L’Odissea? Un caso di ‘mitopoiesi’: “Tra autocensure e revisioni Nolan ha contribuito all’eterno cantiere del mito, depotenziando la figura di Polifemo -troppo vicino ai potenti di oggi- per non disturbare i nuovi padroni di Hollywood ?

di Chiara GRAZIANI

L’Odissea sbanca il botteghino nella versione di Christopher Nolan.

Il regista, ovviamente, s’è in parte appropriato della trama con l’ambizione – vecchia di tre millenni – di collaborare al cantiere infinito del mito dei miti: la storia di Ulisse, ossia cosa desidera l’uomo, il senso del suo viaggio terreno, il dolore per il ritorno negato unito al desiderio di conoscere l’ignoto.

Virgilio mostra a Dante le fiammelle dei consiglieri fraudolenti, illustrazione di Paul Gustave Doré.

Un mito non smette mai di nascere, e quello di Odisseo è in travaglio dai canti popolari erranti ai poemi orali preomerici, è stato consacrato da Omero quasi tremila anni fa, per continuare a vivere e crescere da Virgilio a Dante.

Il tema non è, dunque, se sia possibile e giusto modificare la narrazione di un mito (come ha fatto Nolan ed altri faranno). Se si pensa, anzi, al “fatti non foste a viver come bruti” ci si rende conto che – miracolosamente, misteriosamente – con due narrazioni diverse ed opposte, due finali diversi, è sempre Ulisse che ci parla e tutte e due le narrazioni – miracolosamente e misteriosamente – ci raccontano la stessa storia, la più grande che abbia mai viaggiato il mondo.

 Il punto è un altro. Nolan ha contribuito all’eterno cantiere del mito o ha formato un ottimo prodotto di consumo culturale? Il punto è la mitopoiesi, quell’ineffabile mistero per cui una storia sorge nel nostro immaginario come esistesse autonomamente in  qualche luogo altrove, custodita per sempre aspettando chi sappia evocarla. La storia delle storie attende chi la racconti un altro po’ e mai un personaggio vero appartiene a chi lo inventa. Il poeta (lo scrittore, il regista, il pittore) lo evoca e Ulisse sorge multiforme, diverso ma inconfondibilmente lui. Che lo evochi Omero, o Dante. O Nolan?

Visto il film crediamo che l’appuntamento con Ulisse sia, in parte, fallito. Che il prodotto sia ottimo e pieno di suggestioni interessanti è fuori discussione.

Pecca un po’ di freddezza nella necessità ricorrente di aggiungere spiegazioni che attestino l’attualità del mito con le sfide dell’oggi (l’arroganza e l’amoralità del potere, la guerra ricercata con pretesti ipocriti) con il risultato di produrre lezioncine sul futuro – anche nel finale – che sembrano più didascalie che visioni. Come prodotto cinematografico, però, è un fior di kolossal e, quasi sempre,  tradisce le vicende cercando di non tradire il consumatore-spettatore.

Alcune scene sono addirittura da brivido, come l’ingresso fra i Proci dell’irriconoscibile Ulisse, pronto alla strage,  o la fuga dall’Ade incalzato dall’orda delle Ombre o ancora la scena delle Sirene vissuta dalla prospettiva sorda dei marinai ai remi. Il più felice dei personaggi, poi, è probabilmente il cane Argo, prova vivente che il suo padrone, alla fine, tornerà (“Ulisse è vivo perché Argo non muore” dice Eumeo). Ma nel complesso il film porta il peso di suggestioni sparse – e riconoscibili – che appesantiscono la storia delle storie con citazioni che aggiungono poco, tranne che denunciare l’impronta di altri miti ed altre icone dell’immaginario recente senza riuscire a fare il capolavoro della fusione.

In alcuni casi si tratta di tributi, uno fra tutti quello all’Odissea di Franco Rossi, indimenticabile kolossal Rai del 1968. Oltre alla freccia che trapassa il collo ad uno dei Proci, c’è il volto di un giovane Antinoo che Nolan ha voluto mostrarci prima della guerra di Troia per introdurre da subito la competizione con Ulisse.

Bekim Fehmiu come Ulisse, Odissea, 1968

Lo interpreta Raimy Lang, praticamente il sosia di Costantin Nepo, l’artista-attore russo che fu Antinoo nel 1968. Una somiglianza spettacolare, accentuata dalla pettinatura, che è anche somiglianza con l’attore scelto da Nolan per l’Antinoo che insidierà  Penelope vent’anni dopo, Robert Pattinson. Verrebbe da dire che citare il volto di Bekim Fehmiu, l’Ulisse della versione italiana, non sarebbe stato possibile: un volto simile avrebbe fatto capovolgere la barca del nuovo film sotto il peso del precedente.

Fehmiu è, e resterà, il volto che Ulisse, se è mai esistito, ebbe o avrebbe avuto. Fehmiu, semplicemente, era Ulisse, l’enigma vivente. Troppo ingombrante citarlo in un’opera originale. Ammesso  esista sul mercato un’altra faccia come la sua.

L’attrice Charlize Theron,  Odissea 2026

Particolare la Circe vendicatrice del sesso femminile, che trasforma gli uomini in quello che spesso (ma lei è convinta lo siano sempre) sono già, ossia maiali. Non bellissima, fosca, maturotta e dalla psiche fragile e solipsista da serial killer (vedi la goduria con la quale infligge dolore ai maschi), ha anche mutato in corvo sua sorella ma  solo “per andarci d’accordo” (ipsa dixit). E qui il richiamo è pop, e sembra arrivare dall’impero Disney, come è parso a più d’uno.

Il corvo in gabbia accanto ai pentoloni malefici e fumiganti, corvo in dialogo con la sua solitaria padrona, ricorda subito quello della strega Amelia –  in Italia noto come Gennarino, negli Usa Ratface – suo complice nella caccia psicotica a Paperone. Tutto l’ambiente, cupo, stregato e sul cocuzzolo di una montagna, richiama Amelia  ed il suo compagno piumato creato nel 1962 da Carl Barks: non solo. Ratface sarebbe, secondo il babbo Barks, o un richiamo alla madre di Amelia o addirittura il fratello, Poe, trasformato in corvo (vedi sito ufficiale di Topolino). Non è un dettaglio secondario. Perchè Nolan ci mostra Ulisse che, per piegare la strega, minaccia di uccidere il corvo  e poi le chiede: “Chi è davvero, tua madre, tua sorella?”. E il cerchio della citazione è chiuso.

Ci sia permesso un sorriso. Anche i registi geniali possono aver aperto “Topolino” (almeno ce lo auguriamo per loro). E comunque l’Ulisse di Nolan si guarda bene dal trascorrere con questa instabile Circe un anno more uxorio, come fece l’infedele re di Itaca, e se ne va in poche ore, alla ricerca di Tiresia e miglior fortuna.

L’attore Benny Safdie in Agamennone, Odissea 2026

Fin qui nulla che non sia contorno. Perdonabile anche l’Agamennone all black dal mantello ai calzari,  una torre umana dai movimenti pesanti e dal volto invisibile sotto un elmo nero, che sembra – tale e quale ma con un outfit da una decina di millenni prima – Darth Vader di Guerre Stellari. Vorrebbe essere l’icona della freddezza omicida della guerra, senza volto e senza umanità. Per la verità, però, ti aspetti sempre di sentirlo dire, con un sottofondo di rantoli , “Ulisse, io sono tuo padre!”. Transeat, l’intento è interessante. Ma la suggestione distrae. Almeno gli appassionati della saga degli Skywalker. Meno perdonabile la cancellazione dell’isola dei Feaci, del personaggio di Nausicaa, dell’epica del ritorno a Itaca consentito alla fine proprio da chi avrebbe dovuto perseguire la vendetta e invece perdona.

Ma c’è un solo punto che fa crollare davvero il castello, un momento in cui il film si ferma davanti alla soglia del mito senza attraversarla, restando nel territorio di un ottimo prodotto che non decolla verso la visione. Ed è l’episodio di Polifemo, il ciclope monocolo che, come dice l’etimologia del suo nome “parla con molte voci” (etimologia che qui si preferisce ad altre interpretazioni).

Su Polifemo Nolan viene meno sotto suggestioni tolkeniane e cedendo alla tentazione di citare grandi opere d’arte, riducendo il mostruoso pastore omerico, empio e bestemmiatore nemico degli dei, ad un bruto afasico, istintivo, ferino, repellente nell’aspetto ( ricorda molto fisicamente il Gollum del Tolkien cinematografico) ma innocente per mancanza di libero arbitrio e per le sue servitù brute alle necessità corporali. Mangia i compagni di Ulisse fra versi animaleschi perché se li trova nella tana, come farebbe un gatto con i topi: un gatto sa essere crudelissimo con altre piccole creature ma non ci sogneremmo di vederlo come antagonista di Ulisse, l’enigma umano. L’unico occhio è appeso a metà del viso, come nel celebre quadro di Odilon Redon,Il Ciclope”. Colui che parla con molte voci (ed in Omero lo fa per ingannare, bestemmiare e maramaldeggiare), al contrario pare muto.

Polifemo, Odissea 2026 (interpretato dall’attore Bill Irwin
Odilon Redon, Il Ciclope, 1914, Kröller-Müller Museum

Polifemo,  il vero Polifemo, è innazitutto empio. E rivendica a gran voce – altra etimologia possibile –  di esserlo. Irride la legge di Zeus – continuamente richiamata nel film di Nolan, in cui l’Olimpo omerico è però muto fatta salva un’Atena-spirito guida – così come disprezza lo spirito di giustizia ed accoglienza che introduce tra i mortali. Polifemo ha la superbia di sfidare quello che, tra mille orrori e limiti, garantisce dal caos dell’arbitrio la convivenza tra gli umani: l’accoglienza dello straniero, l’onore dell’ospite (“Benedetto sia Zeus che mi manda l’ospite”, dice il fedele Eumeo).

Uccidere con consapevole crudeltà  l’ospite è cosciente ribellione alla giustizia, è intenzionale inno al caos omicida. E’ affermazione dell’arbitrio nonché scelta cosciente del male. Qui, sì, ha senso denunciare la modifica dell’episodio. Semplicemente perché Ulisse inerme  nelle mani di Polifemo – bestemmiatore, arrogante, prevaricatore,  bugiardo, che conosce la sola legge della forza –  è da sempre l’immagine della giustizia davanti al suo contrario. Ciò che “crea” il personaggio Ulisse, qui, non è solo la sua scaltrezza, la sua capacità di venirne fuori vivo anche dichiarando un falso nome o accecando il nemico senza ucciderlo.

Ciò che “crea” Ulisse, e noi con lui, sono le budella che gli si torcono davanti all’empio ed all’ingiusto che gli ha ammazzato i compagni per gratuita cattiveria. Odisseo potrebbe scappare, una volta fuori dalla caverna, e sa che aver nascosto il suo nome (“Io sono Nessuno”) lo protegge dalla vendetta di poteri più grandi di lui. Eppure si volta, l’Ulisse omerico, quello con la faccia di Fehmiu, e lo sfida offrendosi alla vendetta che lo colpirà.

“Ciclope, se qualcuno tra i mortali ti chiedesse chi ti ha fatto questo, tu digli che è stato Ulisse, il figlio di Laerte, il re di Itaca!”. 

Si è appena condannato all’esilio per mare e lo capisce benissimo. Ma, pre-evangelicamente, le sue budelle si torcevano per lo sdegno.

L’Ulisse di Nolan, invece, riesce a darsela a gambe, salvo girarsi per colpire con una freccia il bruto accecato, che mugula come una bestia. Un compagno lo rimprovera: “Potevi essere clemente!”.

Gollum

Come dargli torto. La povera cosa ferita che insegue Ulisse ed i suoi ululando e latrando, è innocente come gli animali.

Ci ricorda Gollum, con la pelle viscida, le articolazioni dinoccolate, la testa calva, la colonna vertebrale che buca la pelle. Ma non ne ha l’astuzia ferina e perfida con la quale cerca di ingannare Bilbo per divorarlo proponendogli indovinelli nel buio. Se in qualche altra cosa ci ricorda Tolkien è nel passaggio in cui Bilbo, ha la possibilità di uccidere l’essere della caverna ma non lo fa:

“Avrebbe potuto trafiggerlo con la spada prima che quello potesse accorgersene, ma una gran pietà gli strinse il cuore: pietà per quegli occhi senza luce, per quel corpo consunto dai lunghi anni passati al buio, per quel dolore infinito, per quella disperazione senza speranza».

Bilbo fugge per pietà dell’infelice deforme, grazia lo sciagurato Gollum, sceglie la giustizia. L’Ulisse di Nolan, invece, scappa e non ha pietà. Non ha mai parlato con la povera creatura mostruosa e muta: il celeberrimo dialogo nel quale il personaggio di Omero nasconde il suo nome a Polifemo che cerca di ingannarlo (“Il mio nome è Nessuno”) nel film non c’è. Polifemo, semplicemente, non parla.

Ed il motivo, spiegato in un’intervista, suscita perplessità. Era difficile da rendere in inglese, ha spiegato Nolan. Il dialogo, però, funziona in tutte le lingue da tremila anni, verrebbe da dire. Non c’è bisogno, infatti, di cogliere l’assonanza tra il nome Odisseo e quello di Nessuno, se pronunciati in greco, per capire l’inganno di Ulisse (i latini poi che non usavano neppure il nome Odisseo ed avrebbero dovuto essere i primi a cassare il dialogo). Però così, ammutolendo Polifemo, si è perso il duello fra il giusto e l’empio che ha fatto l’immortalità dell’episodio. Non resta che una sontuosa scena d’azione, come mille altre ed una vaga sensazione di pietà, almeno nostra personale, per il bruto inconsapevole.

Eppure in un film che aspira alla connessione con l’oggi lo spunto era sottomano. Potente. Mitopoietico. Senza bisogno di didascalie.

L’aspirazione del Polifemo omerico a distruggere la legge degli Dei, a sovvertire l’ordine della giustizia in nome della forza e del caos, ha più che un aggancio con la realtà di oggi in cui il presidente degli Stati Uniti, per fare un esempio, fa della forza l’unica legge, irride con post blasfemi e minacciosi chi richiama alla giustizia come sola via alla pace, deporta lo straniero, si presenta come il nuovo Cristo. Le spallate dei ciclopi all’Olimpo ricordano tanto le continue spallate al diritto umanitario internazionale, nato dall’infamia di due guerre partorite dall’Europa, e la pretesa di rendere di nuovo la guerra legittima.  Non solo.

Il solo occhio, che studia Ulisse mentre il ciclope gli chiede di rivelargli il suo nome, ricorda quello della tecno-oligarchia globale che è sorta sull’uso dei nostri dati personali. Avessimo risposto “il nostro nome è Nessuno” invece di cliccare su “Consento” per servizi apparentemente gratis, oggi il ciclope non avrebbe chiuso la trappola dicendoci: “A te ti mangerò per ultimo! E’il mio dono all’ospite”.  Riusciremo a fuggire dalla caverna del ciclope che ci vede ovunque siamo? E dov’è oggi Ulisse per guidarci fuori rischiando le nostre vite?

Tutto questo Nolan pare non saperlo. Difficile crederlo. E così rimane il dubbio che la macchina del cinema abbia i suoi algoritmi e le sue cautele che le impediscono di arroventare il  ramo e ficcarlo giusto nell’occhio del potere. A costo di rinunciare all’appuntamento con il mito e fabbricare una storia che culmina in vendetta e non, come il poema omerico, nella pace voluta dagli dei dopo la strage dei Proci.

Usciamo dalla sala con questo dubbio. I trailers, intanto, ci offrono il prossimo appuntamento con Spider Man (aperte le prevendite). Ops, Peter Parker ha la stessa faccia di Telemaco che nel finale di Nolan diventa il re di Itaca. Con le immagine sovrapposte nella mente, Itaca o New York, usciamo dal cinema. Grandi poteri, grandi responsabilità…. In fondo stasera non siamo andati da nessuna parte, ma almeno ci siamo divertiti (dis-tratti). Arrivedersi al prossimo Ulisse.

Chiara GRAZIANI  Roma 26 Luglio 2026