di Martha PAINE
ANTEPRIMA
Roma, Teatro di Documenti, via Nicola Zabaglia, 42
“Purgatorio”
dall’omonimo romanzo di Ilaria Palomba
Drammaturgia e regia di Mariaelena Masetti Zannini
16-17-18 gennaio 2026
Intervista a Mariaelena Masetti Zannini
Mariaelena Masetti Zannini, nobildonna di origini bresciane, “ricercatrice indipendente”, una vita dedicata al teatro, ci parla del suo prossimo spettacolo “PURGATORIO tratto dall’omonimo romanzo di Ilaria Palomba www.aboutartonline.com/il-purgatorio-di-ilaria-palomba-quando-la-catastrofe-e-incombente-e-come-lottare-contro-di-essa/ che andrà in scena dal 16 al 18 gennaio a Roma, al Teatro di Documenti.


Come nasce l’idea di portare in scena questo memoir?
R: La scelta di portare in scena Purgatorio nasce dal riconoscimento di una prossimità radicale: quella tra il corpo che scrive e il corpo che si espone. Il romanzo di Ilaria Palomba prende forma a partire da un’esperienza autobiografica estrema — il suicidio mancato — ma ciò che mi ha interessata non è la dimensione narrativa dell’evento, bensì la sua trasfigurazione in linguaggio, il modo in cui la scrittura diventa luogo di disintegrazione e di resistenza dell’io. Come donna, regista e interprete, ho sentito la necessità di attraversare quella scrittura con il mio corpo, assumendone il rischio. Non si tratta di rappresentare un’esperienza altrui, ma di creare un corto circuito tra due soggettività femminili, tra due corpi segnati, in cui l’autobiografia smette di essere confessione per farsi sapere incarnato. La scena diventa così uno spazio di esposizione condivisa, in cui il corpo dell’attrice non illustra il testo, ma lo mette alla prova, lo porta fino al suo limite. Purgatorio mi è apparso come un testo che interroga in profondità la possibilità stessa di sopravvivere al proprio annientamento, senza mai pacificare il trauma. In questo senso, il teatro si configura non come luogo di catarsi, ma come dispositivo critico: un campo di tensione in cui la pulsione di morte, la fragilità psichica e il desiderio di sparizione vengono sottratti a ogni retorica e restituiti come esperienza sensibile e pensante. Portare in scena questo romanzo ha significato, per me, assumere una posizione: credere che il teatro possa ancora essere uno spazio in cui l’esperienza femminile, nella sua opacità e radicalità, non venga addomesticata, ma attraversata fino a diventare pensiero. Un luogo in cui la ferita non viene chiusa, ma tenuta aperta come possibilità di conoscenza.


Che tipo di costruzione e di adattamento hai deciso di scegliere per un libro così complesso?
R: L’adattamento di Purgatorio nasce come un processo di costruzione complesso e stratificato, pensato in relazione organica con il luogo che lo accoglie. Il Teatro di Documenti di Roma non è stato scelto come semplice contenitore, ma come spazio drammaturgico attivo: un luogo costruito nel tempo come architettura dell’altrove, attraversato da una vocazione quasi iniziatica, che invita naturalmente allo sconfinamento, alla perdita di orientamento, alla discesa. Da qui la scelta di un impianto itinerante, capace di mettere in dialogo linguaggio scenico, letteratura, performance art e arti visive in una comunicazione totale. Il testo non viene illustrato né linearizzato, ma scomposto, attraversato, fatto risuonare nei diversi ambienti del teatro, affinché la complessità del romanzo possa manifestarsi come esperienza sensibile più che come narrazione. All’interno di questa costruzione, la presenza di Ilaria Palomba in scena rappresenta il vero punto di snodo dell’opera. Non come personaggio, né come semplice riferimento biografico, ma come corpo vivente della scrittura. In un momento centrale del lavoro, la struttura drammaturgica si sospende e si apre a una zona non preparata, non rappresentata: uno spazio di testimonianza dal vivo in cui l’autrice attraversa la scena con la propria esperienza, sottraendosi a ogni mediazione teatrale. È in questo scarto, in questa uscita dal quadro, che l’opera trova il suo punto di massima tensione. La scrittura ritorna alla sua origine, la finzione si incrina e ciò che resta è un atto di presenza, irriducibile, che mette in crisi lo statuto stesso della rappresentazione. Purgatorio si compie così come dispositivo aperto, in cui arte e vita si sfiorano senza mai pacificarsi, lasciando allo spettatore la responsabilità di abitare quella frattura.
Qual è il riflesso interiore e personalizzato nello spettacolo?
R: Il riflesso interiore che Purgatorio evoca si manifesta attraverso una sinfonia di linguaggi artistici, dove ogni elemento contribuisce a una risonanza più profonda e intima. La performance art, azione dal vivo, la musica lirica eseguita in tempo reale, si fondono in un’armonia che arricchisce e amplifica la profondità del testo, trasfigurando ogni gesto in un’occasione di introspezione. La presenza di Ilaria Palomba, con la sua testimonianza autentica e spontanea, diventa il punto di rottura, un momento di verità che dissolve i confini tra finzione e realtà, invitando lo spettatore a un incontro autentico con la propria essenza. Così, ogni elemento dell’opera si fonde e si eleva, creando un riflesso interiore che si trasforma in un’esperienza di consapevolezza e di incanto, dove la poesia del gesto e la profondità del pensiero si intrecciano armoniosamente.


Nei tuoi lavori di regia i tuoi ruoli come attrice sono abitualmente marginali. In Purgatorio sarai invece l’alter ego della protagonista del libro…
R: Da anni la mia ricerca artistica si concentra su esperienze di vita intense, spesso narrate attraverso le voci dei protagonisti stessi. Anche in questa occasione, sono profondamente onorata di portare in scena un lavoro che mi vede anche protagonista, unendo la mia voce e il mio corpo a un racconto di intensa umanità. Dopo una pausa artistica, ho maturato una comprensione più profonda del dolore e della sofferenza e sento che oggi posso dare voce a queste corde con una maturità acquisita nel tempo. Così, la mia interpretazione si fa veicolo di un dialogo autentico e riflessivo, in cui ogni sfumatura è il frutto di un percorso di crescita che rifiuta l’autocelebrazione.
Parlami dell’impostazione performativa che caratterizza questo lavoro.
R: All’interno dello spettacolo, l’arte non è mai elemento ornamentale, ma sostanza viva del pensiero scenico. La presenza della performance art di Marco Fioramanti rappresenta un nucleo fondativo del lavoro: un’azione cerimoniale di traghettamento del corpo nella sua fase estatica e un gesto pittorico che si compie nel tempo reale della scena suggellano un sodalizio artistico che ci lega da oltre un decennio. Un altro momento di particolare intensità è affidato a Gianluca Bagliani, scultore di grande sensibilità, la cui presenza si manifesta attraverso un intervento psicomagico: un attraversamento simbolico che lavora sull’inconscio, sulla trasformazione e sul potere arcaico del gesto artistico come atto di rivelazione. Accanto a questi interventi, il tessuto performativo si arricchisce di presenze che incarnano linguaggi diversi ma profondamente dialoganti. Luciano Roffi, una delle voci più autorevoli del panorama italiano, noto per aver prestato la sua voce a figure iconiche come Tarantino e David Bowie, dà corpo e respiro ai ruoli maschili, conferendo alla parola una densità quasi scultorea. Olivia Balzar assume invece un ruolo di soglia: è il tramite sottile fra dimensione onirica e realtà, una figura liminare che accompagna lo spettatore in uno spazio sospeso, dove il senso non è mai univoco ma costantemente in trasformazione. Infine, la performance di Giulia Nardinocchi – interprete lirica, attrice e performer – rappresenta un altro dei vertici espressivi dello spettacolo: la sua voce e il suo corpo attraversano i linguaggi, fondendo canto, parola e presenza scenica. Non a caso, è anche autrice dell’immagine della locandina, che già visivamente restituisce la stratificazione simbolica dell’opera. Di grande importanza per me è stato il supporto di Valentina Blasi, come aiuto alla regia, che ha coordinato l’intero impianto coreografico e musicale. In questo intreccio di arti e visioni, lo spettacolo si configura come uno spazio di convergenza, dove ogni intervento non illustra ma interroga, non accompagna ma scava, componendo una drammaturgia che è, prima di tutto, esperienza del pensiero incarnato.


Cosa ti aspetti da questo lavoro e perché hai deciso di farlo?
R: Da questo lavoro mi aspetto che la straordinaria letteratura di Ilaria Palomba, attraverso la mia visione, unitamente a quella dei meravigliosi artisti coinvolti, sia sublimata dalla potenza collettiva delle emozioni, permettendo al pubblico di riconoscersi nella profondità e nel valore dei testi. Desidero che il pubblico trovi un punto di contatto con le tematiche della salute mentale e della depressione, trovo sia un dovere parlarne oggi e un privilegio farlo con chi con coraggio ha deciso di esporsi in prima persona come testimonianza vivente.
Roma 11 Gennaio 2026

