di Caterina SPINABELLI
Poliedrico visionario texano (Waco, 4 ottobre 1941 – Water Mill, NY, 31 luglio 2025) che contribuì a rinnovare il panorama delle arti visive e teatrali, Robert Wilson è stato uno tra gli artisti più eclettici e originali al mondo. Applaudito da pubblico e critica internazionale per la sua capacità di fondere danza, movimento, luci, scultura, musica e testi attraverso immagini affascinanti e anticonvenzionali, sorprendenti e a tratti commoventi, Bob Wilson ha fatto della sua carriera un Gesamtkunstwerk, un’opera d’arte totale.
A confermare la spettacolarità di opere plasmate e accompagnate da una “luce narrante”[1] si erge, nel giardino di Villa Panza a Varese, A House for Giuseppe Panza, aperto omaggio di Robert Wilson al collezionista e filantropo milanese Giuseppe Panza di Biumo (Milano, 1923 – 2010) (fig. 1).

Dopo gli studi in economia all’Università del Texas, Wilson si traferì a New York per approfondire arte e architettura al Pratt Institute di Brooklyn dove si appassionò a teatro e danza. Nel 1968, fondò il collettivo sperimentale per giovani disabili “The Byrd Hoffman School of Byrds”, dedicato a Miss Hoffman, insegnante di danza che lo aveva aiutato a superare la balbuzie attraverso lo slow motion, l’esecuzione di movimenti lenti finalizzati a sciogliere la tensione del corpo. Una delle prime opere teatrali che scrisse, Deafman Glance (Le Regard du Sourd) (1970) – interamente basata sull’osservazione, lunga sette ore, di un ragazzo sordomuto – venne elogiata dal poeta Louis Aragon, che aveva assistito alla prima parigina, in una lettera aperta idealmente indirizzata al fondatore del movimento surrealista André Breton.
I riferimenti al gruppo di origine francese, infatti, sono stati cifra caratterizzante nella produzione di Wilson: allestimento austero, luce fredda e architettonica e movimenti degli attori dilatati nel tempo e nello spazio si ritrovano anche nell’opera capolavoro universalmente acclamata Einstein on the Beach, realizzata nel 1976 in collaborazione col compositore Philip Glass.
La sconfinata curiosità e l’irrefrenabile creatività del maestro texano gli permisero di sperimentare il suo coerente progetto artistico, basato sulla frammentazione e conseguente riorganizzazione dello spazio e del tempo, spaziando attraverso le arti visive. Esplicative sono le parole dell’artista:
“Proust disse che scriveva sempre lo stesso racconto e Cézanne che dipingeva sempre la stessa natura morta. Io credo che il lavoro di un artista formi un corpus unico […] non faccio distinzione tra teatro, fotografia e architettura e ritengo che ciò che è possibile sul palcoscenico o nel video, nella pittura, nella danza, nel design, nella musica o nella scultura può essere considerato come un’unica cosa sotto molti aspetti […] non c’è una reale differenza”.[2]
Dagli anni Novanta ha esposto nelle più prestigiose istituzioni e collezioni del mondo. Alla Biennale di Venezia del 1993 vinse il Leone d’Oro con l’installazione ambientale Memory/Loss. Allestì al Museo Louvre di Parigi per la mostra Living Rooms (2013), tra le altre opere, due Video Portraits – video in alta definizione in cui la fissità del ritratto muta in maniera lenta e continua e i movimenti risultano quasi impercepibili – ispirati a opere di Jacques-Louis David e Jean-Auguste-Dominique Ingres reinterpretati Lady Gaga.[3] Nel 2014 la Francia lo ha nominato Ufficiale della Legion d’Onore e la Germania gli ha conferito la Croce dell’Ordine al Merito. Nel 2023 ha vinto il Premio Imperiale per la categoria teatro/cinema della Japan Art Association.
Inoltre, ha fondato e diretto il Watermill Center, laboratorio di sperimentazione teatrale e artistica vicino a Southampton, Long Island, che oggi ne conserva e divulga l’eredità creativa.
Nella sua attività lavorativa, ogni giorno Bob Wilson ha celebrato l’armonia della luce, quella stessa luce che è stata fin dall’inizio uno dei criteri fondamentali con cui il collezionista Giuseppe Panza ha scelto le opere da esporre nella villa varesina appartenuta alla sua famiglia dal 1935 al 1996.
Come ha raccontato più volte la contessa Rosa Giovanna, la villa infondeva una gioia infinita nel marito che, ogni sera alle 18, l’ora migliore per godere della luce sopra la città, faceva il giro di tutto il giardino, ammirando il tramonto da diverse prospettive. Non era nemmeno raro che si concedesse una visita alle stanze e al parco della villa anche durante la settimana lavorativa milanese. Per il conte Panza respirare l’aria di Varese, assaporare il panorama quando la luce era più limpida e immergersi nella sua collezione d’arte contemporanea non era solo un grande piacere, era un bisogno che andava periodicamente soddisfatto.[4]
Sebbene non si siano mai conosciuti personalmente, era destino che Giuseppe Panza e Robert Wilson idealmente si incontrassero, mettendo a confronto le loro visionarie sensibilità.
L’occasione per un muto e rispettoso colloquio fu offerta dal FAI – Fondo Ambiente Italiano, attualmente proprietario di Villa e Collezione Panza, quando, dal 4 novembre 2016 al 4 marzo 2018, venne allestita a Villa Panza la mostra Robert Wilson for Villa Panza. Tales.[5]
Dopo aver visitato la dimora sul colle di Biumo, Wilson scoprì sorprendenti affinità con la personalità dell’ex proprietario che, dal 1958, vi espose le opere, spesso site-specific, della sua sempre crescente collezione di arte contemporanea. L’intento e l’impegno del collezionista rispondevano all’esigenza di creare un percorso intellettuale e spirituale indirizzato alla ricerca della dimensione dell’infinito, filo rosso assai rilevante anche nella creazione dei lavori di Wilson. L’interesse per colore, luce e dispositivo della finestra che collega il mondo interiore a quello esteriore, comune nella ricerca del collezionista italiano e dell’artista americano, ha subito attirato la curiosità e l’ammirazione di quest’ultimo.
Le grandi installazioni di minimal e conceptual art acquistate dal conte Panza in America negli anni Sessanta e Settanta testimoniarono le più mature espressioni delle ambizioni idealistiche e universalizzanti delle sue riflessioni. Dal punto di vista di Giuseppe Panza, approcciarsi all’arte significava “accettare di essere guidati emotivamente da qualcosa di incontrollabile”[6]: è necessario abbandonare le conoscenze pregresse apprese sui libri per lasciarsi guidare dalle emozioni immediatamente suscitate dalle opere.
Per la personale Tales, all’interno degli spazi della villa, Robert Wilson allestì una serie di Video Portraits, tra cui quattro aventi a protagonista Lady Gaga.[7] Altri importanti artisti omaggiati da un ritratto in movimento furono Robert Downey Jr., Brad Pitt, Gao Xingjian, Zhang Huan, Isabella Rossellini e Roberto Bolle.[8] I Video Portraits sono stati paragonati da Wilson a una finestra aperta che permette di vedere un’immagine al di là di essa. Tornando successivamente e guardando nuovamente fuori, l’immagine sarà leggermente cambiata, o per la luce o per il vento. Spiega l’artista che i Video Portraits
“funzionano come piccoli mondi piegati su sé stessi, osservati dal nostro punto di vista. Contengono elementi di storia dell’arte e di cultura popolare, ma non sono parte del nostro quotidiano. Questa serie di video ritratti vuole essere un documento del nostro tempo”.[9]
Profondamente riconoscente nei confronti dell’illuminata attività collezionistica e divulgativa dell’arte americana in Europa portata avanti dai coniugi milanesi Giuseppe e Rosa Giovanna Panza a partire dagli anni Sessanta, Wilson dichiarò:
“Non c’è nessun altro luogo al mondo dove si possa trovare una casa per artisti del mio Paese come questa”.[10]
Fu proprio per onorare l’impegno filantropico dei Panza che l’artista texano decise di progettare un’estensione permanente alla mostra temporanea all’esterno della villa. La suggestiva installazione A House for Giuseppe Panza, grazie alla donazione della Fondazione Berti per le Arti e le Scienze, arricchisce oggi il corpus della collezione attualmente di proprietà del FAI.
L’omaggio al collezionista milanese consiste in un’architettura in stile American Shaker, architettura americana tipica del movimento religioso nato in Inghilterra nel 1700 a cui presero parte i Quaccheri trasferitisi negli Stati Uniti, in legno di larice non verniciato (7,46 x 5,30 x 2,65 m) coperta da un tetto di tegole lignee incastrate tra loro.
L’opera site-specific, collocata nella grande aiuola del secondo parterre, appare già visibile dalle cinque finestre orientate sul giardino del Salone Impero, aggiunto alla villa negli anni Trenta dell’Ottocento dall’architetto Luigi Canonica. Il silenzioso dialogo che si instaura con l’architettura ottocentesca – dalla quale evidentemente si discosta –, con la monumentale magnolia e col fagus asplenifolia è amplificato dalle cinque finestre di A House for Giuseppe Panza, lunghe e strette, rivolte verso quelle del salone con le quali condividono l’asse di simmetria trasversale che corrisponde alla finestra centrale (fig. 2).

Memore di A House for Edwin Denby – realizzata da Robert Wilson per la scrittrice svedese nel 2000 nel parco delle sculture del castello di Wanas (fig. 3) –,[11] la casa di Varese ne sviluppa la poetica. Pur essendo sempre fruibile al visitatore solo attraverso le finestre, infatti, a Villa Panza l’artista ha animato l’interno con una sorta di tableau vivant ispirato a Giuseppe Panza per rinchiudervi l’anima americana di quest’ultimo.

Un’operazione simile era già stata compiuta nel 1983 da Bruce Nauman che offrì ai visitatori del Nathan Manilow Sculpture Park, a Chicago, un ritratto concettuale del sedicesimo presidente degli Stati Uniti d’America (fig. 4).

La celebrazione dell’artista prese spunto dal passaggio del famoso discorso tenuto il 16 giugno 1858 da Abraham Lincoln che proponeva l’immagine della “house divided against itself cannot stand”. Il riferimento al Nuovo Testamento si concretizza in una casa di pianta rettangolare interamente realizzata in calcestruzzo armato.[12] Naumann riprese approssimativamente le misure della presunta capanna nativa del presidente nel Kentucky, diventata meta turistica per gli americani, la cui pianta risultava di 4,88 x 5,49 m al fine di esaltare – grazie alle due falde del tetto – l’unità politica promossa dall’ “House Divided Speech”. Internamente, un taglio diagonale separa la casa in due; la parte buia, inaccessibile e priva di finestre è la metafora di una società divisa in due parti in eterna e inconciliabile lotta tra loro.
L’omaggio di Wilson non conserva il significato politico di quello realizzato da Nauman, ma ne riprende la dimensione ideale, per diventare una sorta di apparato celebrativo post mortem volto a ricordare Giuseppe Panza: una sedia in legno dallo schienale molto alto, rivolta verso il salone di Canonica, sulla quale il fruitore è portato a immaginare il collezionista seduto, un lungo tavolo sempre di legno su cui poggia un grande libro aperto le cui bianche pagine sembrano essere sfogliate da una mano in resina, parte culminante del calco di un avambraccio sospeso sopra il libro. Il pavimento è in compensato e, dal centro del soffitto, pendono sul tavolo cinque lampadine di una luce azzurra fredda (figg. 5 e 6).


L’accurata e, al contempo, essenziale scenografia è suggerita da una fotografia del 2007 che ritrae il collezionista milanese assorto nella lettura all’interno della Limonaia dove Joseph Kosuth, in occasione di una mostra realizzata quell’anno nelle Scuderie di Villa Panza, aveva installato il lavoro The Tenth Investigation, Proposition 4 del 1974 (fig. 7).

All’interno del ristretto ambiente sobriamente ammobiliato e illuminato da una luce paradossalmente fredda, memore del Surrealismo, è lecito immaginare che il conte volga lo sguardo alla villa, oggetto delle indagini collezionistiche di tutta la sua vita, mentre ferma la pagina delle Investigazioni dell’artista concettuale, testo incentrato sul rapporto tra arte e pensiero.
La sottile porta di ingresso alla quale si è accompagnati da un curvo sentierino in ciottoli bianchi è sigillata. Rendendo la casetta fisicamente inaccessibile al visitatore e lasciando che l’opera venga ammirata solo dall’esterno, Robert Wilson ribadisce l’atmosfera fiabesca in cui è immersa. La dimensione sospesa, atemporale e inafferrabile dell’interno, conferma elementi cardine nella poetica del regista: stile minimalista e tema della scomposizione. Un retrogusto di sorpresa e straniamento avvolge l’inedita architettura.
Wilson si rivolse a Michael Galasso per la scelta della colonna sonora con cui accompagnare A House for Giuseppe Panza; il compositore americano optò per far recitare all’artista stesso alcuni versi tratti dalle Lettere a un giovane poeta (1929) di Rainer Maria Rilke, testo molto caro a Giuseppe Panza.
La registrazione audio propagata da altoparlanti collocati all’interno della struttura in compensato ripete, come in un mantra:
Pisa, April 23, 1903
“In this there is no measuring with time. A year doesn’t matter and ten years are nothing”.
Rome, December 23, 1903
“What is necessary after all is only this: solitude, vast inner solitude. To walk inside yourself and meet no one for hours”.
Flädie, (Sweden), August 12, 1904
“… it is obvious that most people come only to know one corner of their room. One spot near the window, one narrow strip on which they keep on walking back and forth”.
La spiccata, e ai suoi tempi in larga parte incompresa, sensibilità di Giuseppe Panza gli permise di circondarsi di opere che rompessero i legami con la tradizione conservativa del proprio ambiente e che, al contrario, si aprissero alla più inedita libertà di espressione. Seguendo le sue elevate aspirazioni, prese vita una peculiare attività collezionistica indirizzata allo svolgimento di un individuale itinerario di ricerca spirituale e filosofica, tanto personale che per entrare in contatto con l’anima della collezione tempo, silenzio e solitudine, di cui parla Rilke, risultano essere fattori imprescindibili.
Insofferenti alle canoniche leggi spazio-temporali, il collezionista milanese e l’artista texano hanno cercato, ognuno a suo modo, un rifugio nell’arte. Ecco la comune soddisfazione ritrovata nella solitudine, nella contemplazione, nell’amore per lo studio e nella ricerca del silenzio per porsi in ascolto del proprio spirito.
Giuseppe Panza dichiarò che ogni luogo ha un suo silenzio e così ogni persona:
“Ho sempre amato il silenzio di questa casa a Varese, un silenzio per nulla pesante, che al contrario mi sostiene e mi permette di sentire che nell’aria c’è qualcosa di leggero e allo stesso tempo di infinito. Molto presto capii di aver bisogno di silenzio e che la mia felicità si trovava nel silenzio”.[13]
Uno stato di grazia ideale che permette di porsi correttamente al fine di vedere veramente un’opera d’arte, lasciando che essa disveli le sue potenzialità sottese.
Giuseppe e Rosa Giovanna Panza erano soliti farsi catturare dallo stupore e dalla curiosità suscitati in loro da artisti particolarmente sensibili che assecondassero la loro ricerca di un universo ideale e spirituale. Robert Wilson sarebbe sicuramente stato uno di questi. Purtroppo, l’artista non incontrò mai personalmente il mecenate di alcuni suoi colleghi connazionali, anche se era a conoscenza dell’eccezionale Collezione Panza tramite John e Dominique de Menil; tuttavia, oggi il ricordo di due personalità così affini brilla imperituro nella luce onirica di una semplice casetta al cui interno, inaccessibile, è permesso sognare la silenziosa conversazione di due infaticabili ricercatori del Sublime.
Caterina SPINABELLI Roma 12 Ottobre 2025
NOTE
