di Laura TURCO LIVERI
Dalla cornice naturale degli alberi ad alto fusto e cespugli, piante e fiori di Villa Torlonia, si entra nel Casino dei Principi dove, all’ingresso, è allestita la cronologia di vita e opere di Pedro Cano, artista spagnolo nato a Blanca, in Murcia, nel 1944.
Con Speculare, olio su tela di lino del 1995 appeso nella prima sala espositiva, a sinistra dell’entrata, l’inaspettata apparizione della sagoma di Castel Sant’Angelo in intensi azzurro verde blu profondi, si delinea nel disegno poi smentito, quasi cancellato dalle numerose, energiche stratificazioni materiche del colore.

Textures segniche prevalentemente orientate in verticale, infatti, inducono l’illusorio rispecchiamento del Castello capovolto in acque che seppur vicine – il fiume Tevere – non arrivano realmente immediatamente al di sotto del monumento: una netta linea di demarcazione, illuminata da piccoli intensi grumi di deciso rosso, scandisce lo spazio pittorico della tela in due zone cromaticamente modulate su luci e ombre, in cui la profondità inquietante del riflesso capovolto aumenta paradossalmente la grandezza monumentale della sagoma tracciata.
La sala si apre quindi con grandi acquerelli di diverse versioni cromatiche dello stesso soggetto o di porzioni del Colosseo e di altri monumenti romani in tagli compositivi differenti poi accostati in polittico serrato. Tale doppia visione, orizzontalmente o verticalmente scandita, ci porta ad una concezione narrativa autonoma e svincolata da una descrizione puramente estetica dei soggetti scelti. Artista ormai naturalizzato romano, dopo circa cinquant’anni di permanenza nella Capitale, Pedro Cano affina nel tempo una tecnica elegante e articolata, che ci attira non solo per una descrizione semplice e distesa.
La gradevolezza raffinata dei cromatismi e delle giustapposizioni cromo-chiaroscurali, difatti, non ci fa, all’inizio, affrontare invece il lato oscuro del soggetto, sia pur magnificamente tracciato: o in rispecchiamento rovesciato, o accompagnato alla base dall’oscurità del fiume, o ancora nettamente tagliato da luce solare e netta ombra, il contraltare della chiarità e della consuetudine indaga sottilmente nelle profondità del dipinto sondando il nostro animo, grazie a un disegno non immediatamente riconoscibile e anzi indefinito, in apparizioni ton sur ton come su un muro scrostato. Spesso infatti l’immagine mentale si compone nel quadro per pareidolia, divenendo sempre più reale nel sentimento della visione, ed emanando il suo messaggio nell’atmosfera di un caldo e misterioso abbraccio.

Tale concetto appare ravvisabile anche negli acquerelli che ritraggono archi e porte, anditi scuri che si aprono profondi, come a ricordarci visivamente che c’è sempre qualcosa di ‘oltre’ da considerare, da non dimenticare finché siamo vivi e senzienti, e potenzialmente agenti su questa terra.

Anche l’approccio a diverse angolazioni dello stesso soggetto presentato in pannelli verticali, o l’immagine proposta in una molteplicità di quadretti ricomposta nell’insieme, ci ricordano che non esiste una unica realtà ma infinite, rispetto alla prospettiva scelta e al momento visivo indagato: ogni visione, sia pure piccola e parziale è un contatto, anche fisico, con l’oggetto ritratto. E ogni visione è ugualmente valida eppure diversa, e tutte sono illimitate, nell’impossibilità a ricomporre in nessun caso l’oggetto ritratto… ammesso che esista, sembra perfino dirci Cano.

La cadenza verticale in pannelli, sia pure poi quasi del tutto assimilati in un unitario grande supporto, torna nella serie Siete – sette, numero sacro. Grandi oli su tavola scanditi in tre pannelli lignei a superficie piatta, talvolta addirittura incisa, dove la pasta pittorica, stesa in strati e grumi materici a pennello e altri strumenti, tolta e di nuovo diversamente aggiunta con larghi tracciati direzionali, traduce soggetti già precedentemente studiati a matita e acquerello monocromo.

Nei disegni preparatori, tuttavia, la drammaticità del gesto accompagna e incastona le figure nel dinamismo emotivo di un veloce e segnico chiaroscuro; negli oli invece il gesto si raffredda e si stratifica, fermandosi in un fremito racchiuso che palpita insieme all’osservatore, in tal modo rendendolo partecipe del fatto, della situazione in corso o in potenza.
E se gli sfondi, nei disegni, ritmano le emozioni con tracciati pluridirezionali o angoli scuri o colature, in un insieme dinamico e fibrillante, e drammaticamente sbalzano le figure in primo piano investendo l’osservatore anche con l’evidenza fotografica del collage, il lavoro meticoloso e metodico negli oli ribadisce la condivisione di una rara pietas, che riesce a dissolvere il piano solitamente invalicabile della scena ritratta, aprendola alla contemporaneità fisica dell’osservatore.

I titoli degli oli sono scelti dall’autore secondo concetti che definiscono l’atteggiamento delle figure rappresentate – Attesa, Salto, Carico, Interno, Biciclette, Carico, Lavoro, Gioco – ma raffigurano anche immagini a noi note o da noi classificate come scomoda quotidianità o tragico evento di cronaca, nella spoglia crudezza di angoli degradati di città che abitiamo o nell’inevitabilità di una preordinata distruzione. Immagini della nostra coscienza, che si rivelano e prendono corpo via via che la visione si concentra su di esse e ne studia i particolari, apparizioni finalmente poste in evidenza in un tempo di indagine dilatato grazie alla complessa tecnica esecutiva.

Rispetto al tema umano e sociale espresso nelle sue opere, Cano rallenta così il nostro ritmo cognitivo, facendoci concentrare e porre sullo stesso piano delle persone ritratte, che escono dal formato di ‘notizie dal mondo’ e si fanno finalmente corpo a noi vicino, a noi fratello.
Uno spazio rallentato, quindi, creato appositamente per lo spazio della mente. E vere e proprie apparizioni che dopo essersi materializzate lasciano il posto al vuoto, all’impronta retinica delle persone che hanno compiuto l’azione, il salto, nella consapevolezza comune che altri tenteranno ancora e ancora…
Non sappiamo infine cosa significa e se significhi qualcosa il cognome di Cano, ma ci piace ricordare che in latino cano significa “io canto” e il canto estetico di questo mirabile artista sembra dissolversi nell’angoscia di una travagliata umanità per poi constatare che tutto, comunque, si trasforma e muta.
Laura TURCO LIVIERI Roma 17 Maggio 2026
Pedro Cano: “Siete” e “Roma”
Villa Torlonia, Casino dei Principi, fino al 7 giugno 2026 Via Nomentana 70, Roma
Orari: dal martedì alla domenica 9-19
Info e biglietti: www.museivillatorlonia.it – www.museiincouneroma.it
Catalogo edito da José Luis Montero con testi di Pio Baldi, Giorgio Pellegrini e Pedro Cano
Ufficio stampa mostra
Paola Saba | (+39) 338 4466199 – paolasaba@paolasaba.it
Ufficio stampa Zètema Progetto Cultura
Roberto Martelli | (+39) 347 6830992 – r.martelli@zetema.it
SCHEDA INFORMATIVA
Titolo mostra: “Pedro Cano. Siete e Roma”
Luogo: Musei di Villa Torlonia, Casino dei Principi, Via Nomentana 70, Roma
Apertura al pubblico: 18 aprile – 7 giugno 2026
Orario: dal martedì alla domenica ore 9.00 – 19.00. Ultimo ingresso
un’ora prima della chiusura
Giorni di chiusura: lunedì e 1° maggio
Info e biglietti: www.museivillatorlonia.it – www.museiincomuneroma.it
Informazioni: 060608 tutti i giorni dalle 9.00 alle 19.00
Promossa da: Roma Capitale, Assessorato alla Cultura e al Coordinamento delle iniziative riconducibili alla Giornata della Memoria, Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali
Ideazione e organizzazione: Fundación Pedro Cano. Con la collaborazione: dell’Instituto de las Industrias Culturales y las Artes di Murcia. Con il sostegno: della Fundación Cajamurcia, dell’Instituto Cervantes e di Nostrum Simul Servizi museali: Zètema Progetto Cultura
Curatore: Giorgio Pellegrini
Coordinamento: Raquel Vázquez-Dodero Fontes
