“Menandolo per Bologna, lo condusse a veder l’arca di San Domenico …”. A Palazzo Fava “Michelangelo e Bologna”; in mostra armi, disegni, libri antichi e documenti d’archivio ricostruiscono una tappa determinante nella vita del genio.

di Beatrice BUSCAROLI

Un piccolo infortunio avvenuto di notte presso una delle porte che interrompevano la cerchia delle mura di Bologna, ossia il pagamento di un modesto dazio da poco imposto da Giovanni Bentivoglio, signore della città, porta il giovane Michelangelo a fare la conoscenza del senatore Gian Francesco Aldrovandi. Il nobiluomo che per caso assiste alla scena, avvenuta durante il primo viaggio in città (1494), lo invita immediatamente a casa sua, in Borgo Galliera, dove l’artista rimane per un anno intero.

Non ha compiuto vent’anni, quel giovane solitario e silenzioso che aveva appreso i primi rudimenti della scultura a Firenze, scendendo da Caprese e passando da Settignano, dove, orfano di madre a sei anni, aveva avuto per balia la figlia di uno scalpellino, moglie di uno scalpellino (“felice e fatale stella”, dicevano).

Aldrovandi, racconta Giorgio Vasari, immancabile testimone di ogni minuta vicenda vissuta dall’uomo destinato a diventare, nei suoi scritti, il destino delle arti, ama la pronuncia toscana, e chiede al ragazzo di leggergli passi di Dante, Petrarca, Boccaccio … ma un giorno, racconta il Condivi

“menandolo per Bologna, lo condusse a veder l’arca di San Domenico nella chiesa dedicata al detto santo…”.

La storia che lega Michelangelo e Bologna, due soggiorni giovanili, poche statue, molte lettere, è oggi oggetto della mostra Michelangelo e Bologna promossa da Fondazione Carisbo, prodotta da Opera Laboratori e curata da Cristina Acidini e Alessandro Cecchi (Palazzo Fava, fino al 15 febbraio 2026).

Michelangelo a Bologna, sala 1 allestimento (foto di Elettra Bastoni)

Un rapporto complesso, irto di difficoltà e incomprensioni, di fallimenti, anche.

Michelangelo a Bologna, Arca di San Domenico, sala 3 (foto di Elettra Bastoni)

Lorenzo il Magnifico, il suo primo mecenate, l’intelligente interprete di quel giovane che veniva dal contado e cercava di imparare i rudimenti del mestiere dal vecchio Bertoldo, a Firenze, era morto da tre anni. Il Giardino di San Marco, da Lorenzo voluto e coltivato, una sorta di accademia dov’era collocata la collezione di sculture antiche in gran parte provenienti da Roma, e dove Michelangelo aveva appreso con la sua rapace intelligenza l’eccellenza della scultura classica e le novità di Donatello, perde il suo geniale animatore, colui che per primo aveva scorto nel giovane toscano la promessa futura.

Donatello (Firenze 1386 ca -1466) e bottega, Sangue del Redentore,1430 circamarmo, 40,2×67,8×4 cm; Torrita di Siena, chiesa di Santa Croce

Lì, dove Michelangelo viene definito in una lettera del 1494 “ischultore del giardino”, lavora la Madonna della Scala e la Battaglia dei Centauri: venticinque corpi, teste e braccia, gesti e bozzi, rilievi finiti e non finiti che portano sul marmo ritmi e velocità distinte.

Sempre per iniziativa dell’Aldrovandi, figura di spicco nella Bologna bentivolesca, dopo la menzionata visita, a Michelangelo viene chiesto se “gli dava il cuore di” finire le immagini e completare l’Arca. Iniziata da Nicola Pisano, la sontuosa scultura era proseguita con Niccolò dell’Arca (lo scultore del Compianto ma che dall’Arca prese il nome), ma Niccolò era morto pochi mesi prima.

Aldrovandi gli propone dunque di finirla, Michelangelo “rispose di sì”.

Jacopo della Quercia, Madonna col Bambino, 1420 circa, terracotta policroma, 82 x 62 x 21 cm; Siena, Oratorio di San Bernardino
Michelangelo Buonarroti, Madonna della scala, 1490 circa, marmo, 56,7×40,1 x cm; Firenze, Casa Buonarroti

Forte dall’aver assorbito dal profondo lo stile di Donatello, che sembra aver guidato le scelte della Madonna della Scala (presente in mostra), opera d’ispirazione tutta fiorentina, dove volumi e rilievi già accennano al non finito, riuscendo a ritrarre un nobile volto dallo sguardo impenetrabile entro un racconto che le si avvolge intorno, Michelangelo si appresta all’esecuzione del lavoro che deve compiere l’Arca dopo aver conosciuto l’arte e gli artisti di Bologna.

Le formelle di Jacopo della Quercia poste sulla facciata di San Petronio? Le sette figure in terracotta policroma che sembrano scendere dalla Borgogna con le donne  “sterminatamente piangenti” di Niccolò dell’Arca? Francia, Costa, Ercole de’ Roberti?

Michelangelo a Bologna , San Petronio, Arca di San Domenico, sala 5 (foto di Elettra Bastoni)

Il minuto San Petronio cinge le mura della città turrita, il San Procolo e un Angelo reggicandelabro, pendant dall’altro di Niccolò dell’Arca, sono il lavoro compiuto in quel monumento che diventa una sorta di palestra per i migliori scultori italiani. Se il San Petronio rivela ancora i guizzi nervosi della pittura ferrarese, il minore San Procolo quasi anticipa, piglio da soldato e volto corrucciato, l’effigie del successivo David fiorentino.

E’ proprio questo preciso momento della biografia dell’artista, che sta aggiornando Donatello con la riflessione sulla scultura antica, che la mostra intende cogliere.

Tra la fine degli anni Settanta del Quattrocento e il primo Cinquecento, la città aveva vissuto una straordinaria stagione di fervore culturale, in tutti i sensi. Dai letterati ai pittori, dai ritrattisti ai musici, la città vive la sola stagione di una signoria, effimera ma ben decisa a incidere nella storia di tutte le arti.

Così pittura e scultura riescono a unire influenze e commissioni diverse; Bologna e Ferrara, dove sta fiorendo il Rinascimento più misterioso d’Italia, si scontrano e s’incrociano in crogiuoli impensabili, diramazioni opposte: realismo, dramma e sublime si dispiegano come un vocabolario normale, alla portata di tutti, per esprimere tutto.

Il secondo passaggio di Michelangelo a Bologna vede l’artista al lavoro per il committente che diventerà il suo destino, papa Giulio II.

Michelangelo a Bologna, sala 6, allestimento (foto di Elettra Bastoni)

Soldato temibile e lungimirante mecenate, al secolo Giuliano della Rovere, Giulio II nel novembre del 1506 occupa Bologna, da tempo contesa tra il papato e i Bentivoglio.

Immediata la commissione di una statua a quell’artista che già a Roma era alle prese con la sua “sepoltura”, l’imponente creatura destinata a divenire, per l’artista, l’ossessione della vita. Rinviata fino al 1544: 40 anni. Lo scultore aveva ricevuto l’incarico pochi mesi prima, ma il lavoro verrà compiuto, in misura ridotta, dopo la metà del secolo.

Michelangelo, Studio di figure per la tomba di Giulio II, 1516 ca, penna e inchiostro marrone su carta, 21,2 x 14,4 cm; Firenze, Casa Buonarroti

Mai riuscì a finirla, sempre ritoccando i disegni (uno dei quali è presente in mostra), e sempre soffrendone, essendo Giulio II l’uomo che più lo aveva amato e compreso.

Infiniti impacci, dispiaceri e travagli”, gli costa l’impresa, come scrive Ascanio Condivi, e poi dicerie, infamie e malevolenze: l’incarico che lo aveva entusiasmato in principio diventa la “tragedia” costante della sua esistenza, motivo di inquietudine, insoddisfazione, amarezza.

A Bologna Michelangelo lavora malvolentieri: la prima “gittata” riesce male, è caldo. L’artista si dedica all’opera nello studio dietro San Petronio, dove Giambologna fonderà il Nettuno. Il vino non è buono e molti tra i bolognesi gli sembrano ostili…

Non vede l’ora di tornare a Firenze. E la statua? Giulio II voleva una statua in bronzo in atteggiamento benedicente, da collocare sopra il portale maggiore della facciata di San Petronio. Il lavoro si trascina per mesi, le cronache inviate al fratello Buonarroto raccontano tante cose …

Ma?

Ancora il destino. Collocata sulla facciata della basilica civica, l’opera con “Giulio II benedicente”, inaugurata nel febbraio del 1508, viene distrutta quando i Bentivoglio riprendono per brevissimi mesi il potere (1511).

“Usò arte bellissima nella attitudine, perché nel tutto aveva maestà e grandezza, e ne’ panni mostrava ricchezza e magnificenza, e nel viso animo, forza, prontezza e terribilità” (Vasari).

Venduta ai ferraresi e poi fusa, diventa un cannone ironicamente detto la “Giulia”. Sarebbe stata l’unica opera di Michelangelo in bronzo (forse, raccontano, il duca Alfonso salvò soltanto la testa).

Beatrice BUSCAROLI  Bologna, 18 Gennaio 2026