di Anna Lisa GENOVESE
Su gentile concessione della dott.ssa Anna Lisa Genovese – da tempo valorosa collaboratrice di About Art- possiamo pubblicare un pdf (vedi in calce) che contiene il suo importantissimo studio intitolato Un’altra Verità. Sul testamento e l’ultimo discendente di Gian Lorenzo Bernini (2025) incentrato sulla discendenza del grande genio del Barocco; in forza poi del suo insistente quanto meticoloso lavoro d’archivio la studiosa ha potuto riportare alla luce altri ritratti dei personaggi narrati nel volume che ora vengono resi pubblici in esclusiva nel saggio che ci è stato generosamente inviato. Nel ringraziare la dott.sa Anna Lisa Genovese invitiamo i nostri lettori ad approfittare dell’occasione che viene concessa dal momento che il volume, ora disponibiler in pdf, contiene novità e precisazioni degne della massima attenzione.
A un anno dalla pubblicazione dello studio sulla discendenza di Gian Lorenzo Bernini[1] [fig. 1], è oggi possibile aggiungere un tassello iconografico alla ricostruzione della vita dell’ultimo esponente del casato.

Il ramo familiare si era estinto nel XIX sec. con Prospero Bernini, figura cerniera tra l’antica stirpe del celebre scultore barocco e la sua eredità ottocentesca. Il ritrovamento sul mercato antiquario romano di alcuni ritratti della famiglia permette finalmente di dare un volto ai protagonisti di questa vicenda storica, i cui intrecci ricordano le trame del più tipico feuilleton romantico del suo secolo.
Nonostante l’assenza dei nomi nel catalogo d’asta, le iscrizioni presenti sul retro delle tele consentono l’identificazione del “Ritratto di Gentiluomo” in Don Prospero Bernini, del “Ritratto di signora” in Concetta Caterina Bernini in Galletti Vincenzo, del “Ritratto di giovane donna” in Giuseppina Galletti, e del “Ritratto di giovane nobildonna con rosa” in Teresa Galletti in Giocondi Augusto.
Le quattro effigi sembrano le uniche superstiti di una più ampia galleria di famiglia, dispersa già prima dell’asta del 2020, in cui fu venduto soltanto il Ritratto di Teresa Galletti. A fronte di una qualità artistica non eccelsa e di stime contenute, il valore storico-documentario di queste opere è invece notevole. Esse ritraggono infatti l’ultimo esponente del ramo nobiliare dei Bernini, che acquisirono il patriziato romano nel XVIII secolo, e alcuni membri del nucleo familiare che ne ereditò le sostanze: la figlia adottiva Concetta Caterina, sposata con Vincenzo Galletti, e due dei loro otto figli: Giuseppina e Teresa. Fu proprio dal matrimonio di quest’ultima con Augusto Giocondi che prese avvio la discendenza dei Forti e degli attuali Forti Bernini.
L’autore dei dipinti, o per meglio dire gli autori, vista la difformità stilistica, sono sconosciuti, ma non si esclude la partecipazione della stessa Concetta Caterina alla loro esecuzione. Pittrice dilettante, nel testamento lasciò esplicitamente vari suoi quadri alle persone care. È possibile far risalire la sua prima formazione al pittore Giovanni Colombo Conter, al quale era legata da un rapporto innanzitutto affettivo e quasi paterno.
L’enigma di una nascita e le trame familiari
Dopo l’adozione nel 1823, la giovane undicenne non andò a vivere con il padre adottivo, ma venne affidata alla famiglia del pittore bresciano Colombo, che affittava il piano terra di Palazzo Bernini, in via della Mercede n. 11.
Il palazzo era la storica dimora di Gian Lorenzo Bernini, che vi morì dopo aver vincolato immobile e collezione d’arte alla linea primogenita. Il fedecommesso resse per due secoli, fino alla scomparsa di Francesco Bernini nel 1841. Questi ne occupava il primo piano con la sua famiglia, mentre al secondo vivevano il fratello minore Prospero, celibe, e la madre di lui, la marchesa Laura Sacrati.
Nonostante l’avvenuta adozione, nei registri parrocchiali degli Stati delle Anime relativi alla casa di Colombo Conter la giovane Concetta Proietti non fu mai registrata con il cognome Bernini, bensì come “Caterina Bernetti”. Al parroco vennero infatti dichiarate generalità diverse da quelle registrate al Santo Spirito alla Ruota degli Esposti, con un nome che non corrisponde a quello di battesimo e il cognome della famiglia che l’aveva accolta fin dalla nascita, e che la chiamava invece Angela. La famiglia dell’avvocato Gaetano Bernetti era a sua volta insediata in un’altra proprietà Bernini, l’edificio in via del Corso n. 151: qui Prospero aveva da poco rilevato le quote degli altri comproprietari (il fratello Francesco e gli eredi Manfroni), avviandone il restauro per metterlo a rendita.
I rapporti tra l’avvocato Gaetano Bernetti, suo figlio Giuseppe (protagonista di una celebre lettera dell’amico Giuseppe Gioachino Belli) [fig. 2] e il nobiluomo Prospero Bernini sono piuttosto complessi.

È proprio nelle pieghe di questa intricata relazione economica, amicale e professionale che vanno ricercate le reali ragioni dell’adozione.
L’indagine archivistica ha messo in luce una serie di strane circostanze che, al momento, non consentono di giungere a certezze, ma solo di avanzare alcune ipotesi. La principale – legata alla personalità spregiudicata del figlio dell’avvocato Bernetti, quel “Peppe” amico del Belli – è che la bambina fosse il frutto di una sua relazione giovanile.
La nascita di Concetta appare infatti dissimulata da una falsa dichiarazione che la vorrebbe avvenuta l’11 novembre 1811 a Leofreni, nel Regno di Napoli guidato da Gioacchino Murat; località dove, in realtà, la bambina non fu mai registrata.
Con un atto chiaramente formale, la neonata fu esposta alla Ruota di Santo Spirito in Sassia [fig. 3], che ne registrò il battesimo con il nome di Concetta indicandone data e luogo di nascita; subito dopo la bambina venne affidata alla balia Maria Paparelli.

Dagli atti parrocchiali si desume tuttavia che la balia risiedesse nelle soffitte di Palazzo Bernini in via del Corso, e che fosse vedova dell’avvocato Gaetano Cerafogli, collega del Bernetti, il quale occupava il piano nobile e fu il vero ospite della bambina dalla nascita per tutta la sua infanzia.
Emblematico di tale confusione è il lapsus del cancelliere dell’Ospizio di Santo Spirito in Sassia, che nell’atto di adozione annotò dapprima il nome del padre adottivo come “Prospero Bernetti”, per poi correggerlo in “Prospero Bernini”. Il cognome dell’avvocato ricorre del resto con insistenza in numerosi altri documenti, oltre agli Stati delle Anime di Sant’Andrea delle Fratte. Durante la formazione presso le suore Orsoline, attorno ai dieci anni, la bambina viene infatti indicata come figlia adottiva di Teresa Bernetti, moglie di Gaetano e madre di Giuseppe. La stessa sovrapposizione si ripresenta persino nell’età adulta: nei registri di battesimo dei suoi figli (Teresa I, Teresa II e Prospero II), la donna figura ancora come Caterina Bernetti, segno della consapevolezza da parte del parroco delle sue reali origini.
Ci si chiede quindi per quale ragione Prospero Bernini sia stato coinvolto in questo segreto di famiglia. L’obiettivo dei Bernetti pare fosse quello di celare una nascita illegittima, nel timore di uno scandalo sociale che ne avrebbe compromesso la posizione, specie alla luce del legame di parentela con il cardinale Tommaso Bernetti, figura aristocratica di spicco per la difesa della morale nella politica restauratrice di Leone XII.
Una risposta a tale interrogativo emerge dall’analisi della personalità di Prospero, i cui interessi sociali, culturali e politici delineano il profilo di un uomo progressista, sensibile e attivo nella tutela dell’infanzia e delle donne. Lo dimostra d’altronde il profondo legame con la zia letterata Orintia Romagnoli Sacrati: figura assai discussa all’epoca per la sua spregiudicatezza, che Prospero scelse come madrina di cresima per la giovane Concetta.
Affascinato dalle idee illuministe e progressiste, durante la prima Repubblica Romana (1798-1799) Prospero aderì agli ideali giacobini, servendo come colonnello e aiutante generale della Guardia Nazionale, patendo poi un breve esilio in Germania. Con l’avvento del dominio napoleonico fu nominato, nel 1810, membro della Commissione dei Conservatori e del Bureau di beneficenza. Tra gli enti coordinati dall’organizzazione spicca il complesso di Santo Spirito in Sassia: un’istituzione che alla funzione di ospedale affiancava quella di ospizio per i trovatelli, retta da un’apposita Commissione per gli Esposti.
Negli anni dell’Impero fu promulgato anche in Italia il Codice di Napoleone il Grande (Milano, 1806) [fig. 4], che introduceva una disciplina delle adozioni del tutto difforme da quella dello Stato Pontificio: il testo francese consentiva infatti la paternità adottiva anche agli uomini celibi, prassi poi rigorosamente vietata per le bambine dalla riforma di Leone XII durante la Restaurazione.

Le leggi napoleoniche contemplavano due distinte forme di affiliazione: “l’Adozione” vera e propria e la “Tutela officiosa”. La prima era riservata ai soli maggiorenni (come nel Diritto Romano) e mirava a garantire un erede al nome e al patrimonio, mediante un atto formale ratificato dal Giudice di Pace e dal Tribunale. La seconda rispondeva invece a una vocazione filantropica: rivolta ai minorenni e valida fino al compimento della maggiore età, aveva lo scopo di sostenere la crescita del fanciullo privo di mezzi, senza eccessive formalità. Per la Tutela dei minori non erano necessarie procedure giuridiche, non veniva imposto loro il cognome del tutore e non sussisteva alcun vincolo di natura ereditaria: precisamente ciò che intendeva Prospero Bernini quando accettò di tutelare Concetta.
L’operato come Commissario degli Ospizi permise a Prospero di sviluppare una profonda sensibilità verso il tema dell’infanzia abbandonata, avvicinandolo al dramma che aveva colpito l’amico avvocato Bernetti. L’impegno assunto nel 1811 alla nascita della bambina finì tuttavia per trasformarsi – con il passare del tempo e il mutare del quadro socio-politico – in una trama dagli esiti imprevisti, da cui gli fu impossibile svincolarsi.
L’imbarazzo di dover equiparare quella che sotto il Codice Napoleonico era una semplice “Tutela officiosa” a una vera e propria adozione – trasformazione impostagli dalla Restaurazione con il ripristino del diritto giustinianeo e il sovrapporsi di decreti e norme contrastanti – emerge chiaramente dalla bozza di testamento redatta da Prospero nel 1835, alla vigilia del matrimonio di Concetta Caterina.

La minuta fu allegata agli atti della successione quando Concetta Caterina [fig. 5], subito dopo la morte di Prospero, si proclamò unica erede del patrimonio, allegando alla dichiarazione per accedere all’eredità un certificato di morte privo del nome della moglie del padre. L’esclusività della pretesa ereditaria scatenò le accese contestazioni degli altri parenti, in particolare di due rivali: la nipote Maddalena Baviera, residente a Senigallia (figlia di Caterina Bernini, sorella di Prospero), e la moglie Angela Santini. Quest’ultima, già vedova di Giuseppe Bernetti, si era sposata segretamente con Prospero nel 1841, ed era, almeno sul piano teorico, la matrigna di Concetta.
Nel corso delle accese liti, la nipote si dichiarava vera unica erede in quanto consanguinea, accusando apertamente Concetta di usurpare il cognome Bernini in quanto una Bernetti. Concetta invece si accanì nei confronti della matrigna, contestandone il matrimonio con il padre e avanzando una richiesta di scioglimento alla Sacra Rota.
Lo stesso Prospero non era scevro da dubbi sugli effettivi obblighi nei confronti della figlia adottiva, resi palesi dalle frasi cassate e dalle correzioni presenti nella bozza di testamento. L’atto di adozione stipulato al Santo Spirito – ritenuto valido “per antica tradizione”, ma privo di un supporto normativo coerente – viene declassato a “una specie di adozione”, mentre le spese sostenute negli anni per Concetta sono giudicate di gran lunga eccedenti i suoi doveri. Per chiudere definitivamente la questione, Bernini stabiliva di liquidare la giovane con 3.000 scudi, a tacitazione di ogni sua pretesa e a totale copertura della dote:
«siccome fin dal di 16 gennaio 1823 con un istromento ritenni legale con Archiospedale di S. Spirito … accettai con una specie di adozione N.N. Battezzata che sebbene lo creda che rigorosamente non porti tutte le qualità di vera adozione nulla di meno togliere tutte le questioni e per dimostrare il mio attaccamento a quella brava ragazza che mi ha mostrato sempre una vera gratitudine con aver tenuto una lodevole condotta e non avermi dato alcun dispiacere io lascio alla medesima scudi [–] sia come dote sia come legittima o sia come legato spontaneo intendendo però che questa debba accettarsi come saldo totale di tutti i suoi probabili diritti giacché io credo con ciò e con tutto quello che ho speso per la di lei educazione d’averli dato un segno bastante del mio attaccamento per essa ed aver soddisfatto ad ogni mio obbligo che potesse pretendersi dando così interpretazione che possono favorirle alle leggi tanto per il Testo codice e specialmente dal a quanto ordina Giustiniano nel Lib. 3 dell’Istituzione Tit. c. Rom. sed ea omnia. […] con questi scudi [–] intendo di aver soddisfatto a quanto mi obbliga la Legge onde essa non possa pretendere altro dalla mia eredità, tanto più che io ho sopperito a tutto ciò che è bisognato per la di lei completa educazione. Se questi scudi li avesse lei avuti all’epoca della mia morte per via di dote intendo che quelli abbiano da stare di luogo di questi».
L’inquietudine di Prospero non derivava soltanto dal dovere di quantificare il proprio impegno economico verso una ragazza per la quale non nutriva un vero affetto filiale – come dimostra la costante distanza mantenuta nei suoi confronti –, ma soprattutto dalla consapevolezza di violare le disposizioni del suo casato.
Tale situazione era infatti in aperta contraddizione con il fedecommesso di Gian Lorenzo Bernini, rigorosamente espresso in ben sedici pagine di testamento, che prevedeva l’esclusione dalla successione ereditaria delle figlie femmine, ma anche dei figli maschi illegittimi, seppure riconosciuti legalmente.
La fedeltà alle volontà dell’avo crollò nel 1841, alla morte di Francesco Bernini. A causa dei gravi debiti accumulati da quest’ultimo, si rese necessaria la vendita del palazzo al n. 11 di via della Mercede, residenza di entrambi i fratelli. L’immobile era rimasto in comune anche dopo la spartizione patrimoniale, con cui Francesco aveva ottenuto la piena proprietà del vicino civico 12 e Prospero si era assicurato la quota del fratello nel palazzo in via del Corso.

Pur di salvare le opere d’arte vincolate dal fedecommesso, in primis la celebre statua della Verità, Prospero Bernini rinunciò alla sua quota del palazzo. Fedele alla disposizione di Gian Lorenzo che la voleva custode della dimora del primogenito, portò con sé l’opera durante il trasloco nella residenza di via del Corso e la collocò su un piedistallo con un’iscrizione [fig. 6]:
SIMVLACRVM VERITATIS TEMPORE DETEGENDAE – QVOD LAVRENTIVS BERNINIVS EQVES – OLIM CALVMNIA ADPETITVS – IN SOLATIVM DOLORIS INSCVLPSIT – ET TRANSMITTI POSTERIS SVIS IN PERPETVVM IVSSIT – QVO PRAESENTE ADMONERENTVR – INIVRIAS FERENDAS POENAS NON EXPETENDAS – PROSPER ABNEPOS ILLVSTRI LOCO P.C. AN. MDCCCXLVI
(Statua della Verità che dovrà essere scoperta dal Tempo, che il cavalier Lorenzo Bernini scolpì una volta raggiunto dalla calunnia per consolazione del dolore, e comandò che fosse in perpetuo tramandata ai suoi posteri affinché avendola presente fossero ammoniti a sopportare le offese e a non rivendicare punizioni. Il pronipote Prospero curò che fosse posta in luogo illustre nell’anno 1846).
Nella consapevolezza di non poter rispettare le rigide volontà dell’avo, Prospero finì per non redigere alcun testamento definitivo, lasciando che fossero i giudici – dei quali previde inevitabilmente l’intervento – a districare l’intricata matassa ereditaria.
Paradossalmente, con la sua condotta Prospero finì per sovvertire la rigida esclusione patrilineare voluta dal grande avo, consentendo nei fatti il passaggio del suo patrimonio a un’erede che ne riassumeva tutte le caratteristiche da egli escluse.
Durante le inevitabili controversie, la nipote Maddalena Baviera riuscì ad assicurarsi una buona quota pecuniaria mediante transazione, caldeggiata dai rispettivi avvocati per l’impossibilità delle parti di far prevalere una ragione sull’altra, vista la mancanza di leggi univoche. La moglie segreta Angela Santini ottenne infine l’usufrutto della “quarta vedovile”, ma soltanto al termine di una dura battaglia legale segnata dal forte astio di Concetta nei suoi confronti.
Il successivo passaggio delle proprietà ai Galletti, e quindi alla discendenza di Teresa Giocondi, segnò il definitivo tramonto della parabola principesca dei Bernini, aprendo la strada all’ingresso del residuo patrimonio artistico nella storia del collezionismo moderno, sia privato che pubblico.
La sorte della discendenza di Concetta Caterina fu segnata da una tragica scia di lutti prematuri: nessuno dei suoi otto figli riuscì a superare i ventisei anni. Morirono infatti in tenerissima età Prospero Giuseppe (a soli 24 giorni), Maria Teresa (a 7 mesi) e Rosa (a due anni e mezzo); non giunsero alla maturità Santa Giuseppa (a 12 anni) e Prospero (a 20 anni). Mentre Giacomo morì a 22 anni, Giuseppa e Teresa si spensero entrambe a 26.

In questo straziante quadro anagrafico spicca la costante ricorrenza del nome Giuseppe, un ulteriore indizio sul presunto padre Bernetti, considerato che i nomi scelti sono tutti legati all’ambito familiare: un’ipotesi affascinante che, se confermata, dimostrerebbe come la donna fosse pienamente consapevole delle proprie origini biologiche.
Alla luce di questi dati, è verosimile ipotizzare che la galleria dei ritratti familiari comprendesse, accanto ai dipinti già individuati, anche la raffigurazione di Vincenzo Galletti [fig. 7] e dei figli giunti all’età più adulta: Santa, Prospero e Giacomo, un tempo esposti negli appartamenti abitati dalla famiglia nel Palazzo Bernini in via del Corso.
I ritratti
Il gruppo di quattro dipinti presenta stili eterogenei. Benché tutti presentino fondi scuri e neutri, non sembrano appartenere alla stessa mano e la loro realizzazione varia anche in ordine temporale, compresa in un periodo tra il 1835 e il 1861 circa.

Prospero Bernini (Roma, 23 luglio 1773 – 10 maggio 1858), figlio di Mariano e della marchesa Laura Sacrati.
Il dipinto restituisce le sembianze di un gentiluomo maturo, la cui fisionomia è definita dalla fronte alta e stempiata, dai radi capelli grigi pettinati all’indietro e dal volto scavato con labbra sottili. Gli occhi scuri brillano di un’intensità acuta e profonda, rivelando la vividezza interiore di un uomo dalla vita ricca ed esperienziale. La notevole accuratezza nella resa psicologica e la qualità esecutiva suggeriscono la mano di un pittore professionista. L’iconografia fornisce l’immagine del soggetto intorno ai sessant’anni d’età, un dato perfettamente coerente con la moda degli anni Trenta dell’Ottocento evidenziata dall’abbigliamento: una marsina scura, la camicia bianca e una cravatta nera sapientemente annodata al collo con un fiocco.
Il quadro non compare nell’inventario dei beni redatto alla morte di Prospero; questa mancanza avvalora l’ipotesi che il dipinto potesse già appartenere alla figlia adottiva Concetta, ricevuto in precedenza come dono da parte del padre, forse già all’epoca del suo matrimonio, nel 1835.

Concetta Proietti, poi Concetta Caterina Bernini (Leofreni, 11 novembre 1811 – Roma, 29 ottobre 1866), fu la figlia adottiva di Prospero Bernini.
Rispetto alla testimonianza fotografica, l’opera raffigura la donna in un’età più giovanile, colta nella piena maturità tra i trenta e i quarant’anni. Il tratto fisiognomico più distintivo è lo sguardo affetto da strabismo; un difetto che l’autore ha cercato di mitigare attraverso un espediente chiaroscurale, lasciando in ombra una metà del volto. La donna indossa un semplice abito da matrona, conforme al suo status borghese di madre e moglie, il cui rigore è ingentilito dalla trasparenza del colletto in pizzo finemente lavorato e dalla luce di un orecchino gioiello; tuttavia il busto, quasi evanescente, manca di corporeità. Il dipinto presenta un’altezza maggiore rispetto agli altri e si pone come un probabile autoritratto.

Giuseppina Galletti (Roma, 1° aprile 1837 – 11 settembre 1863), secondogenita di Vincenzo e Concetta Caterina, fu battezzata nella chiesa di San Marcello con i nomi di Giuseppa Annunziata Francesca.
Probabilmente minata da una salute cagionevole, Giuseppina non si sposò mai e si spense precocemente a 26 anni. Essendo deceduta dopo il nonno Prospero, dal quale la famiglia aveva ereditato i diritti di sepoltura, fu tumulata nella tomba gentilizia dei Manfroni all’interno della Basilica di Santa Maria del Popolo.
Le dimensioni e il taglio dell’opera si discostano da quelli del ritratto della madre, escludendo che questo come gli altri tre siano nati come pendant. La tela invece mostra evidenti sintonie con il ritratto del nonno, con cui condivide non solo il formato e la cornice, ma anche una ricercata palette bicromatica con forti contorni chiaroscurali. Dal punto di vista stilistico, l’opera si rifà a un gusto rinascimentale nella posa misurata e nell’austero abito scuro dallo scollo ovale, che accendono per contrasto l’incarnato del volto e delle spalle. La totale assenza di gioielli o di qualsivoglia ornamento non è soltanto il riflesso del suo stato nubile, ma assume qui il valore simbolico di una definitiva rinuncia a ogni prospettiva matrimoniale. L’espressione, illuminata da un lieve sorriso e da occhi specchio di una profonda dolcezza, restituisce lo sguardo candido e virginale della sfortunata giovane, nella quale si riconosce una nitida somiglianza con i tratti paterni.

Teresa Galletti (Roma, 31 maggio 1844 – 15 settembre 1870), sesta figlia di Vincenzo e Concetta Caterina, nacque nel palazzo in via del Corso e fu battezzata nella parrocchia di S. Lorenzo in Lucina, con il nome della sorellina deceduta nel 1842; ebbe a madrina la moglie segreta del nonno, Angela Santini.
Il dipinto si discosta decisamente dai precedenti, sia per l’uso dei colori più brillanti, che per la presenza della mano portata al petto. Inoltre è l’unico in cui l’effigiata guarda in lontananza anziché di fronte a sé, quasi a indicare un tempo sospeso, in attesa del futuro che l’attende. Il ritratto raffigura Teresa giovanissima, con pochi ornamenti scelti nel segno della massima sobrietà: sul petto spicca un piccolo spillone dorato al centro della scollatura, accompagnato da orecchini a lobo quasi impercettibili e da un bracciale decorato sul polso destro. L’abito accollato di colore blu polvere è arricchito da un ampio ed elaborato colletto in pizzo bianco lavorato con motivi geometrici e floreali; la scelta del colore e il taglio castigato sottolineano la freschezza e il decoro legati alla sua giovane età. I capelli scuri sono divisi da una riga centrale netta e raccolti ai lati del viso in morbide bande voluminose che coprono parzialmente le orecchie, lasciando il volto scoperto e perfettamente illuminato, dalla notevole somiglianza materna. La fanciulla tiene delicatamente tra le dita della mano destra una rosa, simbolo della purezza virginale. Con questi elementi il dipinto si pone poco prima del matrimonio, celebrato il 26 ottobre 1861; dall’unione con Augusto Giocondi nacquero cinque figli: Lodovico, Giulio, Vincenzo, Enrico e Caterina.
Anna Lisa GENOVESE, Roma, 23 agosto 2026
NOTA
