di Francesca BECONCINI
Se il cerchio è l’immagine visibile dell’Eterno – la ciclicità delle stagioni e del movimento degli astri è, infatti, un moto che allontana ma che torna sempre su se stesso “…a motivo dell’imitazione della realtà eterna” (Timeo)[1] – lo specchio è il simbolo della potenza del tempo eterno (Ævum). Dioniso orfico è sia il tempo eterno che il tempo ciclico, ma anche “Metis, Fanes, Erichepeo (che nella vita comune significa volontà, luce, donatore di vita)”[2].
La magia dello specchio richiama le prerogative della divinità per il suo inesauribile polimorfismo e la capacità di accogliere il molteplice in sé. Metafora di sapienza e di vanità (figura 1), strumento di verità assoluta e di fantasmagorie nelle sue curvature, d’intrattenimento e studio quando moltiplicato nelle scatole catottriche o inserito negli strumenti ottici, di morte nella parabolica dello specchio ustore, lo specchio è diabolico e divino.

Tale è il dio del filosofo oscuro, l’orfico Eraclito:
“La divinità è giorno e notte, inverno – estate, guerra e pace, sazietà – fame. Ed essa muta come il fuoco, quando si mescola ai profumi e prende nome dall’aroma di ognuno di essi” (fr. 67).
Dioniso e lo specchio, simbolo della sua passione, annichiliscono il cardine della logica umana: il principio di non contraddizione.
Alter ego del soggetto, con cui intrattiene rapporti intimi, analogici e misteriosi, lo specchio ne restituisce il riflesso fisico, etico e spirituale. Sul ponte di Chinvat, il seguace di Zoroastro incontra il suo alter ego celeste o la sua deformazione demoniaca, la propria immagine deturpata, analoga a quella riflessa nel ritratto di Dorian Gray dove il volto del protagonista è segnato da anni di nequizie. Lo specchio è una via che si rivela in relazione al suo osservatore.
I suoi prodigiosi effetti che ora restituiscono la visione esatta della realtà, ora rappresentano il suo opposto, divengono oggetto di un acceso dibattito nel rinascimento. Se le meraviglie dello specchio erano studiate e sperimentate con curiosità dagli eruditi platonici, magi, scienziati e astronomi, la Chiesa non tardò a rubricare lo speculum nei testi di demonologia perché tale congegno era sfruttato, da soggetti depravati, per perpetrare nefandezze attraverso incantesimi, pratiche divinatorie – catottromanzia -, evocazione di spiriti e demoni (Bolla papale, Giovanni XXII “Super illius specula” 1326, Malleus maleficarum 1487).
Il quadro clinico della mente paranoide del demonologo-inquisitore pare ben descritto nel “Giardino delle Meraviglie” di Bosch, dove, nel terzo pannello (inferno), troviamo uno specchio convesso come tergo di un demone, di cui si vedono due arti che si prolungano come rami. Di fronte, è una donna sdraiata, trattenuta dal demone e con un rospo sul petto (figura 2).

Sembra, a chi scrive, che il pittore abbia voluto inserire lo specchio tra le ossessioni religiose, soprattutto sessuali, non tanto in relazione alla vanità, al vizio di superbia, quanto, data la forma convessa dello stesso (vedi Infra), per condannare le chimere degli alchimisti, forse solo dei soffiatori, abbagliati dalle lusinghe del potere attribuito alla Pietra dei Saggi o, più semplicemente, inclini alla truffa. La bolla “Spondent quas non exibent” – 1317 – di Giovanni XXII, cui sono peraltro attribuiti trattati alchemici, è finalizzata alla persecuzione delle truffe, ed ammonisce i falsi alchimisti, abbruciati dai loro inutili fumi:
“per quanto si credano saggi finiscono per cadere nei trabocchetti che hanno scavato per gli altri e pretendono comicamente di essere maestri di alchimia”.
Nel trittico si vedono altri oggetti che, benché parzialmente mutati e decorati, possono essere riportati ad oggetti o motivi del laboratorio alchemico: palloni-matracci, storte, uova.
Elogiato come maestro nelle arti visive dall’Alberti, da Leonardo, da Cardano, da Charles Alphonse du Fresnay, è anche per gli artisti uno strumento che intriga ed invita a nuove sperimentazioni, (Figura 3-3 bis); il riflesso che restituisce diviene fantastico negli specchi convessi, concavi o moltiplicati, che trasformano e trasfigurano.
Già Ibn al-Hayatam (Alhazen- XI sec.), iniziatore dell’ottica geometrica, maestro di Ruggero Bacone (XIII sec.), che aveva dedicato molti studi ai fenomeni di riflessione speculare, di riflessione e di passaggio della luce in palle cristalline sferiche, utilizzò una camera oscura per dimostrare che la luce viaggia perpendicolarmente ai nostri occhi. Le sue teorie sulla camera oscura e quelle sulla riflessione furono sviluppate da Giovan Battista Della Porta nella sua Magia Naturale, nella seconda metà del XVI sec.. Come sappiamo, detto congegno entrò nel bagaglio delle risorse messe a disposizione di Caravaggio da Del Monte.
Cosimo de’ Medici fece inserire un suo ritratto in un dispositivo nel quale appariva in uno specchio come per magia. Caterina de’ Medici aveva 119 specchi piani incastonati nei rivestimenti del cabinet.
Gli eruditi sviluppavano giochi ottici nei laboratori scientifici e le visioni prodigiose erano spiegate con i teoremi della matematica ma, allo stesso tempo, perpetuavano anche la tradizione stregonesca medioevale. Si racconta che Cornelio Agrippa di Nettesheym fece apparire in uno specchio la moglie defunta del conte di Surrey, il poeta Henry Howard; Cardano (De Subtilitate -1550) riportò a cause naturali l’apparizione di tre soli nel cielo di Venezia, infatti
la visione si triplica “quando qualche nube spessa, pronta a gettare pioggia, si trova accanto al sole e se questo imprime la sua immagine in quella, come vediamo che fa in un acciaio ben brunito e levigato…”.[3]
Con l’avanzare del barocco, dell’età dello spettacolo, la scienza dell’illusione celebra i suoi fasti. Sono concepite stanze e macchine teatrali per trasportare lo spettatore in un mondo chimerico attraverso la geometria dei raggi incidenti e riflessi. Nei cabinets di rarità e curiosità (Musei di Worms, di Kircher, di Settala) accanto a settori dedicati ai campioni naturalistici (specimena) minerali, vegetali, animali, troviamo quelli dedicati all’ottica ed alla meccanica.

Sono costruite scatole catrottiche cistulae (figura 4); queste, tappezzate di decine di specchi piani in cui, su una base girevole, sono collocati vari modellini, creano composizioni fantasmagoriche, quadri animati; spesso la cistula era un modello per composizioni più vaste. Con un mobile catrottico si potevano osservare una flotta navale su un mare sconfinato, prati popolati da creature mitologiche.
La scenografia barocca moltiplica l’uso degli specchi; il theatrum polydicticum delizia gli ospiti durante gli spettacoli e le cerimonie, rappresentazioni teratomorfiche, zoomorfiche, si alternano a moltitudini di cose ed esseri.
Venezia era la maggior produttrice di vetri in Europa, la gilda ne proteggeva la manifattura sull’isola di Murano in modo severo ed attento. Non riuscì, però, ad evitare episodi di spionaggio industriale che videro coinvolti anche Colbert e l’ambasciatore di Francia.
I vetrai custodivano gelosamente le loro ricette che potevano essere interpolate con informazioni propriamente alchemiche ed i cui arcani erano nascosti meglio delle fasi della lavorazione del vetro.
Le caratteristiche fisiche dello specchio concorrono ad alimentare il suo fascino sfuggente, la sua versatilità esemplificativa anche in relazione alla materia spirituale. Il suo reticolo molecolare non è cristallino ma ha una struttura disordinata come un liquido, mentre le energie intra molecolari sono analoghe a quelle dei solidi; non solo, il vetro non ha un punto di fusione ma cambia progressivamente stato, da solido a liquido, con l’aumento della temperatura, ossia, alchemicamente, con la maggior vicinanza al “Fuoco”.
Superate le prime operazioni, la Pietra dei Filosofi prende il nome di vetro perché quando è secca ne ha l’apparenza (P.Lucarelli), così il misterioso vaso dei filosofi la cui perfetta trasparenza attesta la sua trasmutazione in Vaso dell’Arte, Specchio della Verità[4]–[5].
Quest’analogia è particolarmente sviluppata nel testo, che a prima vista sembra completamente dedicato alla tecnica vetraria, Sedacina totius artis alchimie, di Guillaume Sedacer,[6]. Il testo, ci riporta Paolo Lucarelli, contiene anche la spiegazione del motivo per cui la materia alchemica sia in possesso anche dei poveri e tanto diffusa:
“Il vetro è un corpo diafano, ricondotto artificialmente alla natura della quintessenza, che nei libri dei filosofi è chiamato argento del popolo, perché corrisponde ai vasi d’oro e d’argento nelle case dei poveri… Il vetro è il segno e il principio della pietra e non pietra vegetale. Il vetro è chiamato “pietra di tutti i colori” perché li può accettare tutti e si può convertire in qualunque natura”
Mediatore nella teosofia e luogo delle teofanie, lo specchio è portatore dello splendore primigenio.
Dante vede gli angeli del Trono diffondere la luce divina sugli uomini come specchi, i platonici esemplificano la teoria dell’emanatismo con la medesima metafora:
“Adunque uno medesimo volto di Dio riluce in tre specchi posti per ordine: nell’angelo, nell’animo, e nel corpo mondano; nel primo, come più propinquo, in modo chiarissimo; nel secondo, come più remoto, men chiaro; nel terzo, come remotissimo, in modo molto obscuro”. (Marsilio Ficino)[7].
Nel mito, nell’ermetismo platonico, in Alchimia
”…il sole viene ad essere l’immagine viva ed il simulacro sensibile del sole divino, anima prima dell’universo” (Della Riviera).
…E’ un oro astrale il cui centro è nel Sole, che per mezzo dei suoi raggi lo comunica insieme alla sua luce a tutti gli astri che gli sono inferiori. E’ una sostanza ignea e una continua emanazione di corpuscoli solari, che, grazie al movimento del sole e degli astri, essendo in un perpetuo flusso e riflusso, riempiono tutto l’universo; tutto ne è penetrato nella distesa dei cieli sulla terra e nelle sue viscere, noi respiriamo continuamente questo oro astrale, queste particelle solari penetrano nei nostri corpi e ne esalano senza posa” (Limojon de Saint-Didier)[8].
“…Il moto celeste testimonia e porta alla luce la natura e le varie caratteristiche degli individui, prima ancora che essi abbiano fatto la loro comparsa (Plotino)”[9].
La luce, Anima Mundi, riflessa dall’Uno al molteplice e viceversa, mantiene un’armoniosa corrispondenza tra il principio e tutte le cose.
La luce è creazione: il suo spettro visibile ed invisibile si frantuma e moltiplica attraverso gli specchi di natura, le cui superfici riflettenti si trovano tanto nelle distese del mondo che nell’intelligenza del cuore.
L’acqua riflette la luce sia dalle grandi superfici, i ghiacciai, gli oceani, che da moltitudini di minuscole gocce, mentre le nubi e la densità atmosferica concorrono al teatrum polydicticum del cielo. Il mondo dei platonici è riempito di intime rispondenze; il creato, effetto effusivo della luce, che plasma la materia caotica dell’origine, partecipa alla sua causa, è contenuto in essa.
Ma è la luna, la cui luce riflessa guida gli alchimisti nelle notti cariche di rugiada, a rappresentare lo specchio naturale più pregnante sia sotto il profilo teorico che operativo. Si succedono ipotesi favolose sulle levigatezza e composizione della sua superficie riflettente paragonata, ora, alle sfere di bronzo sui campanili (Biancani 1620), ora ad una lastra di metallo lavorata dalla polvere cosmica (Aguillon 1613). La luna, secondo Bernardo Cesi, avrebbe avuto una fascia liscia riflettente ed una ruvida e scura (1636).
Interessante è l’osservazione di René Adolphe Schwaller de Lubicz (XX sec)[10]. Egli afferma che i raggi del sole riflessi dalla luna acquistano proprietà nuove non diversamente da ciò che accade in una lampada Crookes con l’effetto reattivo catodico – raggi x -. Il sole è suo padre, la luna sua madre…(Tavola di Smeraldo).
Questo meraviglioso spettacolo di richiami, di riflessi luminosi fra cielo e terra, nasconde, tuttavia, le insidie dei miraggi, delle chimere. Proclo insegna che se, infatti, la luce divina –monade- possiede potenza ed esistenza propria, nel mondo che l’accoglie, ossia il molteplice, quel principio si manterrà con la degradazione che le compete in ragione della totalità degli esseri[11]. Platone individua l’origine dell’illusione, del travisamento. E’ la chora, la materia prima, che con la sua forza inerziale si oppone all’opera ordinatrice del Demiurgo che rifasa senza posa la materia nell’atanor cosmico.
“…Una specie di grande luce …scendeva dall’alto fino ai luoghi più bassi, là dove il fuoco si oscura. L’anima (del Mondo) allora vide questa oscurità e le diede forma, poiché stava sotto di sé. Non era giusto infatti che qualcosa di confinante con l’anima restasse privo di un principio razionale” (Plotino)[12].
Specchiarsi nell’acqua evoca suggestioni profonde perché l’immagine è sfuggente, mobile, indefinita nella sua profondità come lo spirito, l’essenza delle cose. Sia Narciso che l’uomo adamico del Pimandro si vedono nelle immagini riflesse dall’acqua, sono presi d’amore e cadono vittime di un’illusione esiziale. La vocazione del caos primigenio alla confusione, all’entropia, disturba l’armonia panteistica dell’Uno-Tutto. Il riflesso che si diffonde della materia prima, sottoposta all’incessante lavoro della luce – fuoco, è inficiato dalla macchia archetipa. La distorsione delle immagini dipende dalla curvatura della superficie riflettente dagli specchi terrestri, chiosa Cusano nel suo De Filiazione Dei[13] .
“La divinità è nell’umanità come l’immagine è in uno specchio” (Maestro Eckart – Cusano). “La purificazione della parte che subisce affezioni è destarsi dalle immagini assurde” (Plotino).
L’etimo del verbo “speculare”, ossia di una funzione cognitiva complessa, che riecheggia qualità proprie della Prudenza, è il latino “Specere”, guardare, la cui radice compone anche la parola speculum, lo strumento sospeso tra sogno e realtà. Reflexum – il riflesso, che può essere anche abbagliante – può condividere la stessa contraddizione semantica con il “riflettere”, ponderare, ragionare.
Pensate che gli ignoranti siano uguali ai sapienti? Gli uomini dotati di intelligenza sono gli unici che riflettono” (Corano, XXXIX, 9).
I mutevoli riflessi della luce devono essere guardati, speculati, con Imaginatio vera, non fantastica, che consente, a chi guarda in uno specchio, di vedere non delle immagini ma di cogliere, attraverso l’immagine fittizia, quel reale che essa permette di comprendere (Zosimo, alchimista alessandrino IV-Vsec.).
L’Imaginatio Vera dei filosofi sufi, dei mistici platonici, degli alchimisti è uno specchio dove, i riflessi di questo mondo e le forme archetipiche dalla sfera divina sono in grado di riunirsi e reagire.
L’oscuramento della verità si produce proporzionalmente alla distanza dello specchio dalla fonte di ogni luce. Dal viso di Mosè, specchio luminoso della luce di Dio (Esodo, 34-29,30) allo specchio di San Paolo quando segna la lontananza degli uomini dal Pleroma, Videmus nunc per speculum in aenigmate… L’inversione del processo precedente, il ritorno alla claritas, il moto continuo della luce che promana dall’Uno ed ad esso ritorna per speculo è un topos della letteratura mistica ed alchemica. Prosegue, infatti, San Paolo nella prima lettera ai Corinzi:
“…tunc autem facie ad faciem; nunc cognosco ex parte, tunc autem cognoscam sicut et cognitus sum “.
L’adepto inglese, Eireneo Filalete (XVII sec.), si serve di specchi, che possiedono le caratteristiche di Saturno e Marte, per esprimere l’operazione che consente l’ottenimento del Mercurio Comune.
“…Getta l’involucro, scegli il nucleo, purga per tre volte per mezzo del fuoco e del sale: sarà facile se Saturno avrà visto la propria immagine nello specchio di Marte”[14].
Lo specchio o vetro ermetico ha una struttura trina; il passaggio tra gli stati dell’essere, fra le sue dimensioni, è reso possibile grazie ad un limen che partecipa alle qualità dei mondi che mette in comunicazione (figura 5); è un mediatore salino in Alchimia, il luogo dove prende forma l’Opera.

Ritroviamo questo passaggio tra i mondi nell’antro di Efesto sull’isola di Lemno. Nell’esegesi platonica del mito di Dioniso, Proclo iscrive Efesto nella
serie demiurgica degli dei, e non a quella vivificante o conservatrice o a qualche altra serie divina, i Teologi lo indicano quando mostrano il Dio che lavora alla forgia, ed in generale quando lo chiamano ‘artigiano di opere’ ed ‘abile artigiano…perciò affermano pure che Efesto fece uno specchio per Dioniso, guardando dentro il quale e contemplando la propria immagine, il Dio si gettò nella creazione di tutta la pluralità[15].
La letteratura alchemica conferma ed approfondisce il tema. Efesto è un mediatore; non vive, infatti, sul monte Olimpo con gli altri dei, ma sull’isola di Lemno. Il suo fuoco è di origine celeste ma orientato verso il basso dove necessita di un corpo per manifestarsi. E’ un dio lunatico, zoppo, assolutamente indispensabile nell’elaborazione filosofale perché il fuoco è il vero agente di ogni movimento, conversione e mutazione.
Nell’esegesi mito-fiabesca lo specchio è metamorfico, assume forme inusitate. Quello di Alice è fluido, diviene una “nebbiolina” per permetterle di entrare in un mondo fantastico; Cenerentola può convolare a regali nozze e sfuggire dalla prigionia familiare, grazie ad una scarpetta di vetro, calzatura decisamente inconsueta. Il vetro è la chiave per entrare al Palazzo del Re ed il Palazzo del Re è di vetro[16].
Il sufismo sciita, gli Ishrâqîyûn – Cavalieri d’Oriente-, e Niccolò Cusano, nella cui opera sono evidenti i riflessi dal platonismo mediorientale, paragonano tale specchio magico ad una regione, la Regione dell’Anima del Mondo. Una geografia spirituale (figura 6) in cui l’immaginazione divina è quella regione e di cui l’immaginazione individuale ne è un istante, uno dei molteplici riflessi dello specchio di Dioniso…

E’ “il vero teatro della vita, zampillante immagini nella mente cosciente, sotto forma di mito e leggenda” (Corbin).
‘Alam al-mithàl è un regno immaginale, ossia un regno di confine che collega i segmenti intellettuali e sensoriali e astratti del continuum dell’essere, ed è la componente distintiva della cosmologia islamica. ‘Hûrqalyâ,, la Terra del Nulla di Sohravardi, è un luogo di visioni, profezie, e di stregoneria , e definisce anche il divino, cioè tutto l’ineffabile di cui, pur noi non avendone coscienza, ci anima. Questo paese delle meraviglie è descritto come al di fuori dei principi aristotelici (X=Y, Y=Z per cui X=Z, tutto è logico e razionale, e possiamo comprenderlo intellettualmente). Sohravardi intendeva dire che questa Terra ‘di confine’ è il luogo in cui avvengono esperienze al di là della nostra comprensione intellettuale, della nostra interpretazione razionale. Egli la definisce come Terra dei ”veri sogni ” e dei ” poteri miracolosi” . Quando qualcuno si avvicina a questo regno di confine avviene un cambiamento qualitativo nella coscienza della persona. I corpi materiali cambiano e diventano esattamente come quelli del Mundus Imaginalis: cambia il tempo, non più lineare, e lo spazio non è più quello definito dalla geometria euclidea.[17]
E’ un altro piano dell’Essere, polarizzato, come una riflessione ellittica, su due fuochi, cielo e la terra, tra manifesto e nascosto, dove le cose di questo mondo e le forme celesti si specchiano ed interagiscono. E’ il luogo delle epifanie divine dove il volto di Dio si mostra specularmente a quello del credente, è lo stesso sguardo con cui l’amato conosce l’amante poiché essa è la forma con cui Dio rivela se stesso in lui.[18]. Il viso riflesso nello specchio di Hûrqalyâ raccoglie le trasmutazioni dello spirituale come la concurbita, in laboratorio, quello delle materie poste a reagire.
Per i sufi tale verità è il nome divino di cui lo spirituale è investito, il suo stato [19]. Per il nostro cardinale, filosofo, dipende dalla curvatura dello specchio dello spirituale, ovvero, dal modo secondo il quale ha conseguito il magistero:
”Dunque lo sforzo per ottenere la vita e la perfezione e ogni movimento da parte dell’intelletto si acquietano, quando questi si accorge di trovarsi nella regione in cui c’è il Maestro di tutte le opere producibili, cioè il Figlio di Dio, il Verbo per mezzo del quale sono stati fatti i cieli e tutte le creature, e scopre di essere simile a Lui. Infatti, proprio allora accade in lui la stessa filiazione di Dio, quando in lui c’è quell’arte; anzi, quando egli stesso è quell’arte divina, nella quale e per mezzo della quale esistono tutte le cose; o meglio ancora, quando egli stesso è Dio e tutte le cose, nel modo secondo il quale ha conseguito il magistero”.[20]
La visio intellectualis di Nicola de Cues, l’arte della Filiatio Dei, la regione in cui si trova il Maestro di tutte le opere, lo specchio perfettissimo in cui risplendono tutti gli specchi di Natura, lasciano intravedere, sotto il velo delle parole di un principe della Chiesa che doveva difendersi dalle accuse di panteismo, le dottrine esoteriche di Ibn ‘Arabi, la teosofia orientale (Hikmat al-Ishrâq) di Sohravardi (XIII sec.), di Avicenna.
L’Immaginazione Creatrice, Visione Intellettuale, è la stessa dimensione trascendente dell’individuo, uno specchio che egli contempla nella forma corrispondente al suo essere. Nel platonismo orientale, il cammino dei fedeli d’amore si svolge nel rapporto interno di questa unità dialogica con lo specchio celeste, il cui riflesso declina una angelofania.
Possedere la scienza del cuore significa percepire le metamorfosi divine, cioè la moltitudine e trasmutazione delle forme in cui l’Ipseità divina si epifanizza che sia una figura del mondo esteriore, o che sia una credenza religiosa.(Corbin)[21].
Nel lessico dell’Iran Zoroastriano è la Fravarti, angelo individuale – archetipo, come Azraele e Gabriele nella scuola di Ibn ʿArabī (XII-XII sec.) Nell’ Ḥadīth della visione del Maestro – Shaykh – Ibn ʿArabī, un giovincello avvicina lo shaykh durante le circumambulazioni attorno alla Ka’ba; il filosofo perde i sensi, sopraffatto da un’irresistibile potenza d’amore. L’adolescente di bellezza regale prodiga la sua presenza allo shaykh come l’Arcangelo Gabriele al Profeta. Da quel momento, la ricerca del mistero dell’essenza divina attraverso le circumambulazioni del tempio del cuore è compiuta non da un solitario Ibn ʿArabī ma è la “coppia” che esegue il rituale circolare per sette volte, i Sette attributi divini di perfezione, di iniziazione. Dice il puer aeternus al filosofo:
“..Io sono la Sapienza, l’opera della sapienza ed il Saggio … Il Tempio che Mi contiene è il tuo cuore”.[22]
Una relazione così stretta tra uomo ed il suo specchio celeste da risolversi in una fusione dei due termini costituisce un grande pericolo per la Chiesa di Roma non essendo in alcun modo riportabile ad una mediazione istituzionale, ad espressioni religiose collettive. È Il “timore dell’angelo”, il timore che gli individui sfuggano al controllo del magistero dogmatico se l’Intelligenza angelica, il maestro invisibile, proietta la sua illuminazione sino allo specchio dell’anima e lo richiama a sé.
Troppo intimo ed affettuoso apparve il rapporto tra l’angelo e S. Matteo della prima versione di Caravaggio. (Figura 7)

“Vi sono luci che salgono e luci che scendono. Le luci che salgono sono le luci del cuore; quelle che scendono le luci del Trono. L’essere creaturale è il velo tra il trono e il cuore. Quando il velo è squarciato e nel cuore si apre una porta sul Trono, il simile si slancia verso il simile. La luce sale verso la luce e la luce scende sulla luce – ed è luce su luce. (Najm Kobrà XII-XII)
Tutti i nostri filosofi che hanno spiegato il senso teofanico delle cose sono tornati al motivo dello specchio, dando così all’Immaginazione speculativa il suo vero significato, il suo significato etimologico, che è lo stesso significato che Franz von Baader ha dato alla filosofia speculativa quando ha detto: “il senso di speculare è quello di riflettere” (Spekulieren heisst spiegeln) (Corbin)
Le conoscenze alchemiche di Del Monte erano profonde e ben sviluppate sia sotto il profilo speculativo che quello operativo. Lo scienziato-alchimista era un anello della vetusta catena della sapienza ermetica-platonica. La realizzazione del “Bacco” di Caravaggio, …da sé allo specchio dipinto…, se, da un lato, sfrutta tecnicamente il fenomeno di riflessione, dall’altro, si inserisce in una tradizione di pensiero che dal culto di Osiride, all’Orfismo ed Eraclito, attraverso i medioplatonici, è rivisitata dall’Accademia di Marsilio Ficino, da Cusano e dagli ambienti colti dell’epoca.
Gli antichi teologi e platonici credevano che lo spirito del dio Dioniso fosse l’estasi e l’abbandono di menti sgombre che, in parte per innato amore, in parte perché spinte dal dio, superano i limiti naturali dell’intelligenza e miracolosamente vengono trasformate nell’amato dio stesso: dove inebriate da un nuovo sorso di nettare e da una gioia incommensurabile, essi si abbandonano al delirio bacchico. Nell’ebbrezza di questo vino dionisiaco, il nostro Dionysius esprime la sua esultanza. Da qui sgorgano enigmi, egli canta in ditirambi. Per penetrare la profondità dei suoi intenti, per imitare la sua maniera di parlare quasi orfica anche noi abbiamo bisogno della furia divina. Con la stessa preghiera imploriamo dunque la Trinità che la medesima luce infusa da Dio in Dionysius in risposta al suo pio desiderio di poter penetrare i misteri dei profeti e degli apostoli, possa essere infusa anche in noi, che leviamo la stessa supplica. (Marsilio Ficino)[23](figura 8).

Spiega Seznec[24] che la base teorica per decifrare tante opere enigmatiche del rinascimento è da rinvenirsi nella teologia orfica, in Platone e Proclo. La sintesi di tali dottrine può essere definita una filosofia della trasmutazione con struttura trinitaria: il dio è vocato alla molteplicità ma anche alla quiete in se stesso.
Le anime degli uomini, vedendo le loro stesse immagini, per cosí dire, nello specchio di Dioniso, si precipitarono dall’alto, senza per questo dividersi dal loro principio e dall’intuizione (Frammenti Orfici – Plotino)[25]
Lo specchio preparato da Efesto, in cui il dio si specchia e crea tutte le cose è l’esegesi dei filosofi platonici del dramma cosmico che si consuma quando i Titani uccidono il dio, lo fanno a pezzi e lo sbranano. Lo uccidono mentre gioca con uno specchio ed i balocchi. Paleo-trottola, astragali – dadi, rombo, specchio, palla, sono i sacri oggetti [26] che i titani usano per trarre in inganno, distrarre, il fanciullo Dioniso. Si sono avvicinati camuffati da Cureti, bianchi di caolino, affinché il giovane dio, vedendo avvicinarsi i protettori degli dei, non si turbasse minimamente. Scoperto l’espediente, egli cerca, in vano, di sfuggire alla presa cambiando di forma (leone, toro, serpente, ariete).
Il dio muore davanti allo specchio che riflette la frantumazione del giovane Dioniso nell’immagine del mondo. Zeus folgora i titani che hanno sbranato il figlio e dalle loro ceneri sono generati gli uomini (Olimpiodoro). L’iniziazione orfica consiste appunto nella liberazione dell’elemento luminoso, dionisiaco, dall’elemento oscuro, titanico.
“ Io ho digiunato; io ho bevuto il ciceone; ho preso i sacri oggetti dalla cesta; dopo averli toccati li ho messi nel calathos e dal calathos nella cesta”.
Sono le parole pronunciate dall’iniziato, dal mysta, guidato dallo ierofante, colui che mostra il sacro. La stessa tavola votiva[27] ci informa che il complesso del rituale orfico trovava il suo apice nel Telein, nel “condurre al telos”, ovvero allo “scopo”, e che il telos si raggiungeva per epopteia, per una “suprema visione” e comprensione che seguiva il tumulto emotivo provocato dalla celebrazione della liturgia.
Il telos, la suprema visione, è la visione della ricomposizione dell’unità originaria. Nelle megalografie pompeiane, Villa dei Misteri, è mostrato un giovane che si specchia in un kantaros retto da un Satiro (fig.9).

Sulla superficie del vino scorge riflessa la maschera di Dioniso che un altro personaggio tende alle sue spalle. E’ la rappresentazione della fase finale del rito che si conclude con l’assimilazione del mysta al dio.
“Che dice infatti la parola dei Filosofi? Conosci te stesso. Essa indica con ciò lo specchio spirituale ed intellettuale. Che è dunque questo specchio, se non lo spirito divino primordiale? Quando un uomo vi si guarda e vi si vede, distoglie il viso da tutto ciò che ha nome di demoni e di dei e, congiungendosi con lo Spirito Santo, diviene un uomo perfetto. Vede Dio che è in lui...”( M. Berthelot-XIX sec.).[28]
La Prudenza è munita di specchio (figure 10 e 11).


Nelle Dimore Filosofali di Fulcanelli, troviamo il commento sottile e profondo del monumento funebre voluto dal duchessa Anna di Bretagna (Sepolcro di Nantes). L’opera fu realizzata, con marmo di Carrara, da Michel Colombe per conservare i corpi dei genitori di Anna, il duca Francesco II e Margherita di Foix, nel primo decennio del XVI sec.; l’artista scolpì mirabilmente, agli angoli della tomba rettangolare, le quattro virtù cardinali. Le virtù cardinali, la cui iconografia è simbolica, si presentano provviste d’un duplice significato. Parallelo alla lettura morale e cristiana delle virtù cardinali, esiste un secondo insegnamento segreto che appartiene all’ambito materiale delle acquisizioni e delle conoscenze ancestrali.
Il serpente, il volto biforme di giovane donna e di vecchio, lo specchio sono gli attributi della Prudenza, divinità allegorica alla quale anche gli antichi attribuivano una testa con due visi. La mano sinistra tiene la base d’uno specchio mentre la destra regge le aste d’un compasso a punte. Un serpente, arrotolato su se stesso, sta spirando ai suoi piedi.
…Questa nobile statua è per noi una commovente e suggestiva personificazione della Natura, semplice, feconda, multipla e variata, sotto l’aspetto armonioso, l’eleganza e la perfezione delle forme con le quali essa riveste tutto, anche i suoi più umili prodotti. Il suo specchio è quello della Verità, e fu sempre considerato dagli autori classici come il geroglifico della materia universale, e, in particolare, noto tra essi come il segno della sostanza adatta alla Grande Opera. Soggetto dei Saggi e Specchio dell’Arte sono dei sinonimi ermetici che nascondono ai profani il vero nome del minerale segreto. I maestri dicono che in questo specchio l’uomo vede la natura completamente svelata. Grazie ad esso si può conoscere l’antica verità nel suo tradizionale realismo. Dato che la natura non si mostra mai direttamente ed apertamente al ricercatore, ma soltanto attraverso questo specchio che fa da intermediario o che conserva la sua immagine riflessa. E, per mostrare con precisione che si tratta proprio del nostro microcosmo e del piccolo mondo della sapienza, lo scultore ha eseguito lo specchio con una superficie a lente convessa, che possiede la proprietà di rimpicciolire le forme conservando le loro rispettive proporzioni. L’indicazione del soggetto ermetico, che contiene nel suo minuscolo volume tutto quello che è racchiuso nell’immenso universo, appare quindi voluta, premeditata, imposta da una necessità esoterica imperiosa, e la cui interpretazione è fuor di dubbio. Di modo che, studiando con pazienza questa sostanza primitiva e unica, particella caotica e riflesso del grande universo, l’artista possa acquisire le nozioni elementari d’una scienza incognita, penetrare in un ambito inesplorato, ricco di cose da scoprire, abbondante di rivelazioni, prodigo di meraviglie, e ricevere infine l’inestimabile dono che Dio riserva alle anime elette: la luce della saggezza. Cosí, sotto il velo esteriore della Prudenza, appare l’immagine misteriosa della vecchia Alchimia; e, dagli attributi della prima, siamo iniziati ai segreti della seconda.
…Si dice che il serpente sia per natura molto circospetto (e quindi attributo della Prudenza). Noi non contestiamo quest’affermazione (..siate dunque prudenti come i serpenti; Vangelo di Matteo), ma si converrà che questo rettile, rappresentato morente, dev’essere in questo stato per le necessità del simbolismo, perché la sua inerzia è tale che non gli permette di esercitare quella sua facoltà. Quindi è ragionevole pensare che questo emblema comporti un altro significato, assai distinto da quello che gli si dà.
…Lo specchio, firma infatti del minerale grezzo fornito dalla natura, diventa luminoso riflettendo la luce, cioè manifestando la sua vitalità con il serpente …che lo anima e muore cedendogli la propria vitalità. In alcune raffigurazioni, la Prudenza è ritratta con il serpente arrotolato allo specchio come fosse il caduceo di Hermes (figure 12-13), che è un geroglifico della Pietra Filosofale. Il duplice volto, la fanciulla ed il vecchio barbuto, ci informa della necessaria lega tra il soggetto ed il metallo prescelto.


L’interpretazione allegorica di questo particolare, è stata ricondotta, da molti autori, alla necessaria considerazione delle cose passate, e delle future insieme. Talvolta, la creatura bifronte è arricchita da un terzo volto (figura 14)

Dante afferma nel Convivio (IV, 27):
“Conviensi adunque essere prudente, cioè savio: e a ciò essere si richiede buona memoria delle vedute cose, e buona conoscenza delle presenti, e buona provvedenza delle future.”
In sostanza, l’esperienza incarna il senso essoterico dei volti della Prudenza, quello esoterico è legato al positivismo alchemico. I Maestri consigliano d’unire
“un vegliardo sano e vigoroso con una vergine giovane e bella. Da queste nozze chimiche, deve nascere un bambino metallico che riceve l’epiteto d’androgine”[29].
Il vecchio, esaurito il suo compito, dovrà poi cedere il posto ad un giovane. E’ quanto intendono insegnare Filalete e d’Espagnet quando dicono che “la nostra vergine può essere maritata due volte senza per questo perdere la sua verginità…”. A sua volta, il compasso ci fornirà le indispensabili indicazioni complementari, cioè quelle relative alle proporzioni”[30]
L’allievo di Fulcanelli, Eugène Canseliet, ci propone un approfondimento del tema dello specchio convesso nella fase finale dell’Opera al Nero. Il simbolo che ha stimolato le considerazioni del nostro amante della Dottrina si trova nel soffitto a cassettoni della sala delle guardie nel castello del Plessis-Bourré. Si tratta della “Sirena nera incinta” (figura 15):

“la sua nudità scende esattamente al pube, mentre i seni, giovani e piccoli, contrastano decisamente col ventre che sporge senza grazia in forma di emisfero, dilatato per il parto imminente. Il volume dell’addome è delineato dalla cintura frastagliata che sembra sostenere tutto l’apparato di una magnifica coda, che si innalza in un pennacchio opulento che ricorda solo da lontano la parte terminale del pesce. Questa infatti, nella nostra seduttrice, è ricoperta da lamine arrotondate che si sollevano come fronde. Da questo rivestimento spuntano pinne ventrali e caudali, composte da eleganti membrane cartilaginose, profilate da flessibili nervature… Maestosa, sorregge facilmente con la destra stretta sul sostegno di metallo uno specchio circolare di forte convessità in cui si osserva. Con la sinistra appoggia al ventre, come per nasconderlo, il pettine che integra lo specchio in mano alla sirena civettuola dai bei seni e dalle lunghe chiome”[31].
Sotto il profilo qui considerato, il “centro” dell’iconografia è sovrapponibile a quello del dipinto di Caravaggio “Marta e la Maddalena” (figura 16).

L’esoterismo di quest’opera non è facilmente leggibile, come parrebbe a prima vista. Il ventre sporgente di Maddalena ed il fiore d’arancio non alludono ad una discendenza carnale di Gesù che, secondo il Vangelo di Filippo, privilegiava Maddalena rispetto agli altri discepoli. Il fatto sarebbe misterioso e meraviglioso al pari di qualsiasi altro concepimento. E’, tuttavia, una Virgo Paritura che ha portato quasi a compimento lo sviluppo del proprio embrione metallico. La Dama, sovrana nel castello del Plessis-Bourré, osserva la propria nera bellezza nello Specchio dell’Arte, da lei sorretto, mentre Maddalena tiene una mano su uno specchio, nero, convesso, saturnale.
In entrambi i dipinti, lo specchio richiama la rotondità del ventre delle protagoniste, quello di Maddalena è sfiorato delicatamente dalla stessa mentre regge il fiore d’arancio. L’abito di Maddalena è nero; al di sotto indossa una veste bianca mentre le spalle sono coperte da un mantello rosso, regale, aperto sul corpetto. E’ vestita con i colori dell’Opera. Maddalena sta ascoltando la sorella Marta (Marte) mentre precisa le reiterazioni necessarie dell’uso dell’acciaio, ben affilato, per estrarre l’oro filosofale dalla materia segnata dalla Luce:
“Perciò i Maghi cercando più lontano uno zolfo attivo, lo cercarono e lo trovarono nascosto molto profondamente nella Casa di Ariete. Questo è assorbito con grande avidità dalla prole di Saturno, che è una materia metallica purissima, tenerissima, vicinissima al primo ente metallico, del tutto priva di zolfo in atto, e tuttavia pronta a ricevere lo zolfo. Per cui lo attira a sé come un magnete, lo assorbe e lo nasconde nel suo ventre, e l’Onnipotente, per ornare sommamente quest’Opera, vi imprime il suo sigillo regale“.[32]
Il pettine, che troviamo sia nella Sirena nera che nel dipinto di Caravaggio, qui accanto alla volatile cipria, riproduce la funzione del mercurio, spiega Canseliet:
“Infatti il fedele servitore attira a sé lo spirito del mondo – Spiritus Mundi; lo trattiene, lo blandisce, lo accarezza, per formare con lui quell’acqua secca che non bagna le mani in cui risplendono purezza e bellezza”.[33]
In genere, gli Adepti presentano le operazioni in modo controllato, oscuro ma tecnico; talvolta, descrivono l’intenso sconvolgimento ed il profondo turbamento che li assalgono nel corso delle Operazioni capitali; traducono la visione in immagini di forte impatto emotivo che descrivono il dramma della trasmutazione interiore, parallela a quella degli elementi nel crogiolo.
L’Angelo folgora con spada di fiamme, rompe l’ingresso proibito, frantumandolo in mille particole che sfuggono come scintille impazzite di anime dannate e riprese, in un perdono maledetto ed eterno di redenzione malvagia e ingannatrice. La Luce erutta da un vulcano diabolico, sale, ricrolla, si rapprende, sovrasta, raggrumata in un cristallo di magnifico fulgore che il marchio segna: manifesta l’inconoscibile perfezione dell’Immacolata Divina, fuori dal tempo, dallo spazio, dall’errore insensato. E’ il secondo mistero. (Paolo Lucarelli)[34]
Francesca BECONCINI 24 Agosto 2025
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