L’omaggio a Carla Vasio (Venezia, 1923 – Roma, 2026), protagonista del ‘gruppo 63’, per l’affermazione della pittura astratta

di Marco FIORAMANTI

Carla Vasio (Venezia, 1923 – Roma, 2026), protagonista del gruppo 63, storica dell’arte e della musica, scrittrice, traduttrice, ci ha lasciato nel gennaio di quest’anno, alla soglia dei 103 anni.

Carla Vasio nel suo studio   (ph. Marco Fioramanti 2012)

Ha preso parte con Perilli, Novelli, Turcato, Burri, Capogrossi e Fontana alle lotte per l’affermazione della pittura astratta. È stata la maggiore esperta di haiku in Italia. Ne ricordo il percorso attraverso una doppia intervista per le riviste Articolo 33 (2012) e NIGHT ITALIA (2013).

Carla Vasio
Carla Vasio Laguna

Roma 2012, quartiere Prati. Una mattina calda di fine settembre Carla Vasio mi accoglie nell’ampio salone, a metà tra una biblioteca e una galleria d’arte. Tra le opere esposte saltano all’occhio un Capogrossi e un Fontana dal taglio bianco.

Ci conoscevamo di vista, in occasione delle presentazioni letterarie presso la casa editrice Empiria, ma finora non avevamo avuto modo di comunicare direttamente.

Carla Vasio con l’autore, Libreria Empirìa 2013

Per cominciare, le chiedo delle sue origini identitarie, dei suoi studi, dei suoi talenti di giovane e rivoluzionaria promessa.

Sono veneziana”, mi dice, “ho passato l’infanzia al Lido finché mio padre, la cui vita era resa difficile dal regime fascista, era stato costretto a trasferirsi con la famiglia a Roma, sempre qui, nell’area di Piazza Mazzini, dove ho frequentato il liceo. Ho raccontato il mio quotidiano veneziano di ragazza adolescente in un volume dal titolo Laguna, pubblicato da Einaudi”.

In questo libro l’autrice racconta e ci fa rivivere con estrema eleganza – e in chiave onirica – quei tempi. Così recita l’incipit:

Ahimè, sognare è una pena quando all’improvviso qualcosa di estraneo penetra nel sonno, qualcosa di inquietante che la dormiente ancora non riconosce, qualcosa di inaspettato intervenuto a turbare la sua visione che sembrava doversi prolungare per un tempo illimitato. La fuga delle immagini si andava svolgendo in sequenze sempre più irragionevoli, verso tenebre profonde, nell’oscurità della notte, quando un fragore improvviso le ha turbate. Si dice che nella mente il sogno duri poco più di un attimo, un fremito delle palpebre, una sospensione del respiro, un battito irregolare del cuore, un brivido umido di sudore notturno – ma il tempo della visione non ha rapporto alcuno col tempo misurabile che si consuma nel corpo e lo consuma: non c’è principio né fine, non c’è acquisto né perdita né entusiasmo né dolore, soltanto l’infinito stupore di assistere a una rappresentazione che ritorna su sé stessa senza posa e mai si esaurisce.

A Roma si laurea in Storia della musica sotto la guida di Luigi Ronga con una tesi sul “rapporto tra musica, poesia e letteratura nella Francia di fine Ottocento”. La Galleria nazionale d’Arte Moderna, attraverso le sue massime autorità, le riconosce competenza specifica nell’arte contemporanea e alte qualità di storica che le consentono di realizzare il suo sogno di giramondo. Esperta dei più importanti musei d’arte del mondo, diventa la guida ufficiale all’estero della galleria nazionale. Le chiedo qualche aneddoto interessante legato a queste visite.

A Londra”, mi racconta, “sono riuscita a scoprire e visitare addirittura l’abitazione di sir Edward Burne- Jones, una casa talmente seguita dagli eredi che perfino il giardino era accuratamente arredato dalle stesse piante che l’artista vedeva e riportava su tela. E pensare che nessuno ne sapeva nulla.

La sua decisa passionalità e raffinata fascinazione nel raccontarmi questi episodi evidenzia quel suo carattere di delicata e incontenibile irrequietezza che la distingue. Le viene poi in mente un altro episodio curioso. Questa volta era a New York a passeggio nel quartiere di Harlem quando le venne l’idea – con grande rischio – di intrufolarsi all’interno di una chiesa durante una messa cantata.

Sull’altare due donnone vestite di bianco con un largo. Cappello di paglia con sopra delle rose intonavano ai fedeli un magnifico gospel. A un certo punto, quando decisi di uscire, fummo bloccati sulla porta, e ci obbligarono a restare fino alla fine della funzione, perché la preghiera e il canto erano dedicati a noi.”

Passiamo poi a parlare dell’ambiente artistico romano di quegli anni, dei sodalizi che poi hanno portato alla nascita del Gruppo 63. Mi racconta altri interessanti episodi – pregandomi, non senza una certa malizia, di mantenerne la giusta riservatezza – di alcuni suoi particolari legami artistici, nonché affettivi, della frequentazione di pittori nei loro studi, della formazione di riviste letterarie, della lotta per la difesa della pittura astratta. Per quanto riguarda gli inizi del Gruppo, mi conferma quello che le notizie ufficiali riportano e cioè che

sì, era vero, si trattava di un movimento di aggregazione spontaneo, il cui obiettivo comune era quello di boicottare un certo stile letterario considerato amorfo, strettamente legato a un neorealismo diventato ormai di maniera. La scelta di rivoluzionare il linguaggio, di trasformare i codici, portò poi a singole autonomie letterarie, al punto che il gruppo fu spesso tacciato di elitarismo. L’agente segreto, il tessitore delle idee, era Nanni Balestrini, di cui ero molto amica, così con Giorgio Manganelli. (1)

Con lo stesso Manganelli, il poeta Alfredo Giuliani e i pittori Perilli e Novelli, la Vasio fondò a Roma nel 1964 la rivista Grammatica, considerata un punto di riferimento di quella che passò alle cronache come ‘neo-avanguardia’. Ne uscirono cinque numeri nell’arco di 12 anni (l’ultimo è del maggio ’76). La rivista era fatta a fascicoli di grande formato e stampata con caratteri tipografici diversi, era piena di disegni e fotografie; conteneva articoli di poesia, prosa, testi teatrali, musica.

Le chiedo della lunga esperienza in Giappone e della costituzione dell’Associazione per la poesia giapponese.

Pur non avendo studiato la lingua”, mi dice,” attraverso le loro abitudini sono riuscita facilmente a capirne la chiave e a comunicare con loro in breve tempo. Avevo capito, cioè, che era molto importante l’intonazione della voce, e che, per esempio, bisognava quasi bisbigliare le finali, altrimenti sarebbero state prese come offesa e quindi rimaste senza risposta”.

 Mi spiega poi le origini dell’haiku e l’estrema difficoltà di permettere la comprensione profonda dei versi perché legati a una tradizione completamente diversa dalla nostra. Questo argomento ci porta diretti al suo secondo libro, Come la luna dietro le nuvole, pubblicato sempre da Einaudi. 

In questo libro mi faccio fare da guida da una giovane ragazza giapponese, una scrittrice di fine Ottocento, Higuchi Ichiyo, morta a 24 anni nel 1896. L’incontro con Ichiyo è spesso fugace “come quando la luna appare per un attimo prima che la nuvola la copra”.

Nasce così un viaggio parallelo all’interno della condizione femminile nel Giappone ‘antico’ e moderno basato sul consenso.

Consentire – dice Carla Vasio in una intervista – è l’atteggiamento costante della donna Giapponese non appena si trovi coinvolta in una serie di quelle vicende chiamate destino che non ha la forza di reagire. Anzi è meglio dire: che non immagina di poter gestire in proprio, essendo stata allevata nella totale identificazione con la propria fragilità e impotenza.

(da Marco Fioramanti, Florilegio, Edizioni Conoscenza 2022, in Articolo 33 n.9-10/2012, pp.36-38)

NOTA

(1) Quella della Vasio non è narrazione, ma una ‘mappa’, e di questa ha mentita freddezza, il potere sostitutivo, e un che di eguale e deforme, rispetto a ciò di cui è segno. (Giorgio Manganelli, “Menabò 1965, n.8”)

————————

CARLA VASIO RACCONTA ROMA E IL GRUPPO 63

a cura di Marco Fioramanti

Carla Vasio ritratta da Plinio de Martiis, 1963

Quella degli anni Sessanta è stata un’avanguardia senza manifesti e senza parole in libertà: al contrario, avevamo un progetto linguistico preciso di cui eravamo pienamente consapevoli, che presentavamo in incontri di lavoro, letture, dibattiti, esposti anche da riviste specifiche come il Verri e il Menabò.

Non eravamo certo ingenui improvvisatori di teorie né di proposte campate in aria. Oltre a procedere insieme nella ricerca di innovazioni equivalenti nei diversi campi – colori, suoni, parole – seguivamo un cammino parallelo per superare la ripetizione inerte di vecchi canoni, in vista di un’aggiornata interpretazione del mondo…

Finita la guerra, si erano aperte le frontiere: altre culture, altre esperienze con cui confrontarsi e di cui arricchirsi. E non si presentavano soltanto testi letterari: una delle novità del movimento era di portare avanti un profondo cambiamento stilistico nella scrittura, in parallelo con gli altri linguaggi dell’arte, in pittura la stupefacente invasione dell’arte astratta sostenuta da Lionello Venturi e poi da Carlo Giulio Argan, e finalmente la rivoluzione della Pop Art americana; in musica, la sperimentazione di nuove regole e addirittura l’uso di nuovi strumenti non solo elettronici, dopo l’apertura internazionale dei Ferienkurse di Darmstat; quanto agli scrittori, cercavano un modo nuovo di descrivere il mondo.

Non ci sono state molte riunioni ufficiali del Gruppo, dopo il primo convegno a Palermo in occasione della Settimana Internazionale di Nuova Musica nel 1963, che è stato una riunione di confronto reciproco, come per creare una appartenenza, impostando le intenzioni teoriche e stilistiche del gruppo. Ma anche un immediato confronto e contrasto con gli altri, quelli che difendevano alla disperata le posizioni accreditate non solo nella struttura narrativa o poetica o critica, ma anche e soprattutto nel favore commerciale e nel sostegno politico.

Il più allarmato si è dimostrato subito Moravia, che durante il convegno si esponeva con l’arroganza del capocordata, circondato dai suoi interessati sostenitori. Ma noi non eravamo ragazzi sprovveduti che “ci provano”: eravamo persone culturalmente preparate, dialetticamente armate, consapevoli delle difficoltà, e soprattutto combattive.

Il Gruppo 63 in una foto di gruppo (s’intravedono, tra gli altri, Elio Pagliarani, Furio Colombo, Antonio Porta, Giuseppe Ungaretti, Carla Vasio, Nanni Balestrini, Enrico Filippini, Inge Feltrinelli)

Credo che accada qualcosa di simile ogni volta che un movimento culturale si presenta per cambiare l’aria del tempo. E non devono essere stati combattimenti inutili, visto che in seguito è cambiato radicalmente il modo non solo di fare ma anche di consumare le cose dell’arte.

A parte le riunioni ufficiali del Gruppo, con letture e discussioni di testi e di posizioni teoriche, cinque o sei in tutto, gli amici di penna o di pennello o di tastiera usavano incontrarsi quasi ogni giorno nella propria città continuando a elaborare teorie e a esaminare testi…

A Roma uno dei luoghi d’incontro preferiti soprattutto da scrittori e pittori era soprattutto il Caffè Rosati a piazza del Popolo, anche perché era la zona delle nuove Gallerie d’Arte, come La Salita di Gian Tomaso Liverani e La Tartaruga di Plinio de Martiis, che era anche uno straordinario fotografo dei personaggi d’epoca…

C’erano due Caffè a piazza del Popolo: da una parte il Rosati dove si riunivano gli artisti, dall’altra il Canova dove si riunivano i giornalisti, che forse si ritenevano più ordinati e magari di qualche maggior prestigio, per cui raramente si univano a noi.

Non c’era un appuntamento preciso: piuttosto una consuetudine. Verso le sei di sera, arrivavano gli scrittori alla spicciolata, Elio Pagliarani, Enrico Filippini, Nanni Balestrini, la sottoscritta compresa, si sedevano vicini a parlare; intanto arrivavano i pittori Achille Perilli, Gastone Novelli, Carla Accardi e il cerchio si allargava; si univano Stefano de Luca editore d’arte, un incisore, qualche gallerista, e altri amici di pennello o di penna o di cuore. Più rari i musicisti, anche perché stavano a Darmstadt per intere stagioni, e poi avevano in testa un altro giro di pensieri. Occupavamo quasi tutte le sedie all’aperto, e riuscivamo a parlare tutti insieme come uccelli sul ramo: c’era sempre qualche progetto di cui discutere, o qualche notizia portata da lontano, o qualche ospite straniero da ambientare.

Quando l’oscurità della sera invadeva la piazza raccogliendosi intorno all’obelisco e sotto le tettoie dei caffè, ci si allontanava in piccoli gruppi, rifugiandosi chi nel vicino studio di un pittore, chi in una casa accogliente, o in una delle piccole trattorie dei dintorni.

Le trattorie erano luoghi importanti, dove la sosta si prolungava fino a tardi e i discorsi diventavano più concreti: programmi di lavoro, collaborazioni, impegno culturale e politico. Ogni locale aveva il proprio gruppo di fedeli: festeggiava l’uscita dei loro libri, riempiva dei loro quadri le pareti, e non perché fossero avveduti collezionisti, ma perché spesso i pittori saldavano il conto con un disegno o un quadro. A Le Colonnette era esposta una vera collezione: Perilli, Novelli, Afro, opere che in pochi anni avrebbero acquistato un notevole valore, ma Carlino, il proprietario, neanche lo supponeva: accettava quegli scarabocchi perché voleva aiutare i suoi amici artisti con un piatto di buona pasta ben condita. Invece la trattoria di via della Croce vantava un carattere più internazionale, ci andavano anche gli stranieri, e si stava appollaiati sugli sgabelli intorno ai lunghi tavoli comuni. All’inizio di via Flaminia, vicino alla piazza, c’era un trattore che non si faceva pagare con quadri e disegni ma addirittura con la decorazione di intere pareti: quella era diventata la più decorata trattoria di Roma, dove si poteva cenare sotto la protezione di un grande Turcato o di un Consagra. In tutti questi rifugi serali i discorsi erano molto più animati che non nell’elegante Caffè Rosati: non più discorsi teorici, ma progetti, entusiasmi, litigi e allegria.

Vale forse la pena di ricordare queste piccole storie d’ambiente quotidiano perché danno una certa idea di come si svolgeva la vita in anni di così intenso lavoro e di umori combattivi. Temo che non tutte le cose che ci appassionavano allora possano essere capite oggi: non perché abbiano perso significato, ma perché forse hanno cambiato significato e perso urgenza.

Carla Vasio

(da NIGHT ITALIA n.8 “Negative Girl”, a cura di Victor Bockris, Edizioni Psychodream 2013, pp. 122-123)

Carla Vasio, scrittrice e poetessa, era l’unica donna del Gruppo 63. Ha gestito la famosa Libreria dell’Oca a Roma dal 1967 al 1972. Tra i suoi titoli più famosi ricordiamo L’orizzonte (Feltrinelli, 1966), Romanzo storico (con Enzo Mari, Milano Libri, 1974), Come la Luna dietro le nuvole (Einaudi, 1996) e Laguna (Einaudi, 1998). Di Carla Vasio nottetempo ha pubblicato Vita privata di una cultura (2013), Piccoli impedimenti alla felicità (2015), Tuono di mezzanotte (2017).