Non solo Caravaggio. Alla mostra “Caravaggio. La rivoluzione della luce”, in esposizione un inedito Ritratto del Cardinale Paleotti di Lavinia Fontana ed altre importanti opere inedite.

redazione

La mostra più importante che la nostra città abbia ospitato”.

Queste parole -raccolte in estrema sintesi il giorno dell’avvio della mostra “Caravaggio. La rivoluzione della luce”- pronunciate dal  Sindaco di Teramo, dott. Gianguido D’Alberto, supportato nell’occasione dall’Assessore alla Cultura Antonio Filipponi, ci sembrano riassumere nel modo migliore il significato della iniziativa, curata da Pierluigi Carofano, ed attuata grazie all’impegno oltre che del Comune e del Polo Museale della Città di Teramo, diretto dalla dott.ssa Mariapaola Lupo, oltre che da MetaMorfosi Eventi, nelle persone del Presidente dott. Pietro Folena e del Direttore Generale Vittorio Faustinia, a cui occorre riconoscere una capacità organizzativa davvero ragguardevole, avendo portato eventi di rilievo in luoghi solitamente fuori dal ‘grande circuito’ espositivo, come possono essere molte città del sud d’Italia (è accaduto per ora a Mesagne, Noto, Catania, Terni), o, per altri aspetti, la Cina, e così via, mostrando come sia possibile dare l’opportunità di ammirare spesso veri capolavori anche a un pubblico che altrimenti ne sarebbbe impossibilitato. Naturalmente la cosa funziona quando l’idea è supportata da un adeguato ‘prodotto’ -se ci si consente di definire così il manufatto artistico-  che se a volte può essere senza dubbio discusso dal punto di vista attributivo (specie se mancano dati inoppugnabili al riguardo), tuttavia risponde comunque al criterio della qualità, e poi se chi si occupa di valorizzarlo, tramite ricerche, approfondimenti e realtive schede e saggi in catalogo, è riconosciuto valido per capacità, conoscenza e competenza.

E il caso in questione rientra senz’altro in questo ambito.

About Art ha dedicato già, lo scorso numero, all’avvio dell’evento riconoscendone la valenza. Se ci ritorniamo con più attenzione oggi è per sottolineare la presenza di vari dipinti, alcuni poco noti, altri riemersi e inediti, che si presentano come autentici masterpieces, che invitiamo i lettori e tutti gli amanti delle belle arti a visitare.

Ci soffermiamo in questa sede in particolare sullo straordinario Ritratto del cardinale Gabriele Paleotti, 1582 ca, un olio su tela di cm 114 x 88, oggi in una nobile prestigiosa collezione privata marchigiana.

Nella scheda, molto ben argomentata, redatta da Emilio Negro – che ringraziamo per averci concesso la possibilità di riprendere per larghi tratti il suo scritto- viene sottolineato innanzitutto come l’alto prelato sia raffigurato

“seguendo i canoni della ritrattistica encomiastica del tardo Cinquecento, seduto in tralice a due terzi di figura mentre tiene fra le dita della mano destra una lettera a lui indirizzata e nella sinistra un fazzoletto bianco finemente ricamato. L’una e l’altro adempiono a compiti primari: la missiva reca infatti in bella evidenza il nome del destinatario, onde fugare ogni eventuale dubbio sull’identità dell’illustre personaggio effigiato, mentre l’iscrizione in lettere capitali, “SUI ETA SI…/ MDLX…”, posta sotto il fazzoletto e probabilmente incompleta, testimonia che egli aveva compiuto almeno il sessantesimo anno di età; il candido “fazzolo” assolve invece al compito di simboleggiare le virtù di chi lo mostra, ossia la purezza d’animo, l’innocenza, il desiderio di pace e la profonda devozione alla fede cristiana“.

Vengono poi messi in risalto i tratti somatici dell’effigiato, laddove si precisa che

“il protagonista del dipinto ha i capelli e la barba folti, ben curati e incanutiti, siede su una dantesca rivestita di velluto rosso fissato con borchie dorate: un peculiare tipo di sedia considerata parte integrante dell’arredo dello “studiolo” di un umanista del XVI secolo e per questo ritenuta simbolo di lavoro intellettuale, nonché la severa ambientazione che assume grande importanza perché assolve a due funzioni fondamentali: la prima è di ordine teologico, giacché serve a dare maggiore risalto all’isolamento che si era autoimposto il cardinale per raggiungere una compunta meditazione spirituale; la seconda è di carattere tecnico poiché il fondale buio serve a rendere più efficaci i brillanti contrasti di luce e le accese tonalità delle tinte utilizzate”.

Dopo aver fornito dati biografici sul cardinale Gabriele Paleotti (nato a Bologna nel 1522 e morto a Roma nel 1597)  discendente di una nobile famiglia strettamente legata agli ambienti giuridici, universitari e politici cittadini, e chiarito come si fece strada nell’ambiente dei canonici felsinei prima e romani poi (Uditore del Tribunale della Sacra Rota, consigliere canonico di Pio IV nel Concilio di Trento, etc) fino a divenire  il primo arcivescovo della città natale nel 1582, anno in cui compose il noto il Discorso intorno alle immagini sacre e profane, un testo rivelatosi fondamentale per l’evoluzione del linguaggio figurativo post-tridentino, l’estensore della scheda viene a trattare il tema attributivo.

Chi è dunque l’autore di un’opera davvero rimarchevole per tutti motivi illustrati?

“La piena comprensione del cromatismo carraccesco di origine veneta – scrive Negro- è una peculiarità che ha consentito di attribuire senza dubbio alcuno il dipinto alla pittrice bolognese Lavinia Fontana, affermatasi nell’ambiente felsineo del XVI secolo proprio per la sua produzione di ritratti. D’altra parte, in questo fino ad oggi inedito ritratto, che verosimilmente servì da modello alle numerose copie successive di minor formato, sono evidenti gli elementi descrittivi desunti dalla ritrattistica naturalistica di marca cremonese (Sofonisba Anguissola e i Campi), parmense (Girolamo Mazzola Bedoli) e di ascendenza nordeuropea (Antohnis Mor) che la pittorce ebbe modo di assrobire alla bottega del Padre”.
Lavinia Fontana, Autoritratto nello studio, Firenze, Uffizi

Lavinia era  infatti figlia d’arte poiché il padre era il noto pittore Prospero Fontana, uno dei più importanti maestri del Cinquecento bolognese, sicché “inevitabilmente seguì dapprima lo stile sapientemente composito del genitore a mezza via tra modelli padani e tosco-romani, reinterpretati con minuzia analitica di gusto fiammingo mista a un devozionismo compunto. È per tale ragione che le composizioni della “pontificia pittrice” di Gregorio XIII giunsero a risultati figurativi perlopiù prossimi a quelli dei maestri tardo-manieristi (come ad esempio Jacopino del Conte), ai modelli classici archeologizzanti adottati dai grandi pittori dell’ultima rinascenza attivi a Roma e alle novelle soluzioni compositive dei riformati toscani: sorprendente è la somiglianza di questa tela con un altro ritratto del cardinale Gabriele Paleotti dipinto su tavola e attribuito a Jacopino (Roma, Collezione Amata), poiché anch’esso, come è stato opportunamente rimarcato da Filippo Maria Ferro (2023, pp. 134-135, n. 5), evidenzia qualità di raffinata leggerezza cromatica fuse con l’impianto compositivo classicheggiante, da “pittura senza tempo”, volte a soddisfare gli ideali della riforma cattolica tridentina”.

Ma tali particolari caratteri stilistici corrispondono ugualmente a quelli delle opere eseguite da Lavinia e perciò,

“considerando la partigiana predilezione di Paleotti per i dipinti dei Fontana, è possibile che pure il ritratto del cardinale su tavola appartenga alla produzione della pittrice bolognese: d’altra parte lo stesso porporato che dimostrò per lei una paterna affezione, l’aveva definita “la vera artefice cristiana” (Fortunati, 1994, p. 27)”.

Come di consueto Lavinia, anche in questo inedito dipinto optò per

una raffinata ambientazione alla Prospero Fontana per evidenziare il “decoro” dell’effigiato, mentre l’accurata descrizione della sua fisionomia e dell’abito talare ne sottolinea l’alto rango sociale raggiunto, seguendo le indicazioni del Discorso paleottiano e le soluzioni figurative divulgate a Bologna dalla ritrattistica di Bartolomeo Passerotti. Va rimarcato infine che pure l’iscrizione e taluni riflessi del naturalismo bassanesco concorrono a riconoscere in questa incisiva raffigurazione del Paleotti i caratteri stilistici della pittrice bolognese presenti nelle sue opere realizzate negli anni Ottanta del secolo: ad esempio il Frate francescano (Modena, Galleria Estense), il Prelato (New York, Metropolitan Museum of Art) ed altri ancora, di assai analoga impostazione”.

Ma, come si diceva, l’esposizione non è solo Caravaggio (compare il Ragazzo morso da un ramarro – riemerso da una collezione romana grazia agli studi di Sergio Rossi- e – come attribuito- il Ragazzo che sbuccia un melangolo (“mondafrutto”),  ma anche numerose opere di grandi esponenti dell’arte del periodo fanno da richiamo all’evento teramano, “in un dialogo inedito creato con le collezioni civiche di Teramo“, come scrive La Responsabile del Polo Museale della Città di Teramo Mariapaola Lupo, che cita sei opere della Pinacoteca Civica: Cupido svegliato da Psiche del Candlelight Master, I supplizi di Prometeo, Tantalo, Sisifo e Teseo di Mattia Preti, la Natura morta con cedri e pesche di Luca Forte, la Natura morta con alzata attribuita a Panfilo Nuvolone, la Papessa Giovanna attribuita ad Angelo Caroselli e la Natura morta con pesche e uva di Aniello Ascione.

Battistello Caracciolo Cristo e la Samaritana al pozzo, c. 1620 olio su tela, cm 144×145 Principato di Monaco, collezione privata

Ma poi ci sono Annibale e Ludovico Carracci, Guido Reni, Orazio  Geantileschi, Battistello Caracciolo, Gerrit van Hontorst, Mattia Preti, e altri ancora, che fanno della esposizione un evento per quanto non molto ampio tuttavia da non peredere.

Orazio Lomi Gentileschi, Sibilla. Torino, per gentile concessione della Galleria San Michele; Guido Reni, Suicidio di Lucrezia, c. 1635 olio su tela, cm 69×56 Collezione privata

BIBLIOGRAFIA Ridotta

Fortunati, Lavinia Fontana, una pittrice nell’autunno del Rinascimento, in Lavinia Fontana 1552-1614, cat. della mostra, Bologna, Museo Civico Archeologico, 1° ottobre-4 dicembre 1994, Milano 1994, p. 27.
F.M. Ferro, in Zwischen naturalismus und klassizismus. Caravaggio und seine zeit, cat. della mostra a cura di P. Carofano, Basilea, Messe Basel, 20 dicembre 2023 – 7 aprile 2023, Genova 2023, pp. 134-135, n. 5.

Roma 14 Dicembre 2025