di Marco FIORAMANTI
In una mano il fucile, nell’altra la macchina fotografica, Tony Vaccaro partecipa allo sbarco in Normandia, documenta: la liberazione di Parigi e Berlino, l’Italia della ricostruzione e i protagonisti della moda, del cinema e dell’arte.
Gli incontri col Maestro Tony Vaccaro
- New York City, novembre 2010
In quelle settimane ero alloggiato a Park Avenue (Midtown Manhattan), ospite presso lo studio di Anton Perich, fotografo e videomaker nella Factory di Warhol, ideatore ed editore di ‘NIGHT Art Magazine’ dal 1978. Ricevo una telefonata da un vecchio amico, Joe Oppedisano, noto fotografo, anche lui temporaneamente a New York, il quale mi chiama perché vuole presentarmi Tony Vaccaro, il celebre fotoreporter, testimone delle principali vicende storiche del Novecento.
Mi rendo naturalmente disponibile e il giorno successivo, tarda mattinata, in subway raggiungiamo Long Island City, nel Queens. Vaccaro ci accoglie gentilmente nel suo studio. Taglia media, corporatura robusta, jeans, tee shirt e scarpe da ginnastica, non dimostra affatto la sua veneranda età. Alle pareti i suoi scatti più famosi; s’impone su tutti – due metri per uno – la foto del celebre architetto Frank Lloyd Wright, immortalato all’interno della sua Fallingwater House a Taliesin (Spring Green, Wisconsin) durante una lezione.

Poi ci spostiamo “da Gianna”, al Testaccio Restaurant, 47 Vernon Boulevard, non lontano da casa sua. La grande sala è tappezzata dai suoi scatti più famosi, tutti rigorosamente con dedica. La prima domanda che gli porgo è ovviamente relativa allo sbarco, quella notte, a Omaha Beach – operazione Overlord – e ai suoi vent’anni. Me lo immagino, tra quegli 850.000 soldati alleati sulla Liberty, sbarcati in Normandia tra il 6 e il 30 giugno del ’44. Lo lascio parlare, senza interromperlo. Ha la voce pacata, un dire sereno di chi sa cogliere e trasmettere con emozione l’estrema gravità di quegli avvenimenti. Mi racconta in perfetto italiano – interrotto da qualche termine inglese – la difficoltà di essere un giovane soldato in terra nemica, ma soprattutto quella di sentirsi fotografo di guerra in prima linea.

(a sin.) dicembre 1944, Battaglia delle Ardenne, Belgio – Vaccaro con una mitragliatrice MG42 tedesca, catturata al nemico;
(a dx) 1945, Vaccaro con un fucile M-1 usato in battaglia e una macchina fotografica Argus C3
La macchina fotografica a tracolla era costretta a sbattere contro qualunque cosa, ogni volta che un bombardamento o una raffica di mitra ti costringeva a gettarti a terra – mi racconta – per fortuna che la mia Argus era fatta di pezzi meccanici in qualche modo riparabili…
Tira fuori da una busta della spesa una macchinetta identica a quella da lui usata in guerra.
Ecco vedi – mi dice indicando la rotella che regolava i tempi di esposizione – questa un giorno andò perduta, io presi un chiodo e cercai con quello, a memoria, di ritrovare la taratura che volevo. E così ho scattato gran parte delle foto in quel periodo.
La chiacchierata sulla guerra si protrae durante il pranzo, in particolare sull’arte di arrangiarsi al fine di proteggere e salvaguardare il materiale fotografico.
A mano a mano che sviluppavo i miei rullini, cercavo di proteggerli all’interno dello zaino, che con il resto dell’equipaggiamento faceva almeno 20 chili, più il fucile. Naturalmente col tempo si creava un problema: i rullini aumentavano e facevano sempre più volume. Una volta a Parigi, in un teatro bombardato, ebbi la fortuna di trovare quei contenitori metallici delle ‘pizze’ cinematografiche, lo spessore della pellicola era lo stesso, 35 millimetri, e cominciai ad avvolgere i negativi uno dopo l’altro fino a riempire l’intero reel. In questo modo mi riusciva facilmente di proteggerli il più possibile dalle rigate della sabbia e della terra, anche se quei segni erano la testimonianza diretta di quelle condizioni esterne.
In seguito, sempre dalla stessa busta, tira fuori due oggetti che gli furono fondamentali: un grande largo panno nero di cotone e un doppio telaietto in legno a incastro, all’interno del quale lui riusciva, nel buio del panno nero, a stampare i suoi “contatti”.
Mi venne poi spontanea la domanda: e per gli acidi, fissaggio e sviluppo, come riuscivi a procurarteli?
Spesso – rispose con un leggero sorriso – ci capitava di attraversare interi paesi distrutti e io, sotto gli spari delle mitragliatrici, andavo a rovistare tra le macerie dei laboratori fotografici. una volta, in Normandia, trovi perfino l’hydroquinone. Avevo imparato a scuola a prepararmi da solo lo sviluppo, conoscevo bene le dosi e la formula. Allo stesso modo trovavo i pacchi di polvere per il fissaggio. Come vasca di sviluppo utilizzavo il mio elmetto, ma poi avevo bisogno di altri contenitori per il lavaggio e il fissaggio, e usavo gli elmetti dei cadaveri che trovavo lì vicino. Tutto il processo di sviluppo era completamente approssimativo, non avevo né termometro né bilancia per le polveri, tuttavia riuscivo a ottenere buoni risultati. Il primo rullino lo sviluppai di notte, tenendo la pellicola ai bordi con le mani e facendola scorrere su e giù per una decina di minuti. Lavata la pellicola, l’appendevo poi ai rami degli alberi per farla asciugare.
Qualche rimpianto?
I primi venti rullini, tutti ancora da sviluppare, relativi allo sbarco a Omaha Beach andarono perduti alla posta militare. E molte foto mi furono censurate perché gli Stati Uniti non volvano mostrare soldati americani uccisi nei combattimenti.

Il “bacio della liberazione”.
Uno scatto di Vaccaro denominato il “Bacio della Liberazione” rimase celebre e fece il giro del mondo.
Quella foto fu scattata nella piazza principale del villaggio bretone di Saint-Briac-Sur-Mer.
Ritrae il sergente americano Gene Costanzo di Pittsburgh che bacia la piccola Noelle dopo la liberazione. Quella piazza oggi si chiama “Place Tony Vaccaro”.
Alla fine della guerra Vaccaro decide di rimanere in Europa come corrispondente per l’esercito americano The Stars and Stripes.
A quei tempi erano tutti senza soldi, mentre noi americani andavamo in giro con le jeep, e avevamo i coupons per la benzina…
Comincia a viaggiare per su e giù per l’Italia, documentando il dramma e la disperazione, il dolore delle perdite, la povertà e la grinta per la ricostruzione. Era il periodo dei grandi appuntamenti elettorali, del rinnovamento dopo un ventennio di dittatura fascista. Diventa poi corrispondente per Time-Life ed è il primo fotografo ad immortalare una modella nera. Riceve la Medaglia d’Oro dall’Art’s Director Club per il migliore scatto di moda a colori. Si occupa della Formula Uno e diviene amico del mitico Manuel Fangio. Conosce e frequenta Severini e Burri. Entra nel campo del cinema e fotografa gli attori più importanti del periodo, stringendo amicizia con Anna Magnani e Sophia Loren, Marcello Mastroianni e tanti altri.

Una volta, mi racconta, durante un servizio la Magnani, dopo una serie di scatti, si sentì stanca ed io dissi: “Anna, chiudi gli occhi per un attimo, riposati!” e continuai a scattare. Vennero fuori delle pose commoventi.
E quella foto di Picasso?, gli chiedo indicando l’immagine in fondo alla sala:
Ah! quella… sì, ora ti racconto. La mia agenzia mandò una serie di book al grande pittore e tra venti portfolio differenti lui scelse me. Lo raggiunsi nel sud della Francia. Quando suoni il campanello mi trovai davanti Pablo Picasso il quale cominciò ad assumere pose da grandeur, sai, proprio così, a gambe aperte e braccia conserte, ma io non feci nulla. Poi si mise di profilo, il pugno sotto il mento, aspettando qualche scatto, ma io rimasi immobile. Trovai uno stratagemma, feci per scuotere la mia macchina fotografica e dissi Pablo, credo che la mia camera sia rotta. L’artista, preso di contropiede mi guardò fisso negli occhi. Fu quello il momento in cui cominciai a scattare. Quella foto ne è la testimonianza.
Vaccaro riceve nel giugno del 1957 la committenza per fotografare Frank Lloyd Wright in persona. Trascorre quindici giorni nella tenuta di Taliesin, dove l’architetto lavorava con i suoi allievi.
Portai con me 2 Leica, 2 Nikon S, una Rolleiflex, una Rectaflex e una Linhof 4×5 per gli interni. obiettivi vari, lampade, treppiedi e 300 rullini. Wright non sopportava affatto la vista dei fotografi e non mi degnava di uno sguardo. Non sapevo cosa fare, finché mi venne un’idea. Mi accordai con sua moglie per un ritratto di famiglia. Da quel momento si stabilì un legame forte tra di noi.
Wright aveva 90 anni, cosa ti ha colpito in particolare di lui?
Ti racconto un aneddoto. Un cliente gli commissionò il progetto di una casa, e lui si prese sei mesi per realizzarlo. Il tempo era ormai trascorso. Ero presente alla telefonata del cliente, il quale era in zona e pronto a ritirare l’opera. Wright gli diede appuntamento tre ore dopo. Prese dei fogli bianchi e cominciò a buttare giù schizzi, piante, prospetti, sezioni. Dopo due ore il progetto era pronto. Incredibile!
Mi guardavo Tony incantato nel racconto, e così proseguì:
Quando arrivò il momento dei saluti, osservai sulla panca, all’ingresso, il suo cappello bianco. accanto all’inseparabile bastone. Afferrai la Nikon convinto che quello sarebbe stato la sintesi perfetta di un percorso emozionale accanto a un genio.

- Roma, Palazzo Valentini, 9 settembre 2011
Nel giorno dell’inaugurazione della sua mostra fotografica “Le torri gemelle dieci anni dopo”, presentata in pompa magna da Nicola Zingaretti, incontro nuovamente Tony Vaccaro. Le sale del Palazzo della Provincia ospitavano 29 immagini scattate tra il 1969 e il 2011 per ricordare il World Trade Center e la storia delle Torri Gemelle. Si scoprì ad un certo punto della mostra l’assenza, fondamentale, di uno scatto importante, quello da cui l’architetto giapponese Minoru Yamasaki prese ispirazione.
Tony mi prese subito da parte e mi disse:
Marco, domani mattina mi devi accompagnare a San Gimignano che devo fare una foto alle torri originarie, è importante.
Il giorno dopo, giunti sul posto andammo in giro col naso all’insù finché non riconoscemmo le due torri/modello. Vaccaro, al momento di scattare, si accorse che aveva dimenticato di mettere in carica la batteria della sua Leica e dovette acquistare una Kodak – scatoletta gialla usa-e-getta – con la quale realizzò lo scatto che mancava alla mostra.
Non posso non raccontare l’aneddoto che seguì a breve. Finita l’operazione andammo a Siena, seduti in uno dei bar di Piazza del Campo. Mentre mi svelava alcuni segreti della tecnica fotografica, mi venne un’idea: perché non andiamo a trovare Guido Ceronetti a Cetona, non lontanissimo da qui. Sarebbe stato fantastico, pensavo, far incontrare i due grandi vecchi. Era già l’imbrunire quando arrivammo e chiesi al barista della piazza principale dove fosse l’abitazione del Maestro. Era a pochi passi di distanza. Una signora era affacciata a una finestra del palazzo, le chiesi se era possibile a quell’ora disturbare Ceronetti. Rispose che il Maestro era solito coricarsi presto. Le chiesi allora di aprirmi il portone, gli avrei lasciato sue righe nella cassetta delle lettere scusandomi dell’irruzione improvvisa e che gli avrei poi scritto per avere un’intervista. Dopo neanche una settimana ricevo una ‘cartolina postale’, manoscritta, firmata Guido Ceronetti in cui condannava la mia insolenza per essermi presentato senza appuntamento e che non mi avrebbe mai concesso l’intervista.

Ma torniamo alle Torri, una premessa è necessaria. La storia nasce nel lontano 1957 quando tramite Eero Saarinen – il famoso architetto finlandese che progettò il terminal della TWA all’aeroporto JFK nel Queens e l’Arco di St. Louis, la “porta verso l’Ovest”– Tony Vaccaro conobbe Minoru Yamasaki. Accomunati entrambi dalla passione per il collezionismo di opere d’arte tra i due nacque subito una buona amicizia. Nel 1969, quando Vaccaro fu incaricato dalla rivista LIFE di realizzare un reportage sul progetto del World Trade Center, ha immortalato Yamasaki insieme al modellino delle torri.

E mentre, nel 1966, si iniziava la costruzione delle torri, Vaccaro fotografò il plastico delle torri, poi fece un montaggio sovrapponendo l’immagine, tramite una doppia esposizione, su quella delle torri reali in fase di costruzione per mostrare come sarebbe stata l’opera finita. Le foto della simulazione furono pubblicate su Life il 22 marzo 1969. Ironia della sorte, dopo aver contribuito fin dalle origini alla ‘realizzazione’ delle Torri, Vaccaro si trovò a documentare in diretta dalla sua abitazione, affacciata all’East River, la tragedia dell’11 settembre.
- Bonefro (CB), Palazzo Miozzi, 14 settembre 2014

Bonefro (CB), Palazzo Miozzi. Apertura mostra nel Museo a lui dedicato (foto web)
L’inaugurazione del Museo della fotografia dedicato a Tony Vaccaro “L’arte in un istante – 70 anni di fotografia” presso Palazzo Miozzi a Bonefro era stata formalmente aperta il 24 agosto alla presenza dell’allora ministro dei beni e delle attività culturali Dario Franceschini, ma Vaccaro per motivi di salute non poté essere presente. L’esposizione permanente presenta al pubblico 88 fotografie dell’intero percorso dell’artista, basato sul catalogo “TONY VACCARO – Retrospektive” (2012) in collaborazione con la Galleria Bilderwelt di Berlino (curatore mostra Reinhard Schultz).
Pochi giorni dopo chiamo Tony a New York il quale mi dà conferma che poche settimane dopo, domenica 14 settembre, sarebbe stato a Bonefro per inaugurare personalmente il suo Museo.

È la mattina presto di domenica 14 quando passo a prendere a San Giovanni il mio amico Rino Bianchi, fotografo di chiara fama. Insieme, con la mia Clio del ’99, partiamo in direzione Bonefro (CB). Quattro ore dopo incontriamo Tony e siamo subito invitati a pranzo con i suoi parenti. Contatto poi il regista e autore Mauro John Capece ad Alba Adriatica per averlo all’inaugurazionee poter organizzare una troupe per il pomeriggio in modo da poter riprendere in video sia la mostra che l’intervista che avrei fatto a Vaccaro. Missione riuscita.
In serata l’intera popolazione riversava nuovamente a Palazzo Miozzi, entusiasta di salutare il Maestro del Reportage e rendergli il giusto riconoscimento per una vita leggendaria, e per aver lasciato una grande eredità, patrimonio della memoria collettiva. Tony Vaccaro, l’artista dallo sguardo umano e dall’intuizione geniale, ci lascerà otto anni dopo, nel dicembre 2022, nella sua casa di Long Island City pochi giorni dopo aver compiuto 100 anni.

Marco FIORAMANTI Roma
Biografia

