di Dominique LORA
Dal 27 giugno al 15 novembre 2026, la Fondazione Maeght di Saint Paul de Vence presenta una grande mostra dedicata all’artista americano Ellsworth Kelly (1923-2015). “Ellsworth Kelly – At the Edge of Water”, a cura di Éric de Chassey, ed esplora per la prima volta il ruolo dell’acqua nell’opera di Ellsworth Kelly, offrendo una nuova prospettiva sulla sua evoluzione artistica e sul suo metodo di lavoro.



La mostra esplora la fascinazione che l’acqua, nelle sue diverse forme, esercitò sull’artista lungo tutta la sua carriera, rivelando, in particolare, il risultato estetico di lunghi soggiorni in Francia a partire della fine degli anni quaranta. Dalla Giverny di Monet all’Antibes di Picasso, dallo studio dell’Île de la Cité di Parigi e della Senna fino alle acque di Manhattan e Long Island, la mostra racconta un periplo liquido che, tra l’Europa e New York, si sviluppa su di arco temporale che dalla seconda metà del Novecento giunge fino al nuovo millennio.

Le opere selezionate per la mostra rivelano un’attenzione specifica per il movimento di mari, laghi e fiumi che vengono resi attraverso strati e campiture cromatiche caratterizzati da una geometria spesso asimmetrica e da una ratio che organizza le tonalità dal blu al nero, rivelando un’esperienza ancorata nelle riflessioni più profonde del grande maestro.
Così, durante il periodo passato a vagare attraverso l’esagono francese, Kelly osserva i colori miti e sfumati di porti e barche da pesca, una realtà dalla quale estrae forme astratte che si rivelano strumenti di creazione e che testimoniano una costante ricerca del mondo visibile, con particolare attenzione all’universo acquatico e alla sua articolazione cromatica autonoma e unica, al contempo limbo e sorgente di vita.
Quest’esperienza “liquida” rivela un modo particolare di vedere il mondo e di sperimentare le relazioni tra uomo e natura che, a partire dagli anni cinquanta, prende le distanze dall’idea di rappresentare unicamente ciò che si guarda, dando origine ad un gioco visivo che dimentica volontariamente l’oggettività delle forme e dei soggetti al fine di percepirne i mutamenti e le impressioni su di un piano puramente emotivo. Per usare le parole dell’artista:
“non osservo con una mente che ragiona, ma attraverso le possibilità della mia visione.” (Ellsworth Kelly, 1954)


Nella tradizione, il soggetto dei bagnanti risale all’antichità classica greco romana che, dalla Tomba del Tuffatore di Paestum a Sandro Botticelli, da Edgar Degas, Cézanne, Matisse e Picasso a Anthony Gormey e David Hockney, giunge fino ai contemporanei Jason deCaires Taylor e Elena Bellantoni, per citarne alcuni, che all’unisono raccontano l’attrazione fisica e spirituale verso l’acqua come origine della vita.


Partendo da impressioni nate da lunghe passeggiate “en plein air” Kelly affina una maniera che trae ispirazione dall’opera di maestri del passato e via via integra fenomeni sociali e culturali della modernità come il turismo di massa e l’affermazione di identità di genere alternative o represse, creando immagini di un’intimità sconcertantemente gioiosa, sempre in bilico tra trasgressione e naturalezza.


Qui, la rappresentazione di corpi messi in relazione con l’acqua celebra la sensualità, la gioia e l’introspezione, ricordando il legame primordiale tra uomo e natura.

Il maestro ci mostra come il mare sia parte integrante della nostra identità. Attraverso una gamma cromatica che dall’azzurro varia fino al blu notte, con mezzi artistici che variano dall’acquarello al dipinto, alla fotografia, Ellsworth ci introduce ad un mondo fluido ed elementare in costante metamorfosi in cui assembla e sovrappone alternativamente ritratti di personaggi famosi o frammenti di figure anonime. Un’immensità umana e naturale restituita in maniera istantanea integrando pittura, fotografia e grafica attraverso luoghi reali che diventano teatri immaginari all’interno dei quali la percezione si fonde con memoria e desiderio.
Si tratta di rappresentazioni che per alcuni versi ricordano le creazioni di David Hockney; composizioni materiche che spezzano il ritmo e la regolarità della pittura nuda e cruda. Una cifra stilistica che si distingue all’interno dell’universo informale e minimalista e che spinge oltre i limiti dell’astrazione pur conservando il lato politico ed umano dell’epoca attraverso una concezione plastica che studia i riflessi della luce sulla superficie dell’acqua ma anche lo scorrere del tempo; un tempo simbiotico in cui l’essere umano interagisce con l’universo acquatico prendendo una pausa, esponendo e esponendosi in una visione che potremmo definire soggettiva e polifocale.
Fig. 12, 13, 14. Lake II, olio su tela, 2002, East River, olio su tela di lino, 1959, Black red, olio su tela di lino, 1958
Così, queste opere collages, (anticipando la Pop Art di Lichenstein e Andy Warhol) realizzate tra Giverny e la costa azzurra all’inizio degli anni cinquanta, costituiscono un preludio alla maniera liscia e ordinata al rigore geometrico e astratto che diventerà la firma stilistica di Kelly negli anni della sua maturità. Una prospettiva che rivela una relazione simbiotica in cui lo stato d’animo, il corpo umano, la sessualità e le azzurre distese marine del mediterraneo interagiscono come elementi fusionali e in costante mutamento.
Attraverso un’interpretazione del mondo al contempo leggera e profonda il maestro americano fa lentamente fa emergere un astrazione diretta attraverso la quale si affranca definitivamente dall’ imitazione del reale, dando inizio ad una maniera pienamente autonoma.
A metà degli anni settanta Kelly si volge verso l’astrattismo puro e inizia ad esprimere la percezione dell’acqua attraverso la tensione interna tra i bordi e le superfici piane delle composizioni, producendo una sensazione di fluttuazione in costante movimento. Nell’opera “Dark gray with white rectangle II” del 1978 (Fondazione Beyeler), ad esempio, che unisce un rettangolo bianco ad un quadrangolo trapezoidale nero, Kelly ricompone, secondo un’angolazione soggettiva il mistero della superficie dell’acqua, probabilmente lagunare.

Le opere di questo periodo lasciano intravedere la ricerca tra pittura e fotografia che segnerà gli anni ottanta. In questo periodo, il lavoro pittorico di Ellsworth Kelly entra spesso in risonanza con la fotografia, che egli non considera certo come strumento preparatorio, ma piuttosto come una memoria visiva volta a prolungare percezioni immediatamente ritrasformate in composizioni. In altre parole, lo scatto fotografico rappresenta un ricordo di forme già incontrate che simultaneamente si consolidano in astrazione su tela.
Tra i rari lavori esclusivamente fotografici dell’artista americano la serie di paesaggi marittimi suddivisi in bande sovrapposte che rappresentano il mare e il cielo all’imbrunire e che proprio per tale disposizione diventano un’opera astratta a sé, come l’opera “The River II”, del 2004.

Da un punto di vista narrativo, la mostra si sviluppa cronologicamente, articolata seguendo i viaggi esplorativi di Ellsworth Kelly in Europa e poi negli Stati Uniti e che, come nel componimento di un’opera d’arte, inizia con un carnet di disegni preparatori, pubblicazioni e riferimenti grafici passando per bozzetti e acquarelli fino alla composizione dei dipinti che definiranno in maniera inconfondibile lo stile dell’artista statunitense.
Infine un bonus al piano superiore del museo: il grande lavoro pavimentale ispirato alle “Ninfee” di Monet e realizzato per Roy Lichtenstein e Leo Castelli nel 1992. “Blue floor panel for Leo” sembra essere un’evocazione diretta del lavoro di Pino Pascali “35 mq di mare circa” del 1967 (oggi nella collezione della GNAMC, Roma) volta ad invertire la posizione e la prospettiva dell’osservatore che guarda la superficie dall’alto verso il basso;

una superficie fluida e “calpestabile” in cui gli effetti luministici o le ombre, che mutano a seconda delle ore del giorno, trasformano la visione in esperienza fisica e interattiva.
Dominique LORA 9 Agosto 2026



