L'”Omaggio a Maratti” della Fondazione Roma; nel 4° centenario della nascita, una mostra di celebrazione e approfondimento per il “principe a vita” dell’Accademia di San Luca

di Massimo FRANCUCCI

Omaggio a Maratti

Ogni occasione di ammirare l’opera di Maratti e riscoprirne il genio è sicuramente ghiotta e lo è ancor di più in quest’anno che volge al termine, che celebra i quattrocento anni da quando, il 18 maggio del 1625, il pittore era nato a Camerano, non lontano da Ancona. Avrebbe rinverdito la tradizione che aveva visto una lunga serie di grandi artisti nati nelle Marche, pronti ad aver fortuna altrove, solitamente in quella Roma che sarebbe diventata la città d’elezione anche di Carlo.

Oltre agli incarichi importanti e all’ammirazione di cardinali e prìncipi, l’artista avrebbe conosciuto la consacrazione ufficiale nell’Accademia di San Luca della quale, al tempo di papa Clemente XI Albani, altro marchigiano illustre, sarebbe diventato principe a vita. Quello stesso pontefice lo avrebbe poi voluto Cavaliere di Cristo, onorificenza concessagli nel corso di una solenne cerimonia in Campidoglio.

Oggi la sua celebrazione trova sede solenne nelle sale di Palazzo Sciarra Colonna, una stupenda dimora che affaccia su via del corso dove aggetta imponente il suo portale che garantì all’edificio la presenza nel novero delle quattro meraviglie di Roma, in compagnia dei palazzi Borghese, Farnese e Caetani-Ruspoli.

Palazzo Sciarra Colonna, facciata, credito Vinicio Ferri

Oggi è sede della Fondazione Roma, che vi ospita la bella collezione, incentrata soprattutto sull’arte romana tra Sei e Settecento, perfetto corredo alla mostra su un pittore che fu protagonista sia del secolo barocco che di quello dei lumi, prima di incontrare una certa sfortuna critica nell’Ottocento che non apprezzò né l’arte di Bernini, né il suo classicismo. Anche quando, col Novecento, il gusto avrebbe cambiato il giudizio su quel secolo, Maratti avrebbe atteso a lungo una giusta monografia, uscita solo di recente grazie al lavoro della compianta Stella Rudolph e di Simonetta Prosperi Valenti Rodinò, alla quale è stata affidata la curatela della mostra che celebra, inoltre, l’ingresso nelle raccolte della stessa Fondazione Roma, di uno degli apici della ritrattistica del pittore.

Si tratta del Ritratto di Gaspare Marcaccioni che campeggia ora sulla parete che chiude in qualche modo l’esposizione assieme ad altri tre volti realizzati dall’artista marchigiano.

Carlo Maratti, Ritratto di Gaspare Marcaccioni, Collezione Fondazione Roma

Anche Gaspare veniva da quelle terre e aveva riscosso fortuna a Roma prima alla corte di Antonio Barberini – la sua effige in mostra proviene da Palestrina, feudo della famiglia – e poi al servizio del cardinale Paluzzo Paluzzi, raggiungendo così quello status sociale che il dipinto mira a esaltare.

La vicenda collezionistica della tela risale fino agli affetti più cari dell’effigiato, un elemento questo che, sommato alla strepitosa qualità pittorica, garantisce l’autografia del quadro del quale si conosce un’altra versione in collezione Liechtenstein a Vaduz. Quest’ultima era menzionata da Bellori che vi leggeva “Numeris Natura Gobernat” – aulico richiamo alla professione di Marcaccioni – assente nella versione in mostra.

Dalla galleria Corsini proviene invece il Ritratto di magistrato nel quale il volto dell’uomo esce dalla penombra grazie al lume soffuso che ne esalta i lineamenti assieme al rabat finemente ricamato, mentre inedito è il ritratto del cardinale Rospigliosi, nipote di Clemente IX, celato per più di un secolo agli occhi di chi non fosse ospite dei suoi fortunati proprietari e che oggi possiamo ammirare in mostra.

Carlo Maratti, Ritratto del Cardinal Giacomo Rospigliosi, Collezione privata (dal 1870 ca)
Pompeo Batoni, Ritratto della principessa Giacinta Orsini Buoncampagni Ludovisi, Roma, Fondazione Roma

Artista eclettico, Maratti fu dunque grande ritrattista, come dimenticare ancora l’esaltazione del Marchese Niccolò Maria Pallavicini per mano di Apollo, dipinto nel quale omaggiava il mai rinnegato maestro Andrea Sacchi, che con un simile espediente retorico aveva incensato Marcantonio Pasqualini in un ritratto oggi al Metropolitan di New York, ma non solo. Certo è che i modelli messi a punto dal pittore in quel genere rimarranno in voga e incontrastati almeno fino al tempo di Pompeo Batoni, del quale il Museo del Corso custodisce gelosamente la Principessa Giacinta Orsini Boncompagni Ludovisi oniricamente immersa in un mondo dove rivivono le arti e l’antico, certificato da Minerva, mentre, con nonchalance, regge la sua corona di alloro.

Eppure, Maratti fu soprattutto celebrato in vita in qualità di pittore di storia e di soggetti religiosi, tanto da guadagnarsi l’epiteto, oggi sonante riduttivo, di “Carletto delle Madonne”. Se ne sarebbe accorto anche il Baciccio, campione del barocco, che sul finire della carriera si sarebbe orientato verso una pittura un più rafferma, proprio sulla scorta del successo del collega.

Giovanni Battista Gaulli, il Baciccio, Allegoria della Giustizia, Roma, Fondazione Roma
Giovanni Battista Gaulli, il Baciccio, Allegoria della Temperanza, Roma, Fondazione Roma

Sono in mostra due pregevoli bozzetti del pittore genovese per i pennacchi di Sant’Agnese in Agone che fecero venire più di un grattacapo a Ciro Ferri, il quale li avrebbe volentieri scialbati, pur di fuggire il confronto con essi: le due tele appartennero al Cardinale Fesch, a Federico Zeri e a Fabrizio Lemme, prima di entrare nelle raccolte della Fondazione Roma.

Francesco Trevisani era invece più propenso ad assecondare i modi classicheggianti del marchigiano, sebbene col piglio indipendente di chi viene da una terra di confine, la Sacra Famiglia con San Giovannino è un campione fortunatissimo della sua produzione,

Francesco Trevisani, La Sacra Famiglia con San Giovannino, Roma, Collezione Fondazione Roma

mentre nell’ Addolorata Corsini riecheggiano i tratti compositivi approntati da Maratti nella Visitazione al sepolcro di collezione privata, dove il particolare dell’angelo che gioca pericolosamente con la corona di spine richiama la Pietà farnese di Annibale, oggi a Capodimonte.

Carlo Maratti, Visitazione al sepolcro con la Vergine e le tre Marie, Collezione Valter e Paola Mainetti

Anche Daniel Seiter, tanto eclettico da apparire austriaco, veneto, un po’ romano e anche torinese, non si sarebbe sottratto al confronto: in mostra la sua bella Lucrezia si distingue da quella di Carlo, finita in Spagna con le opere che Faustina Maratti aveva ereditato dal padre.

Daniel Seiter, Lucrezia Romana, Roma, Collezione Fondazione Roma
Carlo Maratti, Suicidio di Lucrezia, Patrimonio Nacional di Madrid

Le scene virtuose dell’antica Roma lasciano invece il campo alle vicende bibliche nel men cruento del solito Giaele e Sisara, dell’Accademia di San Luca, come pure nella splendida Betsabea al bagno del Wien Museum.

Carlo Maratti, Betsabea al bagno, Wien Museum

Non sarà affatto complicato comprendere il perché della fascinazione di re Davide per l’avvenente giovane, immersa in un’ambientazione arcadica e impegnata a pettinarsi i lunghi capelli allo specchio dove appare bella come una Venere botticelliana o, sarebbe forse meglio dire, reniana, visto il probabile confronto con la Toeletta di Venere di Guido ora a Londra (National Gallery).

La mostra è poi un’occasione impagabile per apprezzare dal vivo l’Adorazione dei Magi della Banca d’Italia, restituita al pittore grazie ad un’acuta intuizione dalla curatrice, anche sulla base del confronto con l’incisione che ne trasse Nicolas Dorigny e giudicare la sussistenza o meno dell’intervento della bottega, secondo quanto ipotizzato da altri su queste stesse pagine.

Carlo Maratti, Adorazione dei Magi, Collezione Banca d’Italia

Prima di lasciare la mostra, non si dimentichi di ammirare la bella Artemisia, giovane coronata, “capolavoro del Gherardi degli anni settanta” nella quale rifulgono riverberi veronesiani, bottino più prezioso del viaggio di istruzione al nord del Reatino. Indipendente ed eccentrico Gherardi avrebbe proseguito per la sua strada solitaria tipica degli outsider di genio, con una proposta stilistica da perfetto ‘antimaratti’; eppure, anche lui si è prestato a rendere omaggio al pittore di Camerano, lo apprezziamo sinceramente.

Antonio Gherardi, Artemisia, Roma, collezione Fondazione Roma

Oltre alla mostra si possono ammirare le collezioni permanenti del museo e le opere conservate nel caveau di palazzo Cipolla, dirimpetto.

Documenti preziosi sono le carte esposte alla mostra “De arte pingendi” e provenienti dagli archivi del Monte di Pietà di Roma. A questa documentazione affascinante si aggiungono i prestiti prestigiosi de il Trattato della pittura di Leonardo (1540) dalla Biblioteca Apostolica Vaticana e della lettera di Raffaello e Baldassar Castiglione a Leone X, proveniente dall’Archivio di Stato di Mantova, considerata antesignana dei moderni ideali di tutela culturale.

Lettera di Raffaello e Baldassarre Castiglione a Leone X, Archivio di Stato di Mantova

Nella missiva, mai recapitata, si invitava il pontefice a far sì

“che quel poco che resta di questa antica madre della gloria e della grandezza italiana, per testimonio del valore e della virtù di quegli animi divini, che pur talor con la loro memoria eccitano alla virtù gli spiriti che oggidì sono tra noi, non sia estirpato, e guasto dalli maligni e ignoranti”,

poiché altri papi avevano depredato templi e statue di Roma solo per fare calce e pozzolana. Attualissimo è infine il passaggio in cui Raffaello definiva la guerra cagione distruzione e rovina delle discipline e delle arti, mentre è dalla pace e dalla concordia che “nasce la felicitate ai populi et il laudabil ozio”.

La pace, insomma, preserva le arti e le arti conducono alla pace e alla felicità: mai dimenticarsi di questo circolo virtuoso.

Massimo FRANCUCCI   Roma 23 Novembre 2025