di Vera AGOSTI
Il desiderio di osservare gli astri è un’inclinazione innata dell’essere umano.
Fin dalle origini, alzare gli occhi al cielo ha rappresentato un bisogno primordiale di orientamento, spiritualitĂ e comprensione, trasformando la volta celeste in una mappa, un calendario e uno specchio per le domande piĂą profonde. Per i navigatori e le antiche civiltĂ , le stelle erano l’unico punto di riferimento per non perdersi e per stabilire le rotte. Comprendere i movimenti celesti ha permesso all’uomo di creare calendari agricoli, prevedendo l’alternarsi delle stagioni.
Le costellazioni sono diventate un modo per ordinare il caos. Le storie mitologiche hanno popolato il cielo di eroi e divinitĂ , rendendo l’universo intimo e familiare. L’atto di osservare il cielo notturno ha da sempre un forte impatto psicologico ed emotivo, trasformandosi in una pratica di contemplazione e ricerca interiore. Il mistero racchiuso nella vastitĂ dell’universo alimenta la curiositĂ di esplorare l’infinito. Guardare le stelle offre una prospettiva piĂą ampia sui problemi quotidiani, donando pace. Dalla tradizione di esprimere un desiderio guardando cadere una stella all’idea di ritrovare persone care perdute, il cielo è custode delle speranze umane.
Ciò che è iniziato come un’osservazione a occhio nudo si è evoluto in una disciplina scientifica rigorosa, guidata dal desiderio di scoprire la nostra origine e il nostro posto nell’universo. Attraverso l’uso di strumenti sempre piĂą complessi, l’astronomia ha sostituito le credenze con le leggi fisiche, permettendoci di studiare la nascita e l’evoluzione delle galassie. La consapevolezza che gli atomi del nostro corpo provengono dalle stelle ci lega fisicamente e poeticamente al cosmo, rendendo l’osservazione un viaggio alle radici di noi stessi.
Se associamo la parola “stella” a una persona, le stiamo dicendo che è un riferimento luminoso degno di essere ammirato. “Nascere sotto una buona stella” è sicuramente un presagio di fortuna.
“Considerare” è una parola che viene dal latino e significa guardare le stelle, averle disponibili e tenerne conto. “Desiderio” deriva dalla composizione della particella privativa “de” con il termine latino “sidus, sideris” (plurale “sidera”), che significa “stella”. Dunque “desidera”, da cui “desiderio”, significa letteralmente “condizione in cui sono assenti le stelle“.
Anticamente quando il cielo era coperto dalle nuvole, gli aruspici non potevano fare divinazioni e profezie, i viaggiatori non potevano orientarsi, quindi l’assenza di stelle accendeva in quegli uomini qualcosa che si spegneva solo quando queste riapparivano.
Similmente “disastro” indica un momento in cui non vogliamo o non possiamo considerare le stelle e ha un’accezione totalmente negativa. Oggi possiamo anche regalare una stella a qualcuno, un dono lirico e sicuramente originale.
Le stelle hanno da sempre ispirato poeti, filosofi e scienziati. Anche gli artisti ne hanno sentito il richiamo. Nel caso di Michelangelo Galliani, punto di riferimento della scultura contemporanea in Italia, si instaura un rapporto dialettico con il cielo in diverse opere della sua produzione, alcune delle quali sono raccolte nella personale “Astrale”, ospitata in un luogo d’eccezione, la Specola di Verbania, ex Osservatorio astronomico, oggi Osservatorio per l’arte contemporanea.

Al centro della storica torretta, “Cartolina da Istanbul” del 2023: su una lastra specchiante di acciaio inox giace quel che resta di un volto scolpito in marmo nero, frantumato, diviso tra superficie scabra e levigata, dal quale emerge un’imponente colonna di piombo, ricordo di quelle della Basilica romana della splendida cittĂ ottomana, da cui il titolo dell’opera. Una composizione che evoca atmosfere di rovine e memorie antiche, una riflessione sulla fragilitĂ della vita umana, ma anche asse lirico tra la terra e il cielo, passato e futuro, scienza e spiritualitĂ , in un equilibrio continuamente messo alla prova.
Il frammento del volto rimanda al “non finito” e ai maestri ideali della sua formazione: Donatello, Auguste Rodin e Medardo Rosso.
In Galliani il “non finito” si accompagna sempre mirabilmente al “finito” e naturalmente, richiama alla memoria Michelangelo Buonarroti, celeberrimo per questa tecnica scultorea e di cui l’artista porta onorevolmente il nome. Il Buonarroti lasciava le opere volutamente incomplete, pensiamo a “I Prigioni” (o “Schiavi”) conservati presso la Galleria dell’Accademia di Firenze e La PietĂ Rondanini al Castello Sforzesco di Milano. Le figure emergono parzialmente dal blocco di marmo, come imprigionate nella materia.
Questa scelta fonde la sua visione spirituale e neoplatonica con l’esigenza espressiva di mostrare il processo creativo e la lotta dell’uomo verso l’infinito. Michelangelo credeva che la scultura fosse giĂ racchiusa all’interno del blocco grezzo di marmo. Il compito dello scultore era semplicemente “liberare” la figura dal materiale in eccesso. Il “non finito” simboleggia anche la prigionia dell’anima umana, rappresentata dal marmo, e il suo tormentato tentativo di liberarsi dalla materia per elevarsi a Dio. Il processo creativo è anche l’esito del dubbio, con continue modifiche e ripensamenti durante la lavorazione.
Michelangelo Galliani scolpisce il materiale a mano nel tempo dilatato del procedimento classico, che comprende variabili intrinseche e imprevedibili nella realizzazione dell’opera. Sceglie personalmente sulle Alpi Apuane i marmi preferiti, per poi lavorarli dalla prima sbozzatura all’ultima mano con una sorprendente abilità .

“Nebula” del 2021 è un polittico, scolpito in marmo statuario di Carrara con inserti strutturali in acciaio inox e ottone, creando un dialogo visivo tra la tradizione classica del materiale antico e l’innovazione tecnologica. La scultura si distingue per il contrasto materico e la lavorazione estrema, per cui il marmo viene finemente assottigliato. Trae ispirazione da una fotografia di una nebulosa catturata dall’Hubble Space Telescope. L’opera incarna perfettamente il linguaggio di Galliani, basato sul dualismo tra l’immensitĂ cosmica _il cielo e le nebulose _ e la terrestritĂ primordiale della pietra estratta dalle Alpi Apuane.
Similmente “Landscape” riprende l’idea dei polittici medievali in legno, scolpendo a bassorilievo in marmo le linuee sinuose della natura.
In lavori come “Nebula” e “Landscape”, Galliani esprime appieno il suo stile scultoreo, giocando continuamente tra le superfici levigate e le trasparenze della materia, offrendo una riflessione profonda sulla bellezza dell’universo e sui processi di trasformazione.
Materiali come il piombo e l’ottone richiamano gli studi alchemici, frammenti di una nuova creazione e di un nuovo legame che rivelano un significato altro.

“LassĂą” in marmo bianco, posto sul prato intorno alla Specola, è un braccio levato verso il cielo, un dito indice puntato verso le stelle, di leonardesca memoria, che richiama il San Giovanni Battista di Leonardo da Vinci e la Scuola di Atene di Raffaello nel gesto di Platone di alludere al mondo delle Idee. In Galliani ci dice di non dimenticare mai di guardare in alto, soprattutto nella frenesia dei nostri giorni, e per ricordare il mistero di ciò che è piĂą grande di noi.
Riproposto in marmo nero, nel giardino dell’Archivio di Stato, dialoga con le luci e le ombre dell’antico loggiato. Il titolo è evocativo e dĂ pieno significato all’opera. Ciascuno può interpretare come meglio crede: un’esortazione a pensare alla metafisica, alla volta celeste o l’indicazione di un punto lontano.
Vera AGOSTIÂ Milano 29 Agosto 2026
