di Marcello AITIANI
Nel mondo vi è la bellezza e vi sono gli oppressi. Per quanto difficile possa essere, ha sostenuto Albert Camus, “io vorrei esser fedele a entrambi”
Salvatore Veca

«Cambiamenti epocali stanno ridisegnando il mondo e le nostre vite. Le cose sono sempre più interconnesse: difficile che qualcuno o qualcosa possa restare indenne; anche l’arte si sta trasformando.
Il pensiero filosofico e scientifico, la potenza tecno-finanziaria e il vigore di energie spirituali si confrontano e affrontano, aprendo scenari vastissimi e inediti, potenzialmente disastrosi ma anche positivi. Intanto sul nostro telefono intelligente (?) arrivano notizie degli effetti del virus (domani forse di altri mali) e degli strazi di intere popolazioni. Adulti e bambini innocenti, colpevoli solo di trovarsi in zone di guerra, travolti dalle sofferenze, da fame e morte. Immagini di corpi feriti, occhi che ci guardano muti…
Ma giungono anche annunci confortanti, esempi luminosi di grande altruismo, di avanzamenti del pensiero.
Serve uno sguardo complesso che abbracci il frammento nella relazione col tutto. Perché ogni essere (umano, terrestre e cosmico) esiste se qualcos’altro gli permette di vivere. Il seme non trova terra che lo accolga senza vento, insetto o uccello che lo trasporti; e senza seme interrato non c’è arbusto. Senza la pianta e il suo fiore l’insetto non vive e senza insetto anche l’uccello muore; senz’acqua, senz’aria e senza sole non c’è vento che trasporti il seme…
Cambiare stereotipi mentali spesso inconsapevoli è molto difficile; serve tempo e presenza di molteplici condizioni culturali e pratiche […]» [1].
Una mutazione radicale e pacifica, oltre un’arte E UN’ETICA orfana dell’ estetica
La crescita, per come la pensiamo e misuriamo, ci rende realmente più ricchi, oppure è diventata non economica e ci rende più poveri, secondo la tesi espressa ormai molti decenni fa da Herman Daly? Lo scrittore, pittore, poeta e critico d’arte John Ruskin anticipa profeticamente nell’Ottocento una riposta: «quella che sembra essere un’ampia ricchezza può nella verità essere soltanto un indizio dorato di una rovina di ampia portata».
È importante tener conto dei limiti e vincoli ambientali, adottare una visione sistemica che ponga i diversi saperi (scientifici e umanistici) in relazione, tra loro e con le realtà della vita sociale.
«La nuova cultura dello sviluppo che viene propugnata, spazzando via i luoghi comuni che fanno coincidere il “benessere” solo con l’aumento del PIL o con la concentrazione industriale, si impernia proprio sulla constatazione dei limiti o vincoli ambientali; ed è ancorata alla biologia, alla termodinamica e alle imprescindibili relazioni tra queste scienze e l’economia, i processi produttivi, la vita sociale» [2].
Lo sguardo inter e transdisciplinare è fondamentale per una coscienza e un’azione adeguate ai problemi del nostro tempo. Tuttavia questo dialogo tra le diverse discipline non solo è poco praticato, ma quando c’è rarissimamente compare l’arte.
Gli stessi Obiettivi dell’Agenda 2030 «prendono in considerazione in maniera equilibrata le tre dimensioni dello sviluppo sostenibile – economica, sociale ed ecologica – e mirano a porre fine alla povertà, a lottare contro l‘ineguaglianza, ad affrontare i cambiamenti climatici, a costruire società pacifiche che rispettino i diritti umani».
Manca la quarta dimensione: senza sguardo estetico, non fiorirà un’evoluzione sostenibile, non ci sarà una metamorfosi radicale.
Semplificando di molto, osservo che soprattutto a partire dagli anni ’60 del secolo scorso, anche larghi settori del mondo artistico, sono stati penetrati dall’idea di un’etica dell’arte sine aesthetica.
Si è ritenuto che l’unica via perseguibile per un impegno morale e politico, nel senso più alto di cura della Polis, e per non cadere nella mercificazione fosse ilrifiuto dell’artista di fare l’artista. Così il modello dell’anti-arte, di un’arte anestetica, senza bellezza autentica, si è sedimentato nella coscienza narcotizzata e conformista dei più.
Una perdita letale. «Quando si fa esperienza della città dal punto di vista dell’arte (o, diciamo, a partire da una sensibilità estetica) si torna sensibili alle sue bellezze e bruttezze. Non si tratta di formalismo, né di mera piacevolezza o sgradevolezza epidermica, ma piuttosto di armonia, di relazioni armoniche, che implicano anche la presenza di diversità e contrasti, come avviene nella musica; all’aumento della reattività estetica corrisponde un risveglio d’anima della città, e con essa della nostra. È in gioco la fioritura del nucleo profondo del nostro essere nelle sue molteplici facoltà e non soltanto della razionalità analitica. […]
La bellezza non è mai soltanto esteriore; è armonia di libertà. Un’armonia che — non ignorando il caos tragico che talvolta inghiotte la vita — si effonde in ognuno e sugli altri e si dilata alla natura con i suoi cicli, e anche a qualcosa oltre; e, secondo le parole del poeta Iosif Brodskji, si congiunge al bene. […]
La contemplazione di un’armonia nelle opere d’arte accende il desiderio di armonia anche nelle realtà della vita» [3]. «Siamo di fronte a scelte epocali, eppure frequentemente i comportamenti sociali, le sterili diatribe, gli stessi sistemi dell’arte, si fondono in un reciproco inviluppo nel quale, fra giochi senza regole o meccanicamente regolati, ristagnano tecnocrazia disumana, intrattenimento stupido, crisi ecologica, guerre […] [4].
Entrati ormai nell’era della quarta umanità [5], dobbiamo sviluppare al massimo il senso di tali interconnessioni e perciò della responsabilità nei confronti di tutti gli esseri umani, delle altre creature e dell’ambiente che ci ospita.
Consapevoli anche dei nostri limiti, non possiamo più ignorare che ci troviamo alla presenza di una realtà sottile e sfuggente, non riducibile alle sole leggi di causa ed effetto. Una realtà complessa e meno arida che richiede atteggiamenti di ritrovata UMILTÀ. Parola il cui anagramma fa emergere il termine ULTIMA, che nel suo significato latino (le cose ultime, fondamentali) ci richiama appunto all’umiltà, alla responsabilità e alla fratellanza» [6].

Marcello AITIANI, Siena 4 Gennaio 2026
UN 2026 bello e buono
NOTE
