di Nica FIORI
Chi entra in questi giorni nelle Grandi Aule delle Terme di Diocleziano può rimanere fortemente impressionato dalla presenza di una colossale installazione, comprendente 360 sculture di cuoio intagliato di poco meno di tre metri di altezza per 250 cm di larghezza, della serie Masks (2017-18), dell’artista cinese Wu Jian’an (Pechino, 1980), protagonista della mostra “Metamorphoses. L’arte che trasforma”, in corso fino al 17 maggio 2026.
L’installazione, che al primo impatto può apparire particolarmente invasiva dello spazio, ha in realtà il pregio di richiamare, grazie ai colori caldi del suo cuoio traslucido, le murature romane di uno degli edifici più monumentali della città. L’artista sfrutta l’energia naturale del materiale utilizzato (sottoposto a intagli quando è ancora morbido e poi essiccato) per conferire calore e forza a miti e racconti ancestrali, creando qualcosa di inatteso, come le misteriose maschere che ricordano volti tribali di civiltà perdute.


Ancora più strabiliante è la tecnica usata in Vital Essence No. 1 (cuoio, struttura in metallo, cm 254 x 210 x 6), un’opera del 2019 che sembra un merletto formato da innumerevoli fili, più che una pelle traforata.
In questo caso Wu Jian’an esplora il concetto filosofico e cosmologico del “Qi”, tra i più importanti della filosofia orientale. Come è spiegato nella didascalia ragionata, il Qi è considerato “la forza vitale invisibile che connette l’essere umano con il mondo naturale”: una sorta di energia che agisce come un ponte tra il nostro corpo fisico e la nostra dimensione spirituale.
Quelli che a noi appaiono come fili rappresentano le linee dinamiche di Qi, che fuoriescono vorticosamente dal corpo centrale per poi cercare di fluire al suo interno, formando un fantastico disegno.
L’opera, pertanto, invita l’osservatore a riesaminare la relazione tra il corpo e l’ambiente che lo circonda, spingendolo a chiedersi se i confini tra interno ed esterno esistano davvero.

La mostra, curata da Umberto Croppi per la Fondazione Berengo con il coordinamento di Giulia Cirenei, si sviluppa lungo le Aule X, XI e XI bis delle Terme di Diocleziano (una delle quattro sedi del Museo Nazionale Romano), offrendo diversi spunti di riflessione sui significati e i simboli che Wu Jian’an esprime attraverso diversi materiali e tecniche: oltre al cuoio intagliato, largamente usato nell’arte tradizionale cinese (nella realizzazione dei tamburi e nel teatro delle ombre), è altrettanto sorprendente l’intaglio della carta acquerellata, come pure il vetro di Murano soffiato a mano, da lui scoperto dopo aver rappresentato la Cina alla Biennale di Venezia del 2017 e riutilizzato grazie allo Studio Berengo in forme antropomorfe contemporanee.
L’esposizione è la prima di questo artista ospitata in un museo romano, in questo caso il Museo Nazionale Romano, diretto da Federica Rinaldi, che ha dichiarato:
“Il dialogo tra arte contemporanea e letteratura antica può rivelare sorprendenti affinità. Ce lo dimostra la mostra Metamorphoses ospitata alle Terme di Diocleziano del Museo Nazionale Romano in cui l’artista cinese Wu Jian’an si confronta con Ovidio, poeta latino, vissuto all’epoca di Augusto, autore delle più famose Metamorfosi. La sfida di porre a dialogo, nonostante la distanza temporale e culturale che li separa, il tema della trasformazione all’interno dello spazio colossale delle Terme, sembra voler mostrare come il cambiamento sia una forza fondamentale che attraversa il mondo naturale, umano e simbolico, rendendo ogni azione sempre dinamica e mai statica”.

Ben conscio di creare un incontro di culture diverse in un luogo simbolo dell’antica civiltà romana, l’artista, che da anni studia le mitologie cinesi e anche quelle occidentali, sembra rifarsi, in particolare, al concetto espresso nelle Metamorfosi di Ovidio, “nec species sua cuique manet” (nessun essere mantiene la propria forma), per il suo progetto artistico di trasformazione e cambiamento generativo (huàshēng). Come ha dichiarato nel corso della presentazione, egli è rimasto particolarmente colpito dal grande mosaico esposto nell’Aula XI, raffigurante Ercole che combatte contro Acheloo, un dio fluviale che si trasforma prima in serpente e poi in toro. Proprio in corrispondenza di questo mosaico che raffigura delle metamorfosi, è stata collocata la sua colossale installazione in cuoio finemente traforato, The Heaven of nine levels (2008-2009) che proietta la sua ombra parlandoci delle metamorfosi della cosmologia cinese, in quanto diverse figure di animali e di fantasia contribuiscono a formare al centro una forma umana. Si può cogliere anche un parallelismo tra il bianco e il nero del mosaico e il rapporto dinamico tra luce e ombra, o attivo e passivo, che caratterizza ogni aspetto della realtà nel taoismo.

Un’altra cosa che ha suscitato l’interesse di Wu Jian’an nella stessa Aula termale è la celebre esortazione “Conosci te stesso”, scritta in un mosaico sotto la raffigurazione di uno scheletro. La frase, che era incisa in greco sul frontone del Tempio di Apollo a Delfi, era una delle sentenze memorabili attribuite ai Sette Sapienti dell’antichità ed era particolarmente amata da Socrate, perché spingeva gli uomini a indagare nel profondo della propria anima, riconoscendo la limitatezza e la caducità del corpo materiale.
L’artista condensa nelle sue opere storie mitiche e pensieri metafisici in un processo dinamico di trasformazione, sia materiale sia spirituale, entrando in profondità nel pensiero filosofico e nelle leggende delle diverse culture attraverso un linguaggio visivo unificato che riflette le esperienze contemporanee di instabilità, cambiamento e rinnovamento. La mostra mette in risalto la sua straordinaria capacità di creare immagini dal significato simbolico e la virtuosistica maestria artigianale, che gli permette di comporre opere veramente impegnative, tra le quali ricordiamo anche quelle realizzate ad hoc per il Museo delle Terme, come The Eternal Cycle. Running Through the Seasons, sull’eterno ciclo delle stagioni. Parliamo in questo caso di una serie di quattro grandi opere ispirate all’iconografia greca e romana, ovvero alla rappresentazione della Primavera, dell’Estate e dell’Autunno come figure femminili, associate agli elementi tipici delle rispettive stagioni, mentre l’Inverno era raffigurato come un vecchio canuto, da identificare forse con il dio del tempo Crono (Saturno per i Romani). Le figure antropomorfe in corsa, raffigurate da Wu Jian’an con una tecnica complessa e innovativa, rappresentano il mutare delle stagioni e il fluire del tempo, mostrando l’energia potente della natura in movimento.
La tecnica è basata sull’uso di innumerevoli pezzi di carta da acquerello incisi, dipinti ad acquerello o ad acrilico, incollati su seta con cera o cuciti con fili di cotone. Osservando le opere da vicino, in effetti, scopriamo centinaia di piccole figure che si sovrappongono e si intrecciano, creando un’incredibile mescolanza di colori e sensazioni. Sebbene le singole unità esistano in una relazione affollata e caotica, l’immagine complessiva emerge in una dinamica e coerente esplosione di energia.

Le quattro Stagioni rientrano nel più ampio gruppo delle Incarnations, realizzate a partire dal 2011 basandosi sulle bizzarre e mostruose figure dell’antico Libro dei monti e dei mari (IV sec. a.C. ca.) e mescolando il tutto con vignette satiriche, giochi visivi, elementi delle mitologie cristiana, buddista e induista, graffiti e immagini della cultura popolare come T-shirt e animazioni.
Fa pure parte di Incarnations la serie di 7 opere intitolata Xíng Tiān (2021–2022), che reinterpreta il leggendario eroe della mitologia cinese noto per il suo spirito indomito. Secondo il mito, Xíng Tiãn fu decapitato durante una battaglia contro l’Imperatore Giallo. La sua testa fu sepolta nei Monti Changyang per tenerla separata dal corpo, ma Xíng Tiãn trasformò i suoi capezzoli in occhi e l’ombelico in bocca, continuando a brandire la sua ascia da battaglia. Apparendo attraverso variegati spettri di colori che richiamano regioni ed epoche differenti, l’eroe di Jian’an allude alla forza spirituale insita nel nostro DNA.

La mostra presenta anche delle sculture in vetro di Murano, che fanno parte della serie Invisible Faces (realizzata a partire dal 2019). Sembrano teste di alieni, con strane protuberanze colorate (tra cui occhi e una mano col dito puntato che ricorda un frammento capitolino del Colosso di Costantino) e all’interno reliquie di altri esseri. La trasparenza del materiale cattura momenti fugaci di metamorfosi in forma fisica mentre i sottili cambiamenti di luce e di angolazione visiva creano un senso di movimento all’interno del materiale. “Il mio lavoro è come un organismo vivente: ogni piccolo pezzo ha una sua anima, ma insieme formano qualcosa di nuovo e mostruoso” dice l’artista del suo operato, ma sappiamo bene che nei miti antichi il termine “monstrum” non ha necessariamente una valenza negativa, in quanto designa un essere prodigioso e diverso, e non di rado sacrale.

Umberto Croppi nel suo saggio di presentazione afferma, tra le altre cose:
“Il Maestro non si pone in opposizione all’arte occidentale e tantomeno la imita; il suo lavoro si colloca in un punto interessante, usa e scava il linguaggio profondamente cinese per entrare in un sistema artistico globale. Nel porsi al centro del dialogo tra i due emisferi concettuali, Wu non subisce il fascino del concettualismo europeo, del ready-made, della Pop Art, ma muove dalla tradizione popolare cinese, dialogando semmai con il Barocco europeo, la pittura fiamminga, il Surrealismo. … Non cerca una legittimazione nell’Occidente, ma porta nel sistema globale un senso unico di modernità alternativa, che nasce da una tradizione locale e la trasforma in linguaggio contemporaneo. Tantomeno cede al principio di marca d’Occidente dell’immutabilità dell’originale, dell’essenza, restando fedele alla logica cinese che si fonda su una costante decostruzione e ricostruzione dell’opera”.
Nica FIORI Roma 29 Marzo 2026
“Wu Jian’an Metamorphoses: L’arte che trasforma”
25 marzo – 17 maggio 2026
Museo Nazionale Romano – Terme di Diocleziano,
Via Enrico de Nicola, 78, 00185 Roma
Aperto da martedì a domenica, ore 9.00 – 19.00 (ultimo ingresso ore 18.00).
L’ingresso alla mostra è incluso nel biglietto del Museo.

