferimento allo splendore del marmo (in greco màrmaros, cioè pietra che brilla), che il maestro lavora personalmente rifacendosi alla tradizione plastica di ascendenza classica, ma creando forme nuove, astratte, che si elevano verso l’alto, perché per lui la scultura è una “invocazione verso l’infinito”. Allo stesso tempo le sue immagini
“incarnano una ricerca indirizzata verso la possibilità di vivere in armonia con sé stessi, gli altri, la natura, per superare contraddizioni e contrasti”,
come afferma lo stesso Atchugarry, sottolineando il tema dell’armonia e dello spirito universale che anima il mondo.

L’esposizione riunisce cinquantacinque opere, realizzate non solo in materiali lapidei (oltre al marmo bianco di Carrara, ricordiamo l’alabastro, il marmo nero del Belgio e il rosa del Portogallo), ma anche in acciaio, bronzo smaltato, legno di ulivo, offrendo un’ampia panoramica della ricerca dell’artista negli ultimi trent’anni della sua attività. Il visitatore è accolto sulla scalinata di accesso al museo da tre monumentali sculture: Search of the Future (2018), Viaje hacia los sueños (2024) e Albero della vita (2024), che evocano pensieri di crescita interiore, viaggio e tensione verso il futuro.

La mostra si sviluppa quindi nelle ampie sale ariose della galleria e termina mettendo a confronto quattro opere di Atchugarry con quelle di artisti del Novecento che fanno parte della collezione permanente, ovvero Jean Arp, Lucio Fontana, Henry Moore e Alberto Giacometti.
Le sue opere si caratterizzano per le forme metamorfiche, talvolta quasi aerodinamiche, che evocano tracce astratte di elementi vegetali, colonne, fiamme, corpi, panneggi e architetture. Nel caso degli alberi-sculture egli ha utilizzato tronchi reali di ulivi (dopo la loro morte), facendo solo piccoli interventi, per realizzare “organismi”, più che sculture, che ci parlano di una relazione primordiale con la natura, che potremmo definire panica. Il curatore Simongini, nel testo in catalogo (ed. Allemandi) intitolato Sculture della gioia, scrive:
“Potremmo dire che la sua è una scultura anagogica, che eleva, conduce verso l’alto ma lo fa ogni volta con ritmi organici consustanziali alle forme, che sembrano iniziare ad aprirsi, a destarsi, a germogliare, a fiorire, ad ascendere, a dischiudersi alla vita, davanti ai nostri occhi, come crisalidi che stanno per diventare farfalle”.


Alcune opere senza titolo a prima vista sembrano non raffigurare nulla, ma poi si resta incantati a osservare la naturalezza di certe linee e delle pieghe della materia, che potrebbero richiamare le pieghe nascoste nei più remoti recessi della nostra mente. Ogni scultura può essere osservata da 360°, perché non vi è un davanti o un dietro. Non c’è una sola visione, ma si hanno centomila stimoli diversi secondo la traiettoria della luce nell’arco della giornata.
Ogni opera nasce come sfida e come ricerca di equilibrio tra vuoti e pieni, tra permanenza e movimento, tra memoria e contemporaneità. Come sottolinea la direttrice della GNAMC, Renata Cristina Mazzantini, nella Prefazione al catalogo:
“Nelle sue sculture, la durezza del marmo si ammorbidisce: un fitto susseguirsi di fenditure disciplinate, che solcano i volumi in profondità, ne sfalda la granitica compattezza. Creando ritmo e movimento attraverso l’alternarsi di luci e di ombre, l’artista dona alle sculture allo stesso tempo rigore e levità. Una sorta di leggerezza ordinata, che ricorda solo apparentemente la plissettatura, in quanto simbolo di sofisticata eleganza”.
Le sue opere trasmettono, in effetti, un’idea di armonia cosmica: il visitatore potrà vedere la luce riflettersi in esse e, senza fermarsi all’apparenza, potrà accarezzarne la superficie, liscia come la pelle di un bambino, e sentire così il respiro del tempo e l’anelito verso l’infinito. Atchugarry, così come lo ha definito Simongini, traendo spunto dal suo aspetto imponente, è “un gigante buono, geniale, determinato e generoso”, tanto che nel 2007 ha fondato la sua Fondazione a Manantiales, con l’obiettivo di creare un luogo d’incontro per gli artisti di tutte le discipline, e nel suo meraviglioso parco offre ai visitatori molti eventi gratuiti che riguardano non solo le arti visive, ma anche la letteratura, la musica, la danza.
Quanto al suo amore per la natura, egli è un vero “artista giardiniere”, nel senso che pianta nel terreno, oltre alle sue sculture da giardino, un immenso numero di alberi (finora almeno 17000 in Uruguay) e, quando viene a sapere che ci sono alberi morti (in particolare ulivi e ciliegi) destinati a diventare legna da bruciare, interviene su di essi trasformandoli in opere d’arte, in un dialogo molto rispettoso della natura. Nella mostra romana, oltre ai due grandi ulivi-sculture intitolati Pace con la natura, provenienti dall’Uruguay, sono esposte piccole sculture lignee, che possono richiamare anche figure di uccelli o elementi vegetali in un astratto biomorfo.


Nella mostra incontriamo anche bronzi rivestiti con una vernice d’automobile (rossa e azzurra), che richiamano il pensiero futurista e il suo rapporto con il design. In questo caso è proprio la materia a sottolineare un messaggio immediato di spinta aerodinamica. In un’opera, come fa notare il curatore, paradossalmente riesce a fondere l’eredità di sculture classico-ellenistiche, come la Nike di Samotracia, con le linee aerodinamiche del Futurismo, mettendo in crisi l’affermazione di Marinetti, secondo cui
“Un automobile ruggente, che sembra correre sulla mitraglia, è più bello della Vittoria di Samotracia”.

Una sezione della mostra è dedicata alla biografia dell’artista, attraverso un documentario e grandi foto che lo mostrano nei suoi luoghi del cuore, come nel caso delle cave di Carrara, o all’opera nel suo studio, evidenziando l’iter del processo creativo. Contrariamente ad altri artisti, Atchugarry non fa disegni progettuali, ma delinea la sua idea con un carboncino direttamente sul marmo, che poi viene sbozzato con vari strumenti, tra cui delle ruote seganti che penetrano in profondità per formare le caratteristiche pieghe di molte sue opere.


Il maestro divenne noto a livello internazionale soprattutto nel 2003, quando rappresentò l’Uruguay alla Biennale di Venezia con opere incentrate sulla pace. Ricordiamo che molti suoi lavori sono presenti in diversi musei internazionali e le sue mostre si sono tenute in città di tutto il mondo. A lui si deve, oltre al già citato Parco delle sculture presso la sua Fondazione, la creazione del museo MACA (Museo de Arte Contemporáneo Atchugarry), il più importante nel suo genere in Uruguay.
Nica FIORI Roma 24 Maggio 2026
“Pablo Atchugarry. Scolpire la luce”
Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea, viale delle Belle Arti 131 – Roma
19 maggio- 21 giugno 2026
Orario: da martedì a domenica, ore 9-19; lunedì chiuso

