“Mi ha colpito non quello che ho visto ma quello che ‘non’ ho visto”. L’attrice e regista Isabel Adriani sull’Odissea di Nolan

di Isabel ADRIANI

Isabel Adriani, Laureata in storia, oltre che da qualche tempo collaboratrice di About Art, è giornalista professionista, attrice e regista. In questa veste il suo giudizio sul film già campione d’incassi è particolarmente interessante.

Era il tempo nel quale gli dèi camminavano fra gli uomini. Un tempo nel quale la bellezza era un dono sacro. Maghe, streghe, dee e sirene incantavano gli uomini. Era un tempo nel quale gli eroi si distinguevano per forza, intelligenza, audacia, astuzia e saggezza. Un tempo nel quale la magia era parte integrante dell’umanità. Un tempo nel quale ogni viaggio era un viaggio dell’anima e ogni incontro cambiava il destino.

Odissea (frame del film)

Come filmmaker e come storica, non potevo non andare a vedere L’Odissea di Christopher Nolan. Non accade spesso che cinema, epica e letteratura convivano nella stessa opera e per questo sono entrata in sala con grande curiosità e con aspettative altrettanto grandi. Non soltanto perché Nolan è uno dei registi più influenti del nostro tempo, ma perché confrontarsi con Omero significa confrontarsi con uno dei testi fondativi della nostra civiltà.

Da cineasta, ero anche curiosa di vedere all’opera le nuove cineprese IMAX e l’ingegnoso sistema di specchi studiato per permettere agli attori di guardarsi negli occhi nonostante l’enorme ingombro delle macchine da presa. Un’idea semplice e brillante, che racconta quanto Nolan continui a cercare nuove soluzioni per rendere il cinema sempre più immersivo.

Uscendo dalla sala, però, la sensazione più forte non è stata determinata da ciò che avevo visto, ma da ciò che non avevo visto. Prima di spiegare perché, ricordo la vera trama dell’Odissea.

Il poema comincia con il consiglio degli dèi sull’Olimpo.

Immagine dell’Autrice

La dea Atena chiede al padre degli dèi, Zeus, perché Odisseo continui a vagare senza poter tornare a Itaca. Zeus risponde che non è lui a perseguitarlo: è Poseidone, dio del mare, furioso perché Odisseo ha accecato suo figlio Polifemo.

Il fatto è noto: il Ciclope, ingannato dall’astuzia dell’eroe, gli chiede il nome e Odisseo risponde: «Mi chiamo Nessuno». Dopo essere stato accecato, Polifemo grida ai suoi fratelli che “Nessuno” lo sta uccidendo. Convinti che nessuno lo stia realmente aggredendo, lo lasciano solo. Ma quando Odisseo è ormai in salvo sulla nave, commette un gesto fatale: per orgoglio rivela il proprio vero nome: «Io sono Odisseo.»

A quel punto Polifemo invoca Poseidone e lo supplica di impedirgli il ritorno oppure, se il destino gli concederà di rivedere Itaca, di farlo arrivare solo, dopo aver perduto tutti i compagni e aver sofferto ogni pena. Da quel momento prende avvio uno dei viaggi più straordinari della letteratura.

Prima ancora che Odisseo racconti il proprio viaggio, Omero segue Telemaco, che parte alla ricerca del padre. A Sparta incontra Menelao ed Elena, la donna più bella del Mondo

così perfetta da essere ritenuta figlia di Zeus, capace di far salpare mille navi e di cambiare il destino di re, eroi e interi popoli. Per i Greci la bellezza non era vanità: era una forza sacra, un riflesso del divino, capace di ispirare amore, desiderio, guerra e poesia.

Omero narra come Elena e Menelao si siano ormai riconciliati dopo la guerra di Troia. È proprio Elena a ricordare come Odisseo fosse riuscito a introdursi a Troia travestito da mendicante e come lei, pur avendolo riconosciuto, non lo avesse tradito.

Successivamente Odisseo incontra Eolo, signore dei venti, che gli affida l’otre contenente tutti i venti contrari; i suoi compagni lo aprono credendo che custodisca un tesoro e perdono così un ritorno ormai vicinissimo. Ulisse Approda poi nell’isola di Circe, maga di straordinaria bellezza, che trasforma gli uomini in porci e trattiene Odisseo per un anno intero, seducendolo con il suo fascino e con la sua magia. Poi Scende nel regno dei morti per interrogare Tiresia. Ascolta l’irresistibile canto delle Sirene, legato all’albero della nave per resistere alla tentazione della conoscenza assoluta. Supera Scilla e Cariddi.

Immagine dell’Autrice

Sbarca nell’isola di Helios, il dio Sole, dove i suoi compagni uccidono i buoi sacri del dio, provocando l’ira di Zeus. Viene trattenuto dalla splendida dea Calipso per ben sette anni che, pur di tenerlo con sé, gli offre il più grande dei doni divini: l’immortalità. Viene salvato da Nausicaa, principessa dei Feaci, simbolo della xenia, il sacro dovere dell’ospitalità posto sotto la protezione di Zeus.

I Feaci sono forse il popolo più affascinante dell’intero poema ( totalmente saltati da Nolan): vivono in una terra quasi sospesa tra il mondo degli uomini e quello degli dèi; possiedono navi prodigiose che non hanno bisogno di timoniere perché conoscono da sole la rotta e obbediscono al pensiero. Sono loro ad ascoltare il racconto delle avventure di Odisseo e a riportarlo finalmente a Itaca. Infine Odisseo torna dalla regina Penelope, dove Atena continua a proteggerlo e a guidarlo fino alla riconquista del suo regno contro i Proci.

Questa è, in estrema sintesi, l’Odissea. Ed è proprio confrontando questa trama con il film che mi sono posta una domanda.

Che cosa rimane dell’Odissea quando vengono ridimensionati o eliminati gli dèi, la magia, la dimensione sacrale del viaggio, il mistero, la bellezza seduttiva di Circe, la regalità divina di Calipso, la luminosità di Nausicaa, Eolo e il suo otre, il dialogo continuo fra Atena e Odisseo e, più in generale, quel mondo in cui il cielo e la terra dialogano costantemente?

Personalmente ho avuto la sensazione che rimanessero soprattutto i mostri, l’oscurità, un’atmosfera costantemente angosciante, una colonna sonora opprimente e figure femminili profondamente terrene, private di quella dimensione sacrale e misteriosa che attraversa il poema di Omero. Che peccato.

Rimane certamente il viaggio di un uomo reduce dalla guerra. Rimangono il trauma, il senso di colpa e la fatica del ritorno. Sono temi importanti. Ma poteva essere qualsiasi uomo di qualsiasi epoca umana tormentato da una delle tante guerre che affliggono l’umanità.

Dove sta l’eroe? Dove sono gli dei? Dove sono le dee e le sirene? Dove la principessa Nausicaa; dove Il Dio del vento e il Dio del sole? Dove sta la magia a parte la cannibale circe che plasma maiali, e la dea Calipso che gli offre l’immortalità trasformata in un pescatore seppi sotto le sembianze della bellissima Charlize Theron.

Mi e’ piaciuta una scena di quella nella quale Odisseo sotto mentite spoglie di mendicante tira la freccia con il suo arco impossibile da tendere per chiunque altro e Argo che lo aspetta e muore solo quando lui torna. Questa era l’unica parte mi ha ricordato la vera Odissea.

Ma tutto I resto dov’è?

Perché il poema di Omero non è soltanto il racconto di un uomo tormentato. È il racconto dell’ultima età in cui gli dèi camminavano ancora fra gli uomini. È un universo in cui la bellezza non è un elemento decorativo, ma una manifestazione del divino. In cui la magia non è fantasia, ma una forma della realtà. In cui ogni isola rappresenta una prova e ogni incontro trasforma profondamente il protagonista. Per questo la mia impressione è che il film abbia privilegiato quasi esclusivamente la dimensione terrena del racconto.

È una scelta artistica legittima.

Ma è una scelta che, personalmente, mi ha lasciata lontanissima  dall’Odissea che amo e che studio. E la memoria corre inevitabilmente allo sceneggiato di Franco Rossi, dove la straordinaria Silvana Mangano interpretava sia Penelope sia Circe, incarnando con la sua presenza la regalità, la bellezza, il mistero e la magia delle grandi figure femminili del mito.

Da un autore come Christopher Nolan, dotato di una libertà creativa, mezzi tecnici e di risorse praticamente infinite nel cinema contemporaneo, mi aspettavo stupore e meraviglia, magia e divinità, il mondo sottile che incontra quello degli uomini e sopratutto il viaggio dell’anima. Non verso l’oscurità ma verso la luce ! Perché, almeno per me, se dall’Odissea togliamo la divinità, la magia, la bellezza e l’amore, non rimane semplicemente un’altra interpretazione del poema.

E a me personalmente, piace ricordare e rileggere l’Odissea per conoscere e riconoscere le storie degli dei, della donna più bella del mondo, di quella più fedele, delle maghe più affascinanti e delle dee più romantiche delle stesse terrestri, la storia delle sirene che incantano e della bellezza di quel mondo mitico che ha affascinato per secoli e millenni  l’umanità e senza il quale restiamo tutti troppo attaccati all terra, alle sue guerre alle sue  follie e alle bassezze umane, ma allora dove se non nell’arte, (anche nella Settima arte), possiamo alzare le vibrazioni e sognare un mondo migliore, pur attraversando pene e prove, vivere esperienze per migliorare la nostra anima e viaggiare sul filo del mondo sottile che alcuni di noi intuiscono e vedono anche se ormai resta solo nei poemi  del Passato.

Se cancelliamo tutto questo cosa resta Nolan? Una storia come tante altre che Omero forse non avrebbe mai raccontato perchè scevra dell’elemento magico e divino che ha incantato generazioni per secoli e senza il quale non saremmo neanche qui a parlarne.  Ti auguro che la tua odissey sopravviva fra migliaia di anni come l’originale, ma mi auguro soprattuto che quella di Omero sopravviva a questo tempo e a questo spazio volando altissimo oltre le piccolezze umane.

E perdonami ancora Christopher ma io Elena con tutto il rispetto per la splendida Lupita Nyong’o, me la voglio ancora immaginare così

Immagine dell’Autrice

 C’era una volta appunto… l’ODISSEA

Isabel ADRIANI  Reggio Emilia 26 Luglio 2026