di Francesco CARACCIOLO
Dopo un’attenta lettura del saggio di Mario Saccardo dedicato al patrimonio artistico della chiesa di San Gaetano Thiene a Vicenza, ancora oggi officiata dai Padri Teatini, ho avuto modo di scoprire inaspettatamente un nome di un artista, assai dimenticato e veramente poco considerato dalla critica, il quale ha dedicato la sua attività pittorica per intero alle immagini devozionali, una sorta di immaginette sacre, quali il “Sacro cuore di Gesù”, tradotte in dipinti di medio formato e tanto richieste nel corso del Settecento e soprattutto del secolo successivo.
Tale “facitore” di quadretti devozionali (fig. 1) proveniva da Arpino (FR) e le poche fonti che lo citano fanno riferimento altresì ad un suo alunnato a Roma presso il grande Pompeo Batoni (1708-1787).

Ma riavvolgiamo per un attimo il nastro e cerchiamo di capire – anzi di scoprire- il nome di quest’artista tanto misterioso quanto ispirato dai personaggi sacri che sovente raffigurava nelle chiese del Lazio ma anche del Veneto.
Partirei dalla citazione del Saccardo, riportandovi una breve descrizione del dipinto della sagrestia dei Teatini a Vicenza, che sa più di un’impressione fugace ma anche di un moto di sorpresa da parte dello studioso e musicista vicentino, ancora vivente. Nel suo breve saggio, contenuto nel volume “San Gaetano Thiene a Vicenza nel V centenario della nascita, 1480-1980”, edito nel 1981, Mario Saccardo così descrive la piccola paletta dell’Addolorata:
“Non sfugge all’occhio poi una tela (cm 97,50 x 71,50) che ritrae l’Addolorata. Dal sapore neoclassico, porta nel retro la scritta: “Marcus Caricchia fec. Romae Anno D.ni 1813”, al di sotto del quale con altra grafia, appare quest’altra: “Ristaurato 1905”.
Soffermandomi sulla estesa dicitura ivi riportata, ho cercato nell’immediato alcune informazioni che potessero riguardare Marco Caricchia, romano, e mi sono imbattuto solamente in poche citazioni, alcune delle quali emerse solamente dal Catalogo Generale dei Beni Culturali e da Beni Ecclesiastici in Web, raccogliendo frattanto poche ma interessantissime informazioni in merito alla formazione e al percorso artistico del Caricchia, il cui dipinto dell’Addolorata (fig.2) è sicuramente pervenuto a Vicenza tramite gli stretti rapporti stabiliti tra la Casa madre teatina di Roma e i Padri di Vicenza (escludendo di fatto che lo stesso Caricchia si sia recato in Veneto per consegnare il dipinto stesso).

Cosa possiamo arguire dalle poche informazioni esistenti sull’artista romano ? Innanzitutto, possiamo con certezza risalire alla sua provenienza (Arpino) e alla sua data di nascita (1756) per poi andare vieppiù a fondo in merito alla sua attività di pittore: Caricchia fu attivo principalmente a Roma e nell’Italia meridionale, noto soprattutto per i suoi ritratti e per i suoi codici miniati. Egli si specializzò in modo particolare nella ritrattistica, raffigurando soggetti ecclesiastici e aristocratici con un linguaggio figurativo a metà strada tra il tardo Barocco e il Neoclassicismo. A quest’ultima corrente pare avvicinarsi l’Addolorata della sagrestia dei Teatini a Vicenza, in cui la Vergine è colpita al petto da una spada molto sottile e affilata mentre alle sue spalle compare il Crocifisso. Sempre la Madonna, che ha le mani intrecciate e uno sguardo così struggentemente addolorato, è costruita secondo una forma geometrica piramidale; sullo sfondo vi è un paesaggio molto dolce puntellato di edifici antichi (una rocca presente in basso a sinistra) e di conformazioni rocciose. Vi è espressa una poetica quasi neo-raffaellesca, derivata sicuramente dalla formazione accademica del Caricchia presso il Batoni.
Da Arpino ci sarà il trasferimento a Roma, in data imprecisata, in cui avverrà sicuramente la formazione presso la bottega di Pompeo Batoni, come già ribadito; infatti, l’artista arpinate stabilirà la sua base professionale a Roma, tra il 1770 e il 1790, dove ricevette commissioni principalmente da parte di mecenati ecclesiastici e aristocratici, eseguendo soggetti religiosi e ritratti. La sua produzione difatti rifletteva la costante richiesta di immagini legate alla gerarchia ecclesiastica e nobiliare, al fine di soddisfare moltissime richieste: un esempio tra tutti riguardò la commissione da parte dell’agente romano del vescovo Kàroly Eszterhàzy per eseguire dei disegni raffiguranti episodi della vita di Santo Stefano protomartire, derivanti dagli affreschi della chiesa di Santo Stefano Rotondo.
Sempre per il vescovo Eszterhàzy l’artista arpinate realizzò l’effigie di San Carlo Borromeo e il ritratto del vescovo stesso intorno al 1782. Successivamente Caricchia si specializzerà soprattutto nel genere del ritratto di cui l’esempio più illuminante è probabilmente il ritratto del cardinale Carlo Livizzani del 1788 (fig.3) nel quale l’autore adopera una tecnica estremamente raffinata basata sull’insegnamento che ha tratto dal Batoni.

In seguito, l’artista ritornò nella sua città natale, Arpino, dove continuò la sua attività, realizzando opere su commissione come, ad esempio, il ritratto del marchese Filippo Filonardi, ultimo rampollo di una nobile casata arpinate. Attestata è pure la sua attività pittorica e grafica in Italia meridionale che comprendeva ritratti e miniature per manoscritti realizzati su commissione, evidenziando ancora di più la sua versatilità anche al di fuori della capitale.
In conclusione, Marco Caricchia occupa una posizione modesta ma significativa nella storia dell’arte italiana di fine Settecento quale pittore che ha stabilito un ponte tra il declino del Barocco e l’emergere del Neoclassicismo. Le sue ultime commissioni risalgono non oltre il 1815 circa, dopodiché non se n’è saputo più nulla dell’artista laziale.
Francesco CARACCIOLO Vicenza 19 Aprile 2026
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