Per una storia sociale delle idee artistiche e degli artisti. A proposito della nuova edizione di “Dalle botteghe alle accademie”, di Sergio Rossi

di Romeo BUFALO

Romeo Bufalo ha insegnato Estetica e Istituzioni di Estetica presso l’Università della Calabria. Tra i suoi studi più apprezzati si citano: Piacere e bellezza (2001), L’esperienza precaria(2006), Il mondo che appare (2011), Arti, linguaggio e tecnica (2018) e la curatela di La cultura siamo noi. Umanismo operativo e funzionalismo storico nel pensiero di Mario Rossi (2024). Con questo saggio inizia la sua collaborazione con About Art

1.Oltre quarant’anni fa, precisamente nel 1980, la casa editrice Feltrinelli pubblicò un volume che si segnalò subito nel panorama storico-artistico dell’epoca per il taglio metodologico innovativo e l’arditezza ermeneutica delle tesi ivi sostenute. Il libro, che si esaurì rapidamente, si intitolava Dalle botteghe alle accademie. Realtà sociale e teorie artistiche a Firenze dal xiv al xvi secolo. Ne era autore Sergio Rossi, un giovane ricercatore di storia dell’arte, allievo di Giulio Carlo Argan, che avrebbe poi percorso tutta la sua carriera scientifica e accademica di apprezzato storico e critico dell’arte moderna e contemporanea nell’Università La Sapienza di Roma (e, per brevi periodi accademici, in quelle di Venezia e Viterbo).

Di questo libro è appena uscita, presso una giovane Casa editrice palermitana, una nuova versione (S. Rossi, Dalle botteghe alle accademie. Artisti e società a Firenze e Roma dal Trecento a Caravaggio, Prefazione di L. Agus, Postfazione di R. Carlon, Istituto Poligrafico Europeo, Palermo, 2026). La nuova edizione è abbondantemente rivista, specie sul piano degli aggiornamenti bibliografici e della relativa discussione critica, e completamente riscritta in più luoghi (nuovi, o parzialmente nuovi, sono i capitoli ‘romani’ e, soprattutto, quelli dedicati a Caravaggio, di cui Rossi è uno dei nostri maggiori conoscitori). Al punto che, si potrebbe dire, pur rimanendo intatto l’impianto critico e l’approccio storiografico e teorico-metodologico ai problemi ed agli autori trattati nel volume del 1980, si tratta, in realtà, di un nuovo libro. Nuovo non solo nel titolo, ma soprattutto nei contenuti, in cui Rossi riprende (e distribuisce nei diversi capitoli) i risultati delle nuove ricerche che nel frattempo ha condotto sui medesimi argomenti del libro.

Già Maurizio Calvesi, nella succinta e perspicua Prefazione all’edizione del 1980, identificava uno dei tratti specifici ed originali del libro nel fatto che colmasse una lacuna nella storiografia artistica dell’età moderna, quella relativa alla trasformazione della figura sociale dell’artista tra Medioevo e Rinascimento. Una trasformazione che secondo Rossi è ricostruibile attraverso un’attenta ricognizione storico-sociale del passaggio dalle vecchie Botteghe delle Arti medievali alle nuove Accademie rinascimentali, come enunciato dal titolo. In realtà, questo è solo uno degli aspetti che rendono la lettura del libro di Rossi molto istruttiva e molto stimolante. Perché le questioni, storiche e teoriche, su cui egli si sofferma si dispiegano su più territori disciplinari ed interessano, conseguentemente, più di uno studioso. Non solo lo storico dell’arte ed il critico d’arte, ma anche il sociologo della cultura, lo storico della letteratura, lo studioso di estetica e di filosofia dell’arte. Ed è proprio da quest’ultimo punto di vista, estetico-filosofico, che mi occuperò del libro nelle note che seguiranno.

Prima di entrare nell’argomento, è doveroso sottolineare che Rossi è uno dei pochissimi studiosi[1] che tenta di applicare, a mio avviso efficacemente, alla storia (ed alle teorie) delle arti figurative del Rinascimento un metodo d’indagine materialistico-storico, cioè marxista. Alla delineazione concettuale della metodologia di indagine materialistico-storica in campo artistico-figurativo è dedicata infatti l’Introduzione (pp. 17 sgg.), sulla cui base prendono corpo e si giustificano teoricamente i vari capitoli distribuiti nelle tre Parti di cui si compone il volume. Sicché si può senz’altro affermare che tutto il libro si sviluppi sotto il segno di una lettura storico-materialistica di un tratto particolarmente significativo della storia (e della pratica) delle idee artistiche. Delle tre Parti in cui si articola, la Prima esamina la produzione artistica a Firenze e Roma tra Quattrocento ed inizi del Cinquecento. La Seconda si sofferma su Firenze nel Cinquecento maturo, (in particolare: sulla figura di Michelangelo, su Benedetto Varchi e la disputa rinascimentale sulle arti, su Pontormo, su Vasari e la nascita delle ‘arti del disegno’). La Terza ha come protagonista Roma (in particolare: le vicende della Compagnia romana di San Luca e della sua trasformazione in Accademia) tra la metà del Cinquecento e Caravaggio.

Sergio Rossi

Cominciamo intanto col chiarire in che senso quella di Rossi sia un’indagine di tipo storico-materialistico. Molto schematicamente, e con tutti i rischi che si corrono quando si procede per schemi, si può dire che Rossi accolga, e si faccia guidare nel corso del suo lavoro, da quello che è stato considerato il principio-cardine della metodologia d’indagine marxiana, ossia la distinzione, storico-dialettica e funzionale, e non rigidamente meccanica e deterministica, tra struttura e sovrastruttura. Le quali sono le due dimensioni (insieme, formali e materiali) entro cui si articola la produzione storico-umana attraverso il lavoro, e dunque la vita stessa di un’epoca storica.

Struttura e sovrastruttura non sono per Marx due sfere distinte gerarchicamente, con la prevalenza della prima, piĂš importante, sulla seconda, meno importate. Al contrario, sono entrambe importanti e decisive per la vita degli uomini perchĂŠ sono i due diversi ambiti in cui si realizza la produzione (e riproduzione) umana.

Nella Miseria della filosofia Marx scriveva che gli uomini non producono solo merci, come la tela, il lino, lo zucchero, ecc., ma producono anche idee. Nella struttura si producono i beni materiali necessari al sostentamento degli uomini; nella sovrastruttura si producono le idee politiche, giuridiche, religiose, filosofiche, artistiche, ecc., con cui gli uomini prendono coscienza delle loro condizioni esistenziali-lavorative, ossia strutturali, e spesso intervengono per modificarle. Infatti, il lavoro col quale gli uomini producono i mezzi della loro sussistenza materiale e riproducono anche se stessi non è quasi mai, materialmente e storicamente, omogeneo ed unitario, ma quasi sempre differenziato e, soprattutto, diviso, scisso tra ‘lavoro intellettuale’ e ‘lavoro manuale’.

Questa divisione tra ‘lavoro concreto-materiale’ e ‘lavoro astratto-formale’ si trasforma in una divisione sociale tra classi, le quali entrano tra di loro in un conflitto spesso insanabile che si risolve con la trasformazione storica delle condizioni del lavoro, ossia della struttura, e con l’elaborazione-produzione di un nuovo assetto teorico-ideologico che esprime e giustifica ideologicamente, sul piano della sovrastruttura, quelle nuove condizioni materiali.

Si può applicare questo schema storiografico non solo alla produzione materiale-economica, ossia alla ‘base strutturale’ di una società, ma anche alla ‘produzione artistica’, cioè ad una sfera della ‘sovrastruttura’? Si possono, conseguentemente, individuare, all’interno del cosiddetto ‘mondo dell’arte’, le forze produttive materiali e le forme di relazione dentro le quali quelle forze vengono storicamente inquadrate? Si può leggere, in altri termini, la sovrastruttura artistica, ossia le opere d’arte di un certo periodo, come riflesso, certo non meccanico ma, come si è detto, storico-dialettico, fatto cioè di molti anelli intermedi che lo storico materialista deve filologicamente ricostruire, dei problemi sociali di un’epoca storica? Il libro di Rossi mostra che tutto questo si può fare. Ed i capitoli in cui esso si dispiega ne offrono un quadro esemplare. A conferma di questo, riporto per intero l’incipit dell’Introduzione, emblematicamente intitolata «Arte e lavoro tra Medioevo e Rinascimento», in cui Rossi traccia, per così dire, le coordinate teoriche generali dentro le quali svilupperà le sue analisi storico-critiche:

L’arte figurativa intesa come fatica di mente, contrapposta all’artigianato inteso come prevalente fatica di corpo: questa, in sintesi, può essere considerata la formula riassuntiva della riflessione critica che gli artisti del Cinquecento hanno compiuto sul ruolo che essi dovevano assumere nella società del loro tempo; premessa teorica che condurrà, alla fine del secolo, alla nascita delle prime Accademie del disegno.

Giorgio Vasari, san Luca che dipinge la vergine

Il carattere anti-artigianale di tale presa di posizione non sarà, del resto, che lo sbocco di tutto un complesso dibattito incentrato su due problemi di fondo: quello del passaggio dell’artista da artifex (cioè artigiano) a intellettuale e quello dell’esigenza di conciliare l’operatività del fare artistico con la pretesa della piena equiparazione delle arti figurative alle cosiddette “arti liberali”. Proprio per la sua natura, al fondo, ambivalente, la trattatistica d’arte cinquecentesca, anzi tutta la poetica manierista, e stata interpretata ora come il primo fenomeno estetico autenticamente moderno, ora, al contrario, come un momento di quella più generale crisi ideale, politica e sociale che avrebbe caratterizzato l’Italia del xvi secolo. Per sfuggire però ai termini di una polemica che, cosi posta, rischia di divenire antistorica e fuorviante, si deve innanzitutto evitare la tendenza a considerare l’attività teorica di molti artisti rinascimentali o come tentativi mal riusciti di filosofi dilettanti in campi non propri o, al meglio, come un fenomeno estetico autonomo e sostanzialmente estraneo alla concreta attività artistica. Al contrario la trattatistica di questo periodo va analizzata come il riflesso sovrastrutturale (cioè teorico) di una realtà strutturale (cioè propria dell’ambito sociale entro cui gli artisti operavano concretamente) in profonda evoluzione.[2]

In questo esordio troviamo almeno tre delle considerazioni ‘marxiane’ esposte sopra. E cioè: a) la produzione artistica tra Medioevo e Rinascimento è attraversata da una evidente divisione del lavoro (tra “fatica di corpo” e “fatica di mente”) molto simile a quella tra ‘lavoro manuale’ e ‘lavoro intellettuale’ che prenderà piede nel capitalismo maturo; b) la trasformazione strutturale-storica dell’artigiano, in quanto artifex (pura erogazione di  ‘forza-lavoro manuale, come avrebbe detto Marx), in artista-intellettuale avrà le sue ripercussioni sul piano sovrastrutturale con l’inserimento delle arti del disegno, come le chiamerà Vasari, fra le “arti liberali” e non più “meccaniche”; c) le riflessionii teoriche di molti artisti che, nei loro trattati, discutono sul loro modo di fare arte sono, nella lettura che ne propone Rossi, altrettanti documenti della presa di coscienza (sovrastrutturale) del loro status sociale (o strutturale). In tal senso, l’arte mostra, attraverso una serie più o meno ampia di mediazioni, il proprio condizionamento dai rapporti sociali di produzione. Il che significa, ancora, che è possibile, dal punto di vista del materialismo storico, scorgere, nella cosiddetta ‘personalità dell’artista’ (negli scopi e nelle idee che animano le sue opere e nei valori di certe scelte stilistico-formali), le tracce dell’ambiente sociale e culturale in cui quell’artista è vissuto ed alle cui sollecitazioni ha cercato di rispondere.

Qualcuno potrebbe, legittimamente, pensare che io stia esagerando e sovraccaricando di significati allotri alcune proposizioni di Marx. E invece, se si ha la pazienza di consultare i testi di questo pensatore, oggi pressoché dimenticato, capiterà di leggere, per esempio nella III parte de L’ideologia tedesca, dedicata alla critica di Max Stirner, un passo come questo:

Sancio [scil.Stirner] immagina che Raffaello abbia eseguito i suoi dipinti indipendentemente dalla divisione del lavoro che esisteva a Roma al suo tempo. [Ma] se confronta Raffaello con Leonardo da Vinci e Tiziano, vedrà come le opere del primo fossero condizionate dal fiorire della Roma dell’epoca, giunta al suo pieno sviluppo sotto l’influenza fiorentina; come le opere di Leonardo fossero condizionate dalla situazione di Firenze e quelle di Tiziano, più tardi, dallo sviluppo affatto diverso di Venezia. Raffaello, come ogni altro artista, era condizionato dai progressi tecnici dell’arte compiuti prima di lui, dall’organizzazione della società e dalla divisione del lavoro nella sua città.[3]
  1. 2. È su queste premesse teorico-metodologiche che Rossi sviluppa le sue analisi storico-critiche. Nella Prima parte, come si è accennato, esamina la vita di bottega ed il variegato sistema delle corporazioni fiorentine, caratterizzate da uno spirito egualitario e solidaristico al loro interno. Attraverso una meticolosa ricostruzione delle forme di vita e delle conflittualità sociali che opponevano la gran massa di lavoratori ‘salariati’ e di piccoli artigiani ai signori dell’industria tessile ed ai grandi mercanti, Rossi ci offre un quadro efficace del funzionamento e delle trasformazioni dei rapporti di produzione nella Firenze del Quattrocento. Specie quando sottolinea il carattere anti-corporativo della politica di Cosimo de’ Medici in un periodo in cui gli imprenditori oligarchi tendono a piegare ai loro interessi le norme corporative svuotandole dei loro contenuti solidaristici ed egualitari. A questi attacchi sono proprio gli artisti a rispondere. I quali cominciano a considerarsi dei ‘liberi lavoratori intellettuali’. Cominciano, cioè, in linguaggio marxiano, a prendere coscienza di classe.

Emblematico di tale conflittualità fu l’episodio dell’arresto del celebre artista-architetto Filippo Brunelleschi per il mancato pagamento dei tributi all’Arte dei Maestri di pietre e legnami durante la costruzione della cupola di S. Maria del fiore. Il caso è emblematico perché con Brunelleschi, che riunisce in sé tutte le funzioni prima svolte da soggetti diversi (da quelle ideative e progettuali a quelle organizzative, economiche e commerciali), ed assegna alle Maestranze la pura esecuzione materiale delle opere, si profila in maniera decisiva il passaggio dall’artigiano-proletario all’artista-intellettuale.

In tal modo, commenta Rossi, lo spirito di solidarietà tipico delle comunità artigiane medievali lascia il posto alla figura proto-borghese dell’architetto professionista che opera in un incipiente ‘mercato dell’arte’. Per cui la produzione di quelle che, a partire dal Settecento, saranno chiamate ‘opere d’arte’ ubbidiva non solo alla legge della domanda e dell’offerta, ma, lavorando l’artista prevalentemente su commissione, doveva rispondere ai gusti del committente, che spesso incidevano sulla resa stilistico-formale dell’opera.

Giotto e Masaccio (fonte I racconti di Ciccio e Astericcio. Un pennello per due,  da “L’Infinito Teatro del Cosmo”, di Barbariccio & Daniccia. 20/12/2016

Questo processo di trasformazione sociale dell’artista, in cui la ‘fatica di mente’ prevale su quella ‘corporale’ è ben esemplificato dalla figura di Giotto, il quale, come già rilevò Boccaccio, introdusse una pittura fatta più per piacere all’intelletto dei savi che per dilettare gli occhi degli ignoranti (p. 57). In tale quadro, il naturalismo della pittura fiorentina, da Giotto a Masaccio, è, secondo Rossi, l’espressione di un’arte colta, ‘intellettuale’, alto-borghese, che disdegna l’arte popolare in quanto arte di massa.

Da questo brevissimo resoconto della parte iniziale del libro, il lettore si sarà certamente fatto un’idea dell’originalità del lavoro storiografico e teorico di Rossi. A partire da questi presupposti, il discorso si sviluppa, fondamentalmente, lungo due assi distinti ma funzionalmente interconnessi. Uno è quello dell’analisi tecnico-compositiva e stilistico-formale delle opere (prevalentemente pittoriche, ma anche scultoree ed architettoniche), in cui Rossi mostra notevole conoscenza storico-critica del materiale artistico esaminato e sicurezza di giudizio nella valutazione e nell’attribuzione delle opere (attitudine che avrà il suo ‘culmine’, per così dire, nei capitoli finali dedicati ad alcune opere di Caravaggio). L’altro asse è quello lungo il quale egli esamina alcuni trattati d’arte del Quattrocento e del Cinquecento, ossia quei testi a cui gli artisti hanno affidato le riflessioni sul loro modo di fare arte. Gli autori presi da Rossi in considerazione sono tra le figure più significative del tempo: da Cennino Cennini a Lorenzo Ghiberti; da Leonardo da Vinci ad Antoniazzo Romano a Leon Battista Alberti e, nel Cinquecento, da Michelangelo a Benedetto Varchi, da Jacopo Pontormo a Vincenzo Danti a Giorgio Vasari.

  1. Dico subito che, essendo io uno studioso di estetica, mi interesserò prevalentemente di questo secondo asse lungo il quale scorre il libro di Rossi. Perché sono diversi, e diversamente importanti ai fini della nascita dell’estetica moderna, i temi ed i problemi che egli incrocia e discute in molte di queste pagine. Ma prima ancora che un interesse storico-disciplinare, questi testi teorici esaminati da Rossi hanno, a mio modo di vedere, un’importanza decisiva proprio dal punto di vista storico-materialistico enunciato all’inizio. Essi infatti rappresentano il luogo, o il momento, in cui un certo modo di pensare e di fare (l’arte, in questo caso) è indicativo di un certo modo di essere (sociale-politico). Questo è particolarmente visibile, ad esempio, nel De re aedificatoria e nel De pictura di Leon Battista Alberti, in cui, accanto alla visione oligarchica e classista della società tardomedievale, traspare una fiducia umanistica e laica nelle capacità razionali dell’uomo di conoscere/dominare la natura in vista di una convivenza civile pacifica ed armonica (pp. 64-70). Un motivo, questo, che sarà, come è noto, alla base della scienza della natura di Francesco Bacone.

Ma è tempo di elencare i principali temi discussi da Rossi che hanno una significativa rilevanza estetica e, più generalmente, filosofica sui quali intendo brevemente soffermarmi nelle pagine che seguiranno. Il primo di questi temi, a lungo dibattuto tra gli artisti ed i teorici delle arti a cavallo tra ‘400 e ‘500, è quello, uno e duplice, dello statuto teorico delle singole arti e del conseguente paragone fra le arti.  Si tratta del problema meglio conosciuto come quello dell’ut pictura poësis (da un’espressione che compare nell’Ars poetica di Orazio, genericamente, e superficialmente, letta come pacifica equiparazione tra pittura e poesia). Perché queste discussioni sono importanti ai fini dell’estetica, che, come è noto, nascerà solo nel corso del Settecento ad opera di un allievo di Leibniz, Alexander Baumgarten? Lo sono perché esse preparano il terreno sul quale si verrà delineando il sistema moderno delle arti nonché il concetto di ‘arte’ e di ‘artista’, che costituiranno l’arredo teorico-concettuale delle riflessioni estetico-filosofiche moderne.

Rossi esamina diversi trattati d’arte, dal Libro dell’arte di Cennini al De pictura di Alberti (cui dedica ampio spazio), ai Commentari di Ghiberti al Trattato sulla pittura di Leonardo da Vinci. In quasi tutti costoro, però, l’equazione pittura=poesia viene messa in discussione in favore di una superiorità e ‘nobiltà’, come dice Leonardo, della pittura sulle altre arti, non solo figurative, ma anche poetico-verbali. La ragione sta nella maggiore immediatezza delle immagini e del linguaggio figurato, tipico della pittura, su quello verbale, sempre mediato e indiretto, proprio della poesia. Diversi sono inoltre gli autori che insistono sul valore scientifico e non puramente ornamentale della pittura.

Secondo Leonardo, infatti, la vera scienza della natura è la pittura; e il pittore è uno scienziato. Perché la tecnica artistica, che si nutre di esperienza e di scienze geometriche e meccaniche, consente all’uomo di dominare la natura. C’è, insomma, particolarmente in Leonardo, e Rossi lo sottolinea bene, un tentativo di riunificazione della vecchia distinzione tra ‘fatica di mente’ e ‘fatica di corpo’, tra mente e mano, tra sapere e fare. Infatti Leonardo dice che l’arte pittorica è, insieme, meccanica e intellettuale, operativa e mentale. La conclusione, non solo specifico-tecnica, ma anche estetico-filosofica, di queste affermazioni è che «la pittura è un modo particolarissimo di conoscere la natura e il mondo, che dipende tanto dallo studio, dalla scienza e dall’esperienza, quanto dalle doti personali, cioè dal talento di chi vi si dedica»[4].

Queste discussioni sull’ut pictura poësis, ossia sul rapporto tre le arti (tra le singole arti figurative da un lato e tra le arti figurative, nel loro insieme, e le arti poetico-verbali), conosceranno interessanti sviluppi nel Cinquecento, ad opera di Michelangelo, «nume tutelare della nascente ideologia accademica» (p. 115), come lo definisce Rossi, di Benedetto Varchi, Federico Zuccari, Vincenzo Danti e Giorgio Vasari. Nel corso di queste discussioni si verrà delineando, soprattutto ad opera di Vasari, il primo abbozzo di un moderno sistema delle arti. Sarà Vasari, infatti, che, nelle Vite de’ più eccellenti architetti, scultori e pittori del 1550, unificherà concettualmente queste tre arti figurative definendole ‘arti del disegno’; e costituendo, in tal modo, l’antecedente teorico dell’espressione ‘belle arti’ (beaux arts, come per primo le chiamerà Dominique Bouhours), che prenderà corpo durante il Seicento fino a ricevere una definitiva consacrazione con la nascita dell’estetica moderna.

  1. Un aspetto della questione sul quale le considerazioni di Rossi mi hanno fatto riflettere, riguarda il singolare destino che, nel corso del tempo, ha conosciuto l’ut pictura poësis, ossia il problema del rapporto, o meglio, del paragone tra le arti. Parlo di un destino singolare perché questo stesso problema si riproporrà in età moderna, soprattutto nel corso del Settecento, come problema laocoontico, che prende il nome dal titolo di un’opera di G. E. Lessing, il Laocoonte, per l’appunto, in cui l’equiparazione ed unificazione tra le arti verrà contestata e soppiantata da una loro attenta analisi differenziale, prevalentemente tecnico-linguistica. Ciascuna arte, sosteneva Lessing, non può essere tradotta in un’altra perché possiede una strumentazione tecnica sua propria, specifica, che fa strettamente corpo con la forma artistica realizzata, altrettanto specifica e, diremmo, unica, che non può essere trasferita meccanicamente da un terreno artistico ad un altro. Ciò che si può esprimere nella scultura con il marmo, non si può esprimere nella poesia con le parole. Lessing fa il paragone tra il complesso scultoreo del Laocoonte, che si trova nei giardini dei Musei Vaticani, ed un verso di poesia tratto dall’Eneide di Virgilio, in cui il poeta descriverebbe in parole ciò che il blocco marmoreo esprime in volumi plastici (“ille simul manibus tendit divellere nodos/ perfusus sanie vittas atroque veneno,/ clamores simul horrendos ad sidera tollit”, En., 2, 220-22; “[Laocoonte] si sforza di sciogliere quei nodi con le mani/ ed intanto, sparse le sacre bende di bava e di veleno,/ leva sino alle stelle grida orrende”). Se noi osserviamo la statua di Laocoonte, osserva Lessing, ci accorgiamo subito che essa non ‘traduce’ sul marmo i versi di Virgilio. Il Laocoonte marmoreo, infatti, non lancia orribili urla (“clamores horrendos”) fino al cielo (“ad sidera”), come dovrebbe se fosse l’esatta traduzione dei versi poetici, ma ha la testa leggermente piegata da un lato e le labbra socchiuse che lasciano appena trasparire una sofferenza quasi trattenuta. La ragione di questa diversità espressiva non è né metafisica né morale, ma estetica, vale a dire di natura tecnico-compositiva. Nel senso che risiede nella diversa natura semantica dei mezzi espressivi adoperati nelle due diverse arti. Il Laocoonte di marmo non urla non già perché sia eticamente sconveniente urlare in modo disumano, ma perché nella scultura una bocca spalancata smisuratamente è un incavo, ed il suo effetto artistico è brutto. Mentre nel verso virgiliano noi non vediamo né sentiamo un uomo urlare, ma il poeta ce lo descrive con le parole di una lingua; ed a noi piace la costruzione sintattica delle parole, le scelte lessicali, verbali, (“clamores horrendos”, “ad sidera” ecc.)

Ora, i testi (di Zuccari, Varchi, Danti) discussi da Rossi contengono delle riflessioni che in qualche misura anticipano le tesi di Lessing. Non è vero, cioè, che nel Quattro-Cinquecento tutte le teorie artistiche abbiano sostenuto convintamente, e indistintamente, la perfetta equiparazione e traducibilità tra le arti (la pittura è una poesia statica e la poesia una specie di pittura mobile, questa era la piatta traduzione del motto oraziano).

Quando Benedetto Varchi dice che l’operazione artistica consiste nella capacità dell’artista di portare l’idea artistica nella cosa, ossia nella materia, facendola passare, aristotelicamente, dalla potenza all’atto; o quando si chiede, retoricamente, se, a proposito dell’arte, la res, ossia la sostanza artistica, sia già data e definita in se stessa, e pertanto preceda l’attività creativa-produttiva dell’artista, oppure la faccia l’artista man mano che opera e lavora (nel senso greco di poiei) sulla materia (v. pp. 120-22), e che la pittura imita la natura con i colori e la poesia con le parole, dando vita a due diverse forme di artisticità (pp. 127-29); infine, quando Michelangelo sostiene che quella che ingaggia l’artista con la materia è una lotta senza quartiere, in cui il primo aggiunge (v. la pittura) o sottrae (v. la scultura) materia alla materia dando vita a diverse forme espressive, la linea lungo la quale essi si muovono è simile a quella che porterà a Lessing ed alla diversità tecnico-empirica dei cosiddetti generi artistici.

  1. Un altro aspetto di notevole rilevanza dal punto di vista estetico su cui Rossi si sofferma soprattutto nella parte centrale del suo libro, è quello relativo all’arte come imitazione della natura. Il quale ebbe una vasta diffusione nel corso del Cinquecento e si sviluppò su un terreno molto fertile che condurrà ad una unificazione estetica di arte bella e diversità dei generi artistici dando vita al moderno sistema delle arti. Il testo che codifica tutto questo è un libro del 1749, Les beaux-arts réduits à un même principe (Le belle arti ricondotte ad un unico principio), in cui l’autore, l’éstheticien francese Charles Batteux, sosteneva l’unità-distinzione fra le arti con l’argomento secondo cui il principio che unifica concettualmente attività materialmente diverse come la poesia, la pittura, la musica, l’architettura, ecc., fosse l’imitazione della bella natura. Gli strumenti con cui ciascuna arte opera sono diversi (linee e colori, parole, rapporti sonori, volumi plastici, ecc.), e ciascuna imita con i mezzi linguistici di cui dispone, ma lo scopo (la bella natura) è ciò che le accomuna e ciò che ci fa parlare di ‘belle arti’.

In realtà, l’idea dell’arte come imitazione ha una lunga storia, perché risale al concetto greco di mimesis. Ma la mimesis greca si articola in due linee filosofiche distinte e, per certi versi, contrapposte. Da un lato, per semplificare, c’è la condanna platonica dell’arte come mimesis intesa come copia ontologicamente depotenziata e gnoseologicamente impoverita di un modello ideale originario, in sè ricco di realtà e di verità. Da qui la nota condanna senza appello che Platone emana nei confronti delle arti mimetiche.

Una valutazione decisamente positiva della mimesis è invece quella che prospetta Aristotele, specie nella Poetica, il testo che, come mostra abbondantemente anche Rossi, godette di una notevole fortuna presso i teorici delle arti e, soprattutto, presso alcuni dei nostri maggiori umanisti-filologi come Piero Vettori, Lodovico Castelvetro e Francesco Robortello. Secondo Aristotele l’attività mimetica è un’attitudine tipica dell’uomo, il quale si rapporta al mondo e lo conosce proprio imitando. Imitare però non vuol dire per lui copiare pedissequamente ciò che c’è così com’è. Oggetto della mimesis non sono infatti gli oggetti definiti, ma le azioni degli uomini. Ed imitare le azioni accadute significa rifarle, rielaborarle e ricucirle, per così dire, in un nuovo tessuto per cercare di coglierne l’essenza. E l’essenza di un’azione non è logica, ma estetico-pratica. Si dispiega nel mondo sensibile e nello spazio pubblico in cui gli uomini vivono al fine di conseguire l’eudaimonia, ossia la felicità della comunità politica di cui sono membri.

Ho voluto schematicamente ricordare gli antecedenti dell’idea umanistico-rinascimentale dell’imitazione della natura perché le discussioni di cui dà conto Rossi nel suo libro si muovono, sostanzialmente, su un terreno che è platonico ed aristotelico. Da quanto dice Rossi, più aristotelico che platonico. Anzitutto, c’è da dire che negli autori da lui presi in considerazione l’imitazione della natura, anche se i riconoscimenti nei confronti di Platone sono espliciti, non si presenta tuttavia come piatta e meccanica riproduzione di essa; non si ricollega, cioè, al mimetismo platonico. Forse non è neanche compiutamente aristotelica. Il che significa che si muove fecondamente (per gli sviluppi cui darà adito) tra i due territori. Mi rendo conto che qui la tentazione di inoltrarmi in una discussione più circostanziata di questi temi è molto forte, ma rischia di portarmi lontano dal terreno sul quale mi sto muovendo. Farò pertanto solo qualche riferimento a Leon Battista Alberti, a Leonardo ed a Marsilio Ficino.

In Alberti, come emerge anche dai testi citati da Rossi, l’imitazione della natura che caratterizza le arti figurative non è un fine ma solo un mezzo per realizzare la bellezza, che è il fine dell’arte. Sicché già in queste enunciazioni abbiamo una prima formulazione del connubio arte/bellezza che si andrà via via affermando lungo tutto il Cinquecento e poi si svilupperà tra Sei e Settecento[5].

Quando Alberti scrive che, nel dipingere un quadro, il pittore deve fare in modo che tutte le parti di esso si armonizzino tra loro, giacché solo così realizzeranno la bellezza, sta dicendo, in sostanza, che lo scopo del dipinto non è ‘copiare la natura’ nella sua pura datità materiale, ma rifarla ri-costituirla sul piano formale-espressivo in modo che le parti di cui si compone realizzino una totalità armonica ricca di senso. Infatti, secondo Alberti, ma anche secondo Leonardo, l’arte, più che imitare i singoli aspetti della natura, ossia i puri dati fisico-materiali, deve coglierne/imitarne le leggi interne che ne regolano lo sviluppo. Deve cioè riuscire a intercettare il processo di sviluppo delle forme della natura, che corrisponde, sostanzialmente, a ciò che Goethe chiamerà Bildung o processo formativo delle cose, opposto alle Gestalten intese come le forme già fatte con cui si presenta la natura. In tal modo l’arte comincia a sganciarsi dall’ipoteca mimetico-platonica e si inserisce in una linea che possiamo senz’altro definire aristotelica.

Questa lettura è corroborata dalla stessa terminologia usata dall’Alberti, il quale, come ha notato Wladiyslaw Tatarkiewicz, accanto al verbo ‘imitare’, usa anche ‘ritrarre’ e, soprattutto, ‘fingere’. Per effetto di una lunga storia linguistica, noi siamo portati ad usare il verbo fingere e il sostantivo (finzione) e l’aggettivo (finto) ad esso associati in senso negativo. “Far finta di”, “è una pura finzione” indicano un’attività menzognera, falsa, ecc. E invece il verbo latino fingere di cui è l’esatta ripetizione, non significa affatto mentire o falsificare, ecc., ma ‘formare’, ‘creare’, ‘comporre’, ‘modellare’, ‘inventare’, ‘immaginare’. Tutte voci verbali che vanno nella direzione della mimesis in senso aristotelico, come capacità di ‘rifare’ ‘rielaborare’ ciò che c’è, ciò che si vede (nel caso delle arti figurative) in modo da far trasparire, immaginativamente e poieticamente, ciò che non c’è, ciò che non si vede.

Anche Marsilio Ficino, pur se da posizioni neoplatoniche, sostiene, nella Theologia platonica, che il compito precipuo dell’arte degli uomini è quello di imitare la natura[6]. Però aggiunge che rientra tra le prerogative dell’artista quella di ‘aggiungere’, ‘correggere’ o ‘perfezionare’ quelle opere della natura che, diciamo così, non sono venute tanto bene! Addirittura l’artista può dar forma anche a materie sconosciute alla natura stessa.

Questa linea trova un’autorevole conferma in Michelangelo. Rossi ci dice, al riguardo, che alla base delle riflessioni michelangiolesche sulle arti, e più in generale dell’estetica rinascimentale, ci sia la ripresa di motivi neoplatonici e cristiani. In quest’ottica si inquadra l’idea dell’arte come ‘fatica spirituale’, che, incontrando nella sua lotta con la materia maggiori difficoltà ed impedimenti, si rivela un’attività più nobile delle altre (p. 132). Ma in tale quadro si spiega anche, secondo Rossi, il “non-finito” plastico come cifra stilistica del Michelangelo maturo (quello dei Prigioni, per intenderci).

Attraverso il non-finito, infatti, l’artista ci fa assistere visivamente al passaggio dalla rigidità inespressiva della materia alla ‘bella’ plasticità dell’idea attraverso la compresenza, nello stesso blocco marmoreo, di tutte le fasi del lavoro dello scultore. Quelle già fatte e, soprattutto, quelle da farsi. Da questo punto di vista si può dire che le riflessioni estetiche di Michelangelo, pur accogliendo l’idea dell’arte come imitazione della natura, recuperano e rilanciano l’idea (che fu anche di Alberti) secondo cui è la bellezza lo scopo primario dell’arte, mentre l’imitazione della natura soltanto un mezzo.

Nel famoso sonetto xciv, opportunamente citato e commentato da Rossi, Michelangelo dice che la bellezza è, per la pittura e la scultura, “lucerna e specchio”. Al fondo di queste posizioni c’è la convinzione che non tutto nella natura è bello “in quanto natura”. E comunque, l’artista può anche aggiungere (o sottrarre) qualcosa alla natura se questo serve a renderla più bella. E l’aggiunta (o la sottrazione) può anche consistere nel lasciare nell’opera un margine di indeterminatezza formale (il non-finito) che ‘libera’, per così dire, l’immaginazione del fruitore a completare il lavoro non finito dall’artista con nuove forme possibili (una specie di “opera aperta”, l’avrebbe chiamata Umberto Eco), giacché, dice Michelangelo, spesso l’occhio umano desidera vedere ciò che non ha mai visto[7] Così, allo sfondo neoplatonico, si aggiunge, anche in questo caso, una chiara componente aristotelica nella cultura artistica di Michelangelo, essendo per Aristotele il compito precipuo dell’arte quello di rappresentare non già i fatti accaduti, ma i fatti possibili ad accadere secondo la legge della verosimiglianza[8].

6- L’ultimo aspetto su cui mi vorrei soffermare a conclusione di queste note, e sperando di non abusare della pazienza del lettore, riguarda un tema che è stato decisivo per la nascita moderna dell’estetica: quello relativo alla formazione del giudizio estetico, ossia della nascita del gusto. Si tratta di un tema che le pagine di Rossi, specie quelle dedicate al Vasari nell’ampio capitolo a lui dedicato che chiude la Seconda Parte del libro (“Vasari e l’Accademia del Disegno”, pp. 163-188), intercettano problematicamente, anche se non lo approfondiscono, non essendo questo l’oggetto del suo discorso. Nel corso del capitolo, oltre a cogliere l’importanza teorica di quella che molti critici hanno liquidato, in relazione a Vasari, come “artificiosità manieristica”, e che invece secondo Rossi (p. 168) rientra in quella concezione generale dell’arte nota come ‘occultamento della fatica’ o, meglio ancora, come “ars est celare artem”, un tema che, secondo Paolo D’Angelo, con alterne vicende, sarà presente nella riflessione sull’arte da Aristotele a Duchamp[9]; oltre a questo Rossi sottolinea come in Vasari si faccia strada l’esigenza del “retto giudizio”, che consenta all’artista di comporre figure perfette anche senza l’ausilio di una esatta misurazione matematica. Un problema che si ripropone anche nel Cortegiano (1528) di Baldassarre Castiglione, le cui convinzioni sul talento dell’artista come equilibrio tra studio e natura e quelle sull’l’arte come ‘giusto’ equilibrio tra mano e giudizio costituiranno lo sfondo teorico-pratico che secondo Rossi si imporrà nelle Accademie soppiantando le vecchie pratiche di bottega.

Ma l’importanza delle riflessioni di Vasari e di Castiglione va al di là della trattatistica d’arte e della storia delle pratiche artistiche, certamente importanti sul piano della storia della cultura occidentale. Essa riguarda, infatti, come ho accennato prima, la nascita moderna dell’idea di gusto e, conseguentemente, del giudizio di gusto. Entrambi questi concetti avranno degli sviluppi importanti nel corso del Sei-Settecento e conosceranno la loro sistemazione estetico-filosofica nella Critica della facoltà di giudizio di Kant. Il ‘giudizio’ e il ‘gusto’ che emergono in questi trattati, infatti, non sono solo quelli dell’artista, ma anche quelli dello spettatore/fruitore d’arte e, più in generale, dell’uomo comune, che deve agire (e reagire) nelle circostanze più imprevedibili della propria esperienza, senza poter “misurare esattamente” le cose e gli eventi che gli capitano, ma col suo ‘gusto’, con la sua ‘capacità di giudizio’, come dirà Kant. Per questo, come sosterrà un prosecutore spagnolo di Castiglione, Baltasar Gracian, un “uomo di gusto” è un uomo che riesce a giudicare una circostanza nuova e imprevista immediatamente, sulla base della sua pregressa esperienza e del suo ‘fiuto’ o ‘tatto’ o ‘gusto’, per l’appunto.

Chi ha esaminato a fondo questo problema è stato lo storico dell’arte romeno, allievo di André Chastel, Robert Klein. Il quale, in un breve ma ricchissimo saggio intitolato «“Giudizio” e “gusto” nella teoria dell’arte nel Cinquecento»[10], sostiene che, accanto all’evoluzione semantica del termine ‘maniera’, che si afferma come cifra stilistica ed originalità individuale dell’artista nell’espressione dell’opera, si assiste ad un analogo sviluppo di interesse per l’originalità individuale nella valutazione dell’opera stessa. Sicché “maniera” e “gusto” sono concetti complementari.

Il fatto che il gusto si affermi come sinonimo di ‘giudizio’ non è un segnale del trionfo dell’irrazionalismo e della sensualità in quanto godimento immediato e soggettivo, privo di ragioni, dell’oggetto artistico. Il gusto è invece una dimensione intermedia tra la corporeità sensibile della materia artistica e l’intelligibilità/intellettualità delle forme espressive. Oscilla e sta costantemente a metà strada tra senso e intelletto, partecipa della natura di entrambi, alla stregua dell’Eros platonico che, innamorato della bellezza, si muove costantemente tra privazione e possesso, povertà e ricchezza (penia e poros), in una tensione desiderante che sempre si rinnova ed è, tendenzialmente, inesauribile (un motivo, questo, che si ritrova ampiamente nei neoplatonici rinascimentali e, in particolare, in Marsilio Ficino)

Il gusto indica, in sostanza, un modo di conoscere immediato e percettivo, una forma di pensiero noetico non deduttivo, ma non per questo irrazionale. L’immediatezza del giudizio di gusto, infatti, è certamente razionalizzabile, nel senso che se ne possono esplicitare le ragioni[11]. Il gusto è dunque una specie di fiuto, come quando, in occasione di esperienze non definite, ci orientiamo ‘a naso’ o ‘ad orecchio’. Coincide con quella capacità di discrezione che faceva dire al già citato Gracian che un uomo di gusto è anche un uomo discreto (un hombre de gusto es un hombre discreto. Nel senso radicalmente etimologico del termine ‘discreto’, che deriva da ‘discernere’, ossia dalla capacità di distinguere immediatamente, e dunque di conoscere percettivamente, cioè aestheticamente, e non logicamente, le cose.

Tommaso Campanella nel ritratto di Francesco Cozza

Su questa stessa linea si muoverà Tommaso Campanella agli inizi del Seicento quando, nel Libro XIV della sua Theologia, parlando della discretio come capacità di conoscere intuitivamente (e cioè di distinguere, di discernere) gli spiriti buoni (o angelici) da quelli malvagi (o demoniaci), paragona questa attitudine proprio al senso del gusto. Non è infatti, scrive Campanella, discutendo (logicamente e deduttivamente) che l’uomo (“vir spiritualis”) si accorge (“cognoscit”) se sia un angelo o un demone a convincerlo di qualcosa, ma con una specie di tatto o di gusto o di visione intuitiva (“quodam quasi tactu et gustu et intuitiva notitia”); allo stesso modo in cui, con la lingua, distinguiamo subito (“statim discernimus”) il sapore del pane e del vino[12]. E cosa fa il critico o il conoscitore d’arte quando giudica l’artisticità e/o l’autenticità di un quadro? Formula il suo giudizio “quodam quasi tactu et gustu” come fa il “vir spiritualis” di Campanella.

È su questa base che Vasari affermava che Michelangelo era dotato di giudizio e gusto eccellenti, ed i conoscitori ed amatori d’arte erano chiamati “intendenti” ed anche “giudiciosi”, come si legge in Vincenzo Danti. Si apre, così, la strada lungo la quale il gusto come giudizio della bellezza, sarà inteso come costituito, insieme, da ‘discernimento’ e ‘piacere’, conoscenza e godimento. E la capacità di comunicare agli altri (non solo agli altri artisti, ma a tutti gli altri soggetti giudicanti) l’esperienza della bellezza si fonda, come dirà Kant, sul gemeinsinn, ossia su quel sentimento (di piacere o dispiacere, di consenso o dissenso) che hanno in comune tutti i membri di una comunità politica. Il giudizio di gusto diventa così, come sosterrà convintamente Hannah Arendt[13], il modello cui improntare anche il giudizio politico. Così come diciamo ‘questo mi piace’ o ‘non mi piace’ nei giudizi estetici, dovremmo poter dire, secondo Arendt, nei giudizi politici, ‘questo è giusto’ o ‘non è giusto’; ‘questo è bene’ o ‘questo non è bene’ per la comunità politica in cui viviamo.

Forse è a questo che pensava anche Theodor Adorno quando sosteneva[14] che l’arte, nella società industriale avanzata, rappresenta, assieme all’educazione, l’unico luogo del ‘non-identico’, del ‘negativo’. Un luogo, ed una prassi, in cui possiamo dissentire e dire ‘no’ al processo unificante-consenziente generato dall’industria culturale o, per venire all’oggi, dall’universo tecno-globale in cui siamo avvolti.

Che dire al termine di queste note?  Che bisogna essere grati all’Autore di questo libro (per averlo scritto) e all’Editore (per averlo pubblicato). Perché è anche grazie a libri come questo che capiamo meglio il senso non solo storico, ma anche sociale, e latamente politico, dell’arte e della bellezza nel presente storico in cui viviamo.

Romeo BUFALO  Roma 10 Maggio 2026

NOTE

[1] L’autore che, forse per primo, ha operato una lettura ‘marxista’ delle arti figurative, ed al quale Rossi riconosce, doverosamente, una sorta di primogenitura al riguardo, è Arnold Hauser, di cui si veda la nota Sociologia dell’arte, tr. it., E. De Angelis, Einaudi, Torino, 1977 (3 voll.) e l’altrettanto nota Storia sociale dell’arte, tr. it. A. Bovero, Einaudi, Torino, 1964 (3 voll.). Un altro autore che ha in modo originale tentato di elaborare un’estetica marxista fondata sulla fondamentale distinzione marxiana di struttura e sovrastruttura come diversi ambiti di produzione storico-umana è stato Mario Rossi, di cui si vedano, in particolare, gli Scritti di estetica e di filosofia dell’arte, a cura di R. Bufalo, Aracne, Roma, 2020. Un’estetica marxista, centrata prevalentemente sul carattere conoscitivo e storico-sociale dell’arte, è quella di Galvano della Volpe, Critica del gusto, a cura di R. Bufalo, Mimesis, Milano, 2024.
[2] S. Rossi, Dalle botteghe alle accademie. Artisti e societĂ  a Firenze e Roma tra Medioevo e Rinascimento, Istituto Poligrafico Europeo, Palermo, 2026, p. 17
[3] K. Marx, F. Engels, L’ideologia tedesca, trad. it. F. Codino, Editori Riuniti, Roma, 1967², p. 382. Due ottime antologie che raccolgono le riflessioni marx-engelsiane sull’arte  sono quella curata da Carlo Salinari (K. Marx, F. Engels, Scritti sull’arte, a cura di C. Salinari, Laterza, Bari, 1970²) e quella curata da Giuseppe Prestipino (K. Marx, Arte e lavoro creativo. Scritti di estetica, a cura di G. Prestipino, Newton Compton, Roma, 1976.
[4] M. Modica, Che cos’è l’estetica, Editori Riuniti, Roma, 2000, p. 46
[5] Sulla nascita del paradigma ‘arte-bellezza’ nel Rinascimento rimane fondamentale il volume di G. Carchia, Arte e bellezza. Saggio sull’estetica della pittura, Il Mulino, Bologna, 1995, in cui dimostra, col consueto acume teoretico, che la pittura rinascimentale, in particolare, ha costituito il modello in cui dimensione tecnico-poietica e sfera estetica hanno contratto un forte legame ben prima della nascita dell’estetica moderna.
[6] «L’arte degli uomini null’altro è se non una imitazione della natura», in M. Ficino, Theologia platonica, ed. it. a cura di M. Schiavone, Il Mulino, Bologna, 1965, vol. I, p. 243
[7] W. Tatarkiowicz, Storia dell’estetica, cit., p.190
[8] Alle discussioni neoaristoteliche della Poetica in ambito rinascimentale Rossi dà il giusto rilievo storiografico e teorico quando discute (pp. 151 sgg.) le posizioni di Danti, Zuccari, Bellori, ecc. Soprattutto, non manca di citare l’autore che, nella cultura estetico-filosofica taliana del secondo Novecento, ha fortemente rivalutato i commenti aristotelici degli umanisti, già citati, Castelvetro, Vettori e Robortello. Si tratta di Galvano della Volpe e della sua Poetica del Cinquecento (in G. della Volpe, Opere, a cura di I. Ambrogio, Editori Riuniti, Roma, 1973, vol. 5, pp. 103-190
[9] P. D’Angelo, Ars est celare artem. Da Aristotele a Duchamp, Quodlibet, Macerata, 2005
[10] Il saggio è contenuto in R. Klein, La forma e l’intelligibile. Scritti sul Rinascimento e l’arte moderna, ed. it. a cura di G. Agamben, Prefazione di A. Chastel, Neri Pozza, Vicenza, 2025, pp.455-470
[11] R. Klein, ivi, p. 458
[12] Il brano di Campanella eè riportato da R. Klein nell’ op. cit, p. 461
[13] H. Arendt, Teoria del giudizio politico, tr. it.di P.P. Portinaro, Il melangolo, Genova, 2005
[14] In particolare in Th.W. Adorno, Teoria estetica, a cura di F. Desideri e G. Matteucci, Einaudi, Torino, 2009