di Lori FALCOLINI
Alla fine degli anni Cinquanta a Milano quattro giovani artisti – Giovanni Anceschi, Davide Boriani, Gianni Colombo e Gabriele Devecchi – unendo le loro creatività fondarono Gruppo T, un gruppo prolifico a cui si aggiunse quasi subito Grazia Varisco che informalmente ne era già parte. Il tempo, con il perenne mutamento e la miriade di “istantanee”, era il tema centrale e il significante di Miriorama, parola colta – dal greco µúρioi e öρaµα – scelta dal gruppo per nominare le numerose mostre che fecero conoscere le loro opere in Italia ma soprattutto all’estero dove erano attivi altri gruppi della cosiddetta Arte Cinetica e Programmatica, focus delle Avanguardie, che metteva in scena combinandole tecnologia scienza e creazione artistica.
Il docufilm di Roberto Locci Grazia Varisco ARTISTA – presentato in anteprima presso l’Accademia Nazionale di San Luca – racconta i sessanta anni di ricerca della Varisco componendo attraverso la viva voce dell’artista, le sue opere e le testimonianze di altri artisti e critici d’arte, il ritratto di un’artista geniale.

Fino alla metà degli anni Sessanta Grazia Varisco espone le sue opere nelle mostre del Gruppo T, successivamente inizia il suo percorso espositivo personale.

Nascono così opere raggruppate per temi: gli ipnotici Schemi luminosi variabili, le Tavole Magnetiche volutamente semplici che invitano al gioco, i Mercuriali della metà degli anni Sessanta, gli Spazi Potenziali dagli equilibri improbabili, gli Gnomoni “danzanti” nello spazio, i Duetti ed altre opere fino ai Quadri Comunicanti degli anni Duemila “un divertimento percettivo che mette in dubbio e in gioco casualità e regola in un allineamento rettilineo che non trova quiete” (Archivio Grazia Varisco)
Tempo e spazio, come specifica il titolo del docufilm di Locci, costituiscono la cornice entro su cui si muove tutta l’opera di Grazia Varisco.

Racconta Roberto Locci nell’intervista che ci ha concesso in occasione della presentazione del docufilm:
“Il tempo e lo spazio hanno sempre interessato gli artisti dal Novecento in poi. Come si disegna lo spazio il tempo o il movimento? Balla ci è riuscito alla sua maniera. Il gruppo T aveva bisogno di realizzare e non disegnare oggetti che rappresentassero il tempo. La Varisco, secondo me l’ha risolto meglio di tutti. I suoi “Schemi luminosi variabili” scandiscono il tempo come un orologio, c’è poi la luce che varia da momento a momento. La modifica della luce dà anche la modifica del tempo. Grazia ha lavorato per tutta la vita sugli equilibri che regolano il tempo. Il tempo si sente in tutte le sue opere: “Giochi di passe-partout” suggeriscono il passaggio del tempo attraverso lo spazio e il mutamento di vuoto e pieno. Lo spettatore, muovendo il passe-partout di un’opera della serie “Silenzi” o muovendosi davanti a un “Reticolo Frangibile”, crea l’effetto del movimento in un’opera altrimenti statica. Lei cerca di creare l’istantanea come fanno i fotografi ma l’istante non sarà mai uguale al prima o al dopo. … La curiosità e la voglia di seguire il proprio interesse e non fermarsi mai contraddistinguono tutti i grandi artisti. La Varisco non è molto conosciuta a Roma perché, per anni, nell’arte c’è stato il dualismo Roma Milano. A Roma si vendevano le opere degli artisti romani: Mario Schifano, Franco Angeli, Tano Festa… A Milano si vendevano gli artisti milanesi Piero Manzoni, Enrico Baj. Bruno Munari… Grazia Varisco non è né romana né milanese, se vogliamo neanche italiana. Lei ha un respiro internazionale, all’estero è più conosciuta che in Italia. Al MoMA di New York trovi le sue opere!”.

Il tempo messo in scena da Grazia Varisco scorre nel “dialogo” tra lo spettatore e l’opera. La relazione è il “motore” grazie a cui l’opera mercuriale di questa artista acquista forme sempre diverse. La relazione trasforma. Del resto, gli anni Sessanta in cui comincia ad affermarsi la Varisco sono quelli della Pragmatica della comunicazione umana, frutto del lavoro di un gruppo interdisciplinare della Scuola di Palo Alto in California che “ridefinisce” il tempo e rivoluziona la psicologia in nome della relazione e l’interattività.

“Gli anni Sessanta – riprende Roberto Locci – per l’arte sono molto interessanti perché è proprio in quegli anni che tutta l’arte contemporanea nasce. In Italia c’erano già Burri, Fontana, Capogrossi, sono poi arrivati Festa, Angeli, Schifano, Rotella e molti altri. Il docufilm su Grazia Varisco fa parte di una serie di dieci docufilm che io sto girando su artisti che hanno vissuto quegli anni fecondi. Sono passati sessantasei anni da allora. Oggi, questi artisti hanno oltre ottanta anni, sono le ultime testimonianze che si possono raccogliere di quel periodo. Nei miei docufilm, attraverso la loro voce, c’è il racconto di quegli anni, i ricordi belli e le difficoltà, le incomprensioni, i compagni di viaggio, i critici d’arte, le mostre, i momenti salienti della loro opera e i punti di arrivo. … I miei primi lavori sugli artisti erano ambientati nei loro studi. Oggi non più. Gli artisti, oggi, usano materiali che si trovano in commercio. Spoerri per esempio compra tazzine piatti, li incolla su una tavola e realizza un “Tableau piège”; Arman rompe strumenti musicali e ne usa i pezzi per le sue opere. Anche Giuseppe Chiari, usa pezzi di strumenti musicali e così via. Da Marcel Duchamp in poi, gli artisti usano oggetti quotidiani. L’arte è stata “sdoganata”. Lo studio d’arte oggi ha perso di potenza. Io ho partecipato per la fotografia ad un docufilm su De Chirico realizzato nel suo studio. Lui era molto restio a seguire le indicazioni perché tutti gli artisti sono registi di sé stessi, decidono cosa fare, quale mostra fare, cosa dipingere; sono restii ad incontrare un direttore della regia, come me, che dice cosa devono fare, come muoversi, le pause. La regia è questa e non tutti gli artisti sono disponibili. Grazia invece è stata molto disponibile, da subito. … Una volta chiesi a Sol Lewitt dov’era il suo studio e lui mi indicò penna e taccuini. Io disegno, mi disse, e se trovo qualcosa d’interessante lo realizzo in grande. I “Wall Drowings” (pareti dipinte) li faccio dipingere da altri artisti, per esempio Marco Tirelli e altri artisti della “scuderia” di Ugo Ferranti, e se invece l’opera è in legno, la faccio realizzare da un falegname, se è in ferro da un fabbro. Anche Grazia Varisco non realizza in studio le sue grandi sculture. Nel docufilm, il suo studio appare soltanto nei pochi secondi in cui lucida una lastra (n.d.r. opera “Quadri Comunicanti”). Il suo lavoro si svolge ovunque, con matita e piccoli taccuini, modificando una idea che ha in testa fino a quando trova quello che cercava e lo realizza: prima con dei modellini in carta e cartone e, quando trova la forma giusta, la fa realizzare in grandi dimensioni in una officina. Infine, fa delle variazioni cambiando le forme o i colori oppure seguendo il caso come racconta nel docufilm. Il caso capita a tutti, ma non tutti sono artisti in grado di realizzare un’opera geniale come “Extrapagine” accogliendo la casualità di una pagina piegata da un movimento d’aria!”

Il docufilm di Roberto Locci – grazie anche agli interventi degli artisti Gianni Dessì e Marco Tirelli e di critici d’arte come Lucilla Meloni, Aldo Iori, Marco Meneguzzo, Diego Maiorana Varisco e Claudio Strinati che riesce a trovare il trait d’union tra il mondo classico e l’arte contemporanea di Grazia Varisco – costruisce il percorso di un’Artista ma anche il ritratto di una donna che guarda il mondo con sguardo poetico. Non a caso, nel finale Grazia Varisco legge Sic transit… una poesia tratta dal suo libro Pausa…Vuoto a Rendere. Un inno alla gioia!
Lori FALCOLINI Roma 17 Maggio 2026

