Ponti, acquedotti e i mercati del mondo romano protagonisti ai Mercati di Traiano

di Nica FIORI

Aperta la seconda sezione della mostra “Civis civitas civilitas” ai Mercati di Traiano.

Con 30 nuovi plastici del Museo della Civiltà Romana, appena restaurati, il 29 giugno è stata aperta al pubblico la seconda sezione della mostra “Civis Civitas Civilitas. Roma antica modello di città”, ospitata nel Complesso dei Mercati di Traiano – Museo dei Fori Imperiali. Promossa dalla Sovrintendenza capitolina e curata da Claudio Parisi Presicce e Claudia Cecamore, la mostra è dedicata alla rappresentazione della città nel suo valore più pieno di espressione della civiltà romana, come indicano le tre parole latine del titolo, che potremmo tradurre con cittadino, città e civiltà. Ricordiamo che per esprimere la città in senso concreto, i romani usavano il termine urbs, mentre civitas è l’insieme dei cittadini, quindi è un termine del diritto, più che dell’urbanistica. Allo stesso modo civis non è semplicemente il cittadino che condivide gli spazi urbani della sua città, ma è colui che condivide con altri i diritti politici, in opposizione alle diverse categorie di stranieri. Civilitas, infine, indica la società civile, e quindi la conquista culturale come prodotto della socializzazione politica degli uomini.

Vengono illustrati in questa esposizione tutti quegli edifici delle città dell’Impero, che ricalcano gli esempi romani, attraverso i plastici in gesso alabastrino, realizzati in gran parte dall’architetto Italo Gismondi per il bimillenario di Augusto del 1937 e confluiti nel Museo della Civiltà romana (attualmente chiuso per inagibilità dei locali). Sono modelli che raffigurano lo stato di fatto dei monumenti negli anni Trenta del Novecento, e in parte le loro ricostruzioni: all’intrinseco valore scientifico aggiungono anche il valore di documentazione di monumenti trasformati o scomparsi, soprattutto nei territori teatro di eventi bellici.

Aperta il 21 dicembre 2019 e sospesa dal 9 marzo al 2 giugno per le misure di contenimento del Covid-19, la mostra è prorogata fino al 18 ottobre 2020 (rispetto alla prevista chiusura del 6 settembre) ed è accessibile nel rispetto delle linee guida per contenere la diffusione del coronavirus, consentendo contemporaneamente lo svolgimento della normale visita del museo, ricco di straordinari reperti marmorei di età imperiale.

Ai plastici e ai ritratti finalizzati a illustrare gli spazi pubblici come fori, templi, curie, edifici termali ed edifici per spettacoli (teatri e anfiteatri), archi e porte urbiche, sepolcri e monumenta, sono stati ora aggiunti 24 plastici, 5 rilievi e un ritratto, sistemati al I e al III piano del complesso traianeo, per completare l’immagine della civitas con le infrastrutture legate alla mobilità (ponti), all’acqua (acquedotti e sistemi di accumulo e distribuzione) e al commercio (mercati).

Man mano che andavano avanti con le loro conquiste, i Romani costruirono un numero impressionante di ponti, sparsi in tutte le province dell’impero e in molti casi ancora in piedi dopo duemila anni.

Ponte Fabricio di Roma

Il ponte più antico è il Sublicio, costruito sul Tevere da Anco Marzio, il quarto re di Roma.  Si racconta che il dio Tiberino non gradisse una costruzione sulle sue acque e provocasse perciò continue inondazioni, finché il re non decise di dare un’impronta sacrale all’attività di far ponti, istituendo un apposito collegio sacerdotale. Il collegio era costituito dai pontefici, il cui termine deriverebbe proprio da pontem facere.

Ponte di Saint Chamas, arco

Il Sublicio era di legno, tanto che potè essere facilmente abbattuto dall’esercito romano, mentre Orazio Coclite (mitico eroe del VI secolo a.C.) arrestava l’avanzata degli Etruschi di Chiusi. In un secondo tempo, a partire dal II secolo a.C., l’uso del cementizio permise la costruzione di ponti in muratura, caratterizzati da archi gettati su piloni con fondazioni in malta idraulica. Comunque nel corso dell’espansione romana continuò l’uso di costruire ponti di legno per superare le barriere fluviali, e in qualche caso ponti di barche, che venivano poi sostituiti con ponti in muratura una volta conquistato il territorio.

Ponte di Kiakta
Ritratto di Nerva

Talvolta sui ponti erano collocati archi onorari al loro imbocco, come nel ponte di Saint Chamas in Francia e di Kiakta in Siria, o al centro come in quello di Alcantara in Spagna.

Non meno importanti sono gli acquedotti che i Romani costruirono al servizio delle città. Per la manutenzione degli stessi era previsto un curator aquarum, ovvero un magistrato di rango senatorio, già a partire dal 10 a.C. Gli undici acquedotti realizzati tra il 312 a.C. e il 226 d.C., per una portata di circa un milione di metri cubi di acqua, sono oggetto di numerosi trattati di ingegneria idraulica. Fra le fonti antiche, si ricorda l’importante trattato di Giulio Frontino, De aqueductu urbis Romae, che egli scrisse dopo essere stato curator aquarum sotto l’imperatore Nerva, del quale è in mostra un calco del busto.

Nelle zone con forti dislivelli del terreno, l’ingegneria romana alternava cunicoli sotterranei e arcate. Queste costruzioni, che potevano arrivare fino a quattro livelli sovrapposti, rappresentano tuttora uno dei segni più evidenti della presenza dei Romani nei territori dell’impero. Spettacolari sono gli acquedotti ricordati dai plastici esposti, come il Pont du Gard, presso Nimes (l’antica Nemausus), in Francia,

Pont du Gard, particolare

o l’acquedotto di Tarragona (in Spagna),

Acquedotto di Tarragona
Acquedotto di Mitilene

quello di Mitilene (in Grecia) e quello di Efeso (in Turchia).

Senza allontanarsi da Roma, troviamo il plastico dell’area di Porta Maggiore, dove si congiungono diversi acquedotti, ovvero gli archi dell’Aqua Claudia e dell’Anio novus sulle vie Prenestina e Labicana, a sinistra l’Aqua Marcia, la Tepula e la Iulia, in condotto sotterraneo l’Anio vetus e l’Aqua Appia.

Acquedotti a Porta Maggiore

Ricordiamo che Roma offre tuttora ai visitatori la visione di numerosi tratti di acquedotti, alcuni anche in pieno centro storico, come i resti dell’Acquedotto Vergine all’interno del palazzo della Rinascente, ma è soprattutto la periferia che si caratterizza per la loro presenza e in particolare ricordiamo l’Acquedotto Alessandrino che dà il nome a Centocelle e il Parco dei Sette Acquedotti al Tuscolano.

La visione delle imponenti arcate sullo sfondo dei colli Albani costituiva uno dei tradizionali motivi di stupore per i viaggiatori dei secoli passati, tanto da essere state raffigurate in innumerevoli dipinti e incisioni. Anche il cinema si è appropriato di esse, trovandovi la scenografia ideale, oltretutto a due passi da Cinecittà, per film storici e in costume. Con le immagini di questi maestosi ruderi si apre pure “La dolce vita” di Federico Fellini, in una suggestiva ripresa aerea motivata dal trasporto in elicottero di una grande statua di Cristo dalla campagna fino a piazza San Pietro, mentre l’Acquedotto Felice, uno di quelli compresi entro l’area del parco dei Sette Acquedotti, è stato scelto da Pier Paolo Pasolini per fare da cornice nella sua “Mamma Roma” al quartiere dell’Ina-Casa, dove abita la protagonista del film, mirabilmente interpretata da Anna Magnani.

Come viene spiegato in mostra, l’acqua trasportata dagli acquedotti passava nel suo lungo percorso attraverso diversi tipi di serbatoi. Le piscine limarie erano dei bacini dove l’acqua era purificata  dai corpi estranei e dai minerali più pesanti, che precipitavano sul fondo delle vasche: erano collocate vicino al punto di captazione e presso il punto di arrivo, prima del castellum di ripartizione delle acque. Questo era un grande serbatoio, posto in un punto elevato, che serviva per la distribuzione dell’acqua in diverse condutture che, diramandosi, raggiungevano i vari settori della città. Sono in mostra il plastico della piscina limaria dell’Acqua Vergine

Piscina limaria dell’Acqua Vergine

(che si trovava al vicolo del Bottino nei pressi di piazza di Spagna) e il castellum aquae di Pompei, che prevedeva una tripartizione delle tubazioni secondo un orientamento topografico, ovvero verso i settori orientale, centrale e occidentale della città.

Castello di divisione delle acque a Pompei

Vitruvio ricorda, però, che quasi sempre le tubazioni che uscivano dal castellum erano finalizzate ad alimentare una gli edifici pubblici e privati, un’altra le fontane e un’altra le terme. Laddove occorrevano grandi quantità di acqua, come nelle terme imperiali, erano previste delle cisterne monumentali (è in mostra il plastico relativo alla grande cisterna di Cartagine, nell’attuale Tunisia).

Grande cisterna di Cartagine

Altre costruzioni di pubblica utilità esposte nella mostra sono i mercati. A Roma si ricordano il Foro Boario (degli animali) e il Foro olitorio (dei vegetali) come prime sedi di mercato.  Non appare casuale il fatto che fossero situati vicino all’isola Tiberina, là dove era possibile il guado del fiume nelle fasi più antiche della città. In un secondo tempo il grande mercato si spostò nel Foro Romano e nel 179 a.C. venne costruito il Macellum da M. Fulvio Nobiliore.

Il macellum era specializzato nella vendita di carne e pesce ed era caratterizzato da una struttura a quadriportico, con tabernae che circondavano uno spazio con al centro una tholos (edicola colonnata circolare o poligonale). Possiamo ammirare il plastico del mercato di Leptis Magna, l’importante città della Libia che ha dato i natali a Settimio Severo, con due tholoi affiancate, mentre nel mercato di Sertius a Timgad (in Algeria), del III secolo, troviamo un grande emiciclo dal lato opposto all’entrata.

Mercato vecchio di Leptis Magna
Mercato di Sertius a Timgad, part.
Mercato di Timgad,

La visione di questi plastici è arricchita da alcune scene che illustrano le attività del mercato, tra cui quella di un macellaio (calco di un rilievo dei Musei Civici di Verona, I-II sec. d.C.), colto mentre sta per macellare un maiale appeso a due ganci, un venditore di frutta (calco di un rilievo dei Musei Vaticani del I sec. d.C.) e le botteghe di un salumaio e di un vinaio (calco da un rilievo  del Museo archeologico di Digione, II-III sec. d.C.).

Sono arrivati in mostra anche modelli, di cui è stato completato il restauro, pertinenti alle sezioni già in esposizione da dicembre: tra questi vi è lo spettacolare plastico del santuario di Baalbek (in Libano). Attraverso i vari plastici e i ritratti parlanti di alcuni personaggi, Roma appare ai visitatori della mostra quale modello di comunità quanto mai contemporaneo nella sua multiculturalità, unificata però dalla forte identità del governo romano e dalla figura dell’imperatore. È questo un concetto che attraversava tutto l’impero, dove accanto al latino era fiorente il greco (nelle province orientali) e nelle aree più lontane si parlavano anche altre lingue. Tutti dovevano rispettare il diritto di Roma e il culto ufficiale imperiale, anche se erano ammesse altre religioni. Gli stranieri si sforzavano di diventare romani, ma a un certo punto le cose non funzionarono più tanto bene, date le enormi dimensioni dell’impero e la perdita d’importanza di Roma rispetto all’altra capitale, Costantinopoli, voluta da Costantino a cavallo tra Europa e Asia.

Nica FIORI   Roma 12 luglio 2020

Civis Civitas Civilitas. Roma antica modello di città

Mercati di Traiano – Museo dei Fori Imperiali, Via Quattro Novembre 94 – 00187 Roma

21 dicembre 2019 – 18 ottobre 2020. Orario: tutti i giorni 9.30 – 19.30

Biglietto integrato Mercati di Traiano – Museo dei Fori Imperiali + Mostra: per i non residenti a Roma € 14, ridotto € 12; per i residenti a Roma  €12, ridotto € 10

L’ingresso è gratuito per le categorie previste dalla legge e per i possessori della MIC card

I turni di ingresso sono contingentati tramite acquisto on line o telefonando al numero 060608 (tutti i giorni ore 9.00 – 19.00).

www.mercatiditraiano.it; www.museiincomune.it