“Orchidea. Storia di un fiore malato”. Uno ‘spettacolo verita’ che tocca gli estremi dell’intimità e del dolore per dare senso all’esperienza

di Marco BUZZI MARESCA

ORCHIDEA, STORIA DI UN FIORE MALATO

scritto e diretto da Mariaelena Masetti Zannini, con la collaborazione alla regia di Emanuela Bolco.

con: Laura Rinaldoni, Daniela Rinaldoni (la sorella), Emanuela Bolco, Cristina Bevilacqua, Andrea Vangelisti (il marito), Mariaelena Masetti Zannini, Valentina Russo, Valentina Formisano, Anthony Rosa, Marco Fioramanti, Niko Marinelli.

Performance art e oggetti di scena Marco Fioramanti

Arte rituale erotica del corpo Niko Marinelli.

Coreografia Anthony Rosa – Scenografia e costumi Tonycreation

Tecnico luci Carlo Sabelli – Tecnico suono Daniele Pieri

Foto locandina Stefano Borsini

ABISSI E RESURREZIONI, IN UNA DANZA ONIRICA E STRALUNATA

Questo spettacolo verità, tornato a Roma dopo anni (ha debuttato nel 2019, e tornato nel 2022), rappresentato con grande successo al Teatro Tordinona dal 9 all’11 Marzo, fortemente commovente e teatralmente controverso (la protagonista Laura Rinaldoni ha rilasciato di recente una intervista ad About Art  https://www.aboutartonline.com/al-teatro-tordinona-orchidea-storia-di-un-fiore-malato-quando-il-teatro-esplora-il-confine-tra-rappresentazione-e-vita-laura-rinaldoni-la-protagonista-ne-parla-ad-about-art/ ), è sicuramente importante nel percorso della regista drammaturga attrice Mariaelena Masetti Zannini.

Se in questo caso infatti porta direttamente sul palcoscenico, come attori della propria storia (la tragedia del Parkinson), Laura e la sua famiglia (sorella ed ex marito), a distanza di sette anni, al teatro dei Documenti di Roma, si è cimentata con un altro ‘spettacolo confessione’: “Purgatorio”, tratto dal romanzo autobiografico di Ilaria Palomba, anch’essa in questo caso in scena come attrice di se stessa, ripercorrendo il suo purgatorio personale, tra stupro e derive suicidarie e depressive.

ph. Julia Pietrangeli

Una scelta difficile, che può portare da un lato al teatro della crudeltà, ma anche scivolare in derive sentimentali e voyeuristiche.

Del resto nella generale crisi dell’idea di una conoscenza dell’altro, l’arte sempre di più si va piegando sul biografico, secondo la falsa idea che di noi stessi siamo almeno in grado di dire qualcosa di vero. Ne è un esempio monstre, uscito nel 2009-2010, il ciclo di romanzi autobiografici, in sei volumi (3000 pagine), dell’autore norvegese Karl Ove Knausgard, che molte polemiche suscitò anche per il suo coinvolgere nella narrazione molti famigliari ed amici, violandone la privacy.

Diverso però è il caso di Knausgard – la cui narrazione monta un vasto palcoscenico analitico filosofico, inscenando il proprio sguardo perplesso su di sé e sul mondo – e quello agito da queste trasposizioni confessionali, che hanno più della catarsi isterica delle tarantate, ed in generale ambiscono al carattere del tragico e del sacro. Il pericolo è quello che l’intensità del proprio vissuto, ed il dono sacrale del medesimo, bastino con il loro carico di commozione a farsi arte e conoscenza, e che il pubblico, sottoposto ad una identificazione forzata, non possa distinguere tra verità che trasforma e un semplice bagno di sentimentalismo, non trasformativo, ma simile al buonismo delle dame di beneficenza.

ph. Joseph LA MELA

Lo spettacolo certo corre qua e là questo pericolo. Ma lo schiva per altezza d’ingegno, e per l’intensità della protagonista, per la quale credo che ogni ritorno in scena sia un rivissuto che muta e la trasforma, e dunque un percorso rigenerativo e sofferto che la rende sofferta attrice di una se stessa ignota, a cui lo sguardo del pubblico è vita e riconoscimento. Sfida ad essere.

La storia è nata da diari vocali personali e segreti (a Laura scrivere è reso difficile dalle distonie muscolari del Parkinson), che poi ha accettato di condividere con la regista, in un percorso teatrale di salvezza da un lato, e di denuncia dall’altro.

ph. Julia Pietrangeli

Il Parkinson, una malattia degenerativa che porta a sempre minor controllo dei movimenti (tremori e spasmi involontari), e anche ad ansia e discontrollo emotivo. Una prigione ed una sfida per il malato e per chi intorno non capisce come relazionarsi, e dunque una prigione che spezza le relazioni e porta solitudine. Così Laura si abbandona a shopping e sessualità compulsivi, lotta coi farmaci, rompe col marito. Vive al contempo una delirante gioia di vivere pazza, che non rimpiange, e la solitudine di quanto si spezza. Fino a decidere un rientro nella cosiddetta normalità, un quieto vivere degli affetti, e la dura routine delle cure. Lo fa perché lo deve a tutti coloro che nonostante tutto le restano vicini: la sorella, la psicologa, ma anche il marito, nonostante la separazione.

ph. Marco Fioramanti

Un circo vertiginoso di delirio e sofferenza, dove il mondo si deforma, si fa grottesco, stroboscopico, e che la formazione circense della regista riesce a rendere, facendone una surreale magica notturna caverna cabaret.

Così, mentre in alto si aprono e chiudono due gigantesche bianche labbra pop, e sulla parete di fondo fruscia una tenda a strisce nere, da cui escono ed entrano cantanti e ballerini della saga dell’assurdo e del sentimento; mentre tutto ciò accade, due poli costanti dialogano tra loro a sinistra e destra della scena.

Sono luoghi simbolo e fantasmagorie. Sono gli oggetti scenici della fantasia di art performer del pittore trattista Marco Fioramanti, anche presente in scena come attore e maieuta. Ci accompagnano in tutte le trasformazioni.

ph. Joseph LA MELA

A sinistra un baldacchino dalle coperte e dai pennacchi dorati, con le colonne di telo plasticato trasparente. Il luogo dell’orgia, ma anche il confessionale. Il luogo di Laura. A destra un cono di telo plasticato, alto fino al soffitto, fa da capanna all’albero mistico alchemico delle medicine, un nudo tronco simbolico con mensola ed alambicchi. Lì opera e da lì parla la psicologa, dolente testimone delle derive della malata, in parte intrisa dei sensi di colpa di colei che porta una responsabilità salvifica difficile. Esorta alle medicine, ma anche ricorda con affetto e sgomento, e piange con Laura.

ph. Joseph LA MELA

Per il resto che dire. Le azioni sono tante. Si alternano orge silenti sul letto, a luci rosse, irruzioni di canto e balletto, e momenti di stasi in cui cresce la progressione del racconto: Laura che parla, a bordo letto, e, ora il marito, ora la sorella, che con lei dialogano, di spalle, seduti in avanscena, come se la distanza del dolore si materializzasse in un dialogo mentale, senza sguardo. Così si va dal racconto della dolorosa scoperta diagnostica (con incredulità e terrore), alla testimonianza sulle derive di fuga e le progressive resipiscenze, fino alla finale decisione di tornare ad una vita normale, non di fuga. Perché vivere e amare è tutto, e combatte il mostro. Per quanto riguarda il rischio di sentimentalismo certo c’è, nel testo, soprattutto nel buonismo delle dichiarazioni dei suoi cari (talora anche enfatici sul piano recitativo).

Ma paradossalmente chi meno vi cade è proprio la protagonista, forse perché sta perennemente nel tormento della sua verità. Inoltre proprio l’intensità dello sforzo di controllare le torsioni muscolari, tremiti dondoli scatti, fa assumere al volto di Laura, evidenziato e isolato dalla luce, una intensità espressiva immobile e travolgente, mentre stringe occhi e bocca per poter continuare.

ph Marco Fioramanti

Non saprei dire se sempre bilanciato sia l’alternarsi tra momenti buonisti e scatenamento orgiastico discotecaro, con maschi seminudi in pelle nera, ma il gioco talora in compresenza di due fuochi attivi, in scena e controscena, funziona e movimenta, se pur talora straborda.

Una delle idee sceniche più suggestive comunque resta l’apparizione (circolare) ad inizio e fine spettacolo, del maschio animalesco cannibalico, carponi e poi eretto, Niko Marinelli, che in una progressione di fosforescenze rosse diaboliche su petto braccia e occhi (ottenute con polveri fluorescenti) sembra incarnare il dilagare dell’inconscio primordiale erotico che travolge inizialmente Laura nella sua deriva di fuga e gioia.

Il rosso e il bianco del resto sono giocati come antitesi tra diabolico ed angelico.

Bianca è la donna salvatrice (infermiera, psicologa), e bianca avvolta di bianchi girasoli rimarrà alla fine Laura, in piedi, dopo il suo inno alla vita e alla resurrezione, nella lotta e nell’amore, mentre le luci la isolano, e le altre figure lentamente svaniscono fuori scena.

E al suo candore fiorito e statuario il pubblico tributa caloroso applauso, sfiancato dai sentimenti.

ph. Julia Pietrangeli

Marco BUZZI  MARESCA  Roma 22 Marzo 2026