di Marco FIORAMANTI
LE FRAMMENTAZIONI DELL’IO NEI DIVERSI CORPI DELL’UOMO
Roma, Teatro GHIONE
UNO, NESSUNO E CENTOMILA di Luigi Pirandello
Con Primo Reggiani, Francesca Valtorta, Jane Alexander, Fabrizio Bordignon, Enrico Ottaviano
Adattamento e Regia: Nicasio Anzelmo
Fino al 15 febbraio
LA VANA ILLUSIONE DI ESSERE ME
[…] su quella verde, serena collina, / dove per la prima volta io / mi sono sentito tutti.
(Evgenij Aleksandrovič Evtušenko, “Vorrei nascere in tutti i Paesi”)
Uno spettacolo “geometrico” perfettamente organizzato dal regista Nicasio Anzelmo nel gioco delle posizioni nello spazio scenico, nella perfezione legata al dinamismo trasformista degli attori e nei loro punti di “fuga”. Tutti i personaggi infatti, nati dalla fantasia del Poeta e imprigionati nel loro ruolo, sfuggono e rifuggono in qualche modo dalla realtà vera e restano attoniti attorno a colui che, smosso dalle fondamenta, viene stimolato a intraprendere, suo malgrado, un lungo e tortuoso percorso psicologico. È la generazione dei Freud e dei Kafka nella Mitteleuropa, dei Gurdjieff, nell’area medio-orientale:
“L’uomo è fatto da una moltitudine di piccoli ‘io’ tiranni ed egoistici, che esercitano volta a volta una effimera egemonia sulla vita della coscienza”.

A sipario già aperto, il buio si dissolve in tre serie di quinte formate da grandi sagome di teste in profili di cartone foderati da fogli di giornali d’epoca. Cinque figure in penombra, immobili, voltano le spalle al pubblico. Tutto è pronto. S’accende una luce sul protagonista, il ventottenne Vitangelo Gengè Moscarda – nella grande, superba interpretazione di Primo Reggiani – padrone di una banca, per eredità paterna. Inizialmente turbato dall’osservazione della moglie Dida (una raffinata, effervescente Francesca Valtorta) circa il suo naso “che pende a destra”, viene lentamente destabilizzato fino a rendersi conto di apparire agli altri in modo diverso da come lui vede sé stesso.
Non mi conoscevo affatto, non avevo per me alcuna realtà mia propria, ero in uno stato come di illusione continua, quasi fluido, malleabile; mi conoscevano gli altri, ciascuno a suo modo, secondo la realtà che m’avevano data; cioè vedevano in me ciascuno un Moscarda che non ero io, non essendo io propriamente nessuno per me; tanti Moscarda quanti essi erano, e tutti più reali di me che non avevo per me stesso, ripeto, nessuna realtà. […]


Ecco quindi che il Moscarda cambia vita, comincia a demolire tutti i ruoli che gli altri gli attribuiscono. Si disfa della banca, si libera della moglie che si allea con Firbo e Quantorzo, amministratori della banca (poliedrici e convincenti Enrico Ottaviano e Fabrizio Bordignon, negli altri differenti ruoli di vescovo e cardinale), intesse amicizia amorosa con Anna Rosa (un’affascinante Jane Alexander) con la quale un doppio ‘incidente di percorso’ lo porterà all’accusa di instabilità mentale. Finirà in un ospizio, ma con la piena consapevolezza di indossare ogni volta una maschera, a seconda della situazione.
Siamo più evanescenti dell’aria stessa


L’umorismo pirandelliano raggiunge l’apice in questa sua ultima commedia, portando alle estreme conseguenze “le tragiche profondità del destino”: la persuasione divina dell’essere sé, l’Uno, precipita nell’assenza, nell’annullamento del sentirsi Nessuno fino a risalire la china nella metamorfosi della molteplicità dei Centomila.
Una lunga e ripetuta serie di applausi ha coronato questa prima, rendendo merito a uno spettacolo finemente lavorato nel gioco perverso, sempre serrato, dei personaggi dell’uomo di Girgenti.
Scene e costumi: Annamaria Porcelli e Sergio Maria Minelli; Musiche: Giovanni Zappalorto; Movimenti: Barbara Cacciato; Foto di scena Tiziano Ionta; Aiuto regia: Matteo Tanganelli.
Marco FIORAMANTI Roma 8 Febbraio 2026

