di Claudio LISTANTI
L’edizione 2026 del Rossini Opera Festival (ROF) è partita alla grande lo scorso 11 agosto con una apprezzabile edizione de Le Siège de Corinthe di Gioachino Rossini che giunge nella programmazione del festival dopo l’edizione del 2017. La rappresentazione di oggi assume un valore anche simbolico perché può essere considerata una celebrazione per il grande capolavoro a distanza di due secoli dalla prima assoluta avvenuta a Parigi il 9 ottobre del 1826.

Per questa occasione il ROF ha predisposto un nuovo allestimento affidato ad uno dei registi più in vista di oggi, Davide Livermore, e ad una valida compagnia di canto che aveva tra i protagonisti il soprano Vasilisa Berzhanskaya con la direzione di Carlo Rizzi. La recita ha conquistato il pubblico dell’Auditorium Scavolini e si è conclusa con un vistoso successo per la parte musicale ma con diverse disapprovazioni per la parte specificatamente scenica.
Le Siège de Corinthe può essere considerata un’opera fondamentale all’interno della produzione teatrale di Rossini. Con essa il compositore pesarese si presentò al giudizio dell’esigente pubblico parigino che aveva apprezzato la felice vena musicale de Il viaggio a Reims eseguito al Théâtre Italien di Parigi il 19 giugno 1825. Per conquistare definitivamente i favori del pubblico parigino era alla ricerca di un soggetto che ispirasse un’opera in lingua francese ed in linea con il gusto musicale di questa importante piazza europea.
Rossini aveva già preso in esame, nel 1824, il libretto de Le Vieux de la montagne, ou Le paradis de Mahomett di Victor-Joseph-Étienne de Jouy, la cui prima era programmata per i primi mesi del 1826. Il progetto però slittò di qualche anno è fu poi annullato a seguito della decisione di Rossini di abbandonare il teatro d’opera. Nel frattempo, però, il pesarese decise di riproporre per il pubblico parigino una revisione di Maometto II, andato in scena a Napoli nel 1820 che non aveva avuto pieno successo nonostante le innegabili novità stilistiche e drammaturgiche che l’opera conteneva.
Per la creazione del libretto era stato incaricato l’accademico Alexandre Soumet mentre la nuova opera doveva chiamarsi Mahomet II oppure Mahomet et Irène. Siamo nel 1825 e nel mese di dicembre questa iniziativa naufragò per cause non ancora accertate. Come accade tante volte nella vita dei grandi artisti eventi contrari si trasformano in vere e proprie opportunità.

In questo caso la Francia di quegli anni rimase scossa dagli eventi della guerra d’indipendenza greca e dell’assedio di Missolungi da parte dell’esercito ottomano durato diversi anni che vide l’eroismo dei greci opporsi coraggiosamente alle orde ottomane fino all’estremo e drammatico sacrificio che li costrinse a soccombere.
Parallelamente a questi fatti in Francia nacque un vistoso movimento filellenico che scosse gli animi di tutti tra i quali anche Rossini ed il librettista Luigi Balocchi. Siamo già a 1826 inoltrato e i due, con l’aiuto de Alexandre Soumet, provvidero a riprendere il progetto del rifacimento di Maometto II per adattarlo a questa nuova ispirazione. La cornice ‘veneziana’ di Maometto II e la rivalità tra Veneziani e Turchi immaginata da Cesare Della Valle duca di Ventignano tratto dalla sua tragedia Anna Erizo assieme alla caduta di Negroponte del 1470 viene così trasferita nel mondo della civiltà greca nella Corinto conquistata da Mehmed II nel 1458. Si narra una storia a carattere eroico ma dai contorni ideologici che si conclude con il sacrificio del popolo greco assieme a quello personale di Pamyra che si uccide per la sua scelta di aver favorito Mahomet al pretendente Néoclès.

Si tratta di un rifacimento complesso, perché la struttura innegabilmente ‘italiana’ di Maometto II viene praticamente ‘scomposta’ per essere riadattata alla nuova drammaturgia orientata verso il significato eroico piuttosto che su quello ‘passionale’. Oltre a sostituire la parte en travesti di Calbo e trasformare alcune parti di Maometto II del 1820 che hanno influenzato principalmente i primi due atti si arriva ad un terzo atto dove numerosi sono i brani nuovi di zecca e l’opera vira decisamente verso uno stile più vicino a quello francese del quale fu rispettata anche l’usanza di un Divertissement nel secondo atto. Un rifacimento con il quale Rossini, in definitiva traghetta la Tragedie Lyrique in un prototipo del futuro grand opéra.
Con le Siège, nata grazie all’ispirazione ai contenuti filellenici della società di allora, ci troviamo di fronte ad un evento dai caratteri ‘politici’ e si può conseguentemente dire che uno dei pochi esempi di un’opera legata all’attualità storica.
La prima assoluta avvenne al Théâtre de l’Académie Royale de Musique di Parigi il 9 ottobre 1826 e si concluse con un successo che le consentirono di avere molte rappresentazioni fino allà metà dell’800 nonostante Rossini produsse per Parigi altre grandi opere come Moïse et Pharaon, ou Le Passage de la mer Rouge e Le compte Ory, entrambi rifacimento di Mosè in Egitto e de Il Viaggio a Reims oltre allo stupendo Guillaume Tell che concluse l’attività operistica di Rossini.
L’edizione critica e i punti fondamentali de Le Siège.
Le Siège de Corinthe andò incontro, con le recite successive alla prima, alla consueta prassi in atto all’epoca, di diversi aggiustamenti che ne hanno compromesso la struttura originale ma confermando sempre il successo della prima che ha conservato fino al 1844 con circa centodieci repliche. Numerosi furono gli interventi di corruzione dell’originale che scalfirono la sua compattezza. Non il taglio di una parte del pregevole Divertissement, ma anche una inspiegabile semplificazione del finale. La partitura stampata dall’editore Troupenas riporta la maggior parte dei numeri abbreviati con il sacrificio di più di quattrocento batture. Dal 1835 l’opera fu rappresentata mancante del finale primo e di tutto il Divertissement. Questa, era una prassi diffusa all’epoca alla quale non sfuggì neanche il Guillaume Tell e che comunque non scalfì il successo dell’opera.

Un’altra particolarità è quella che oggi non disponiamo della versione originale. Manca sia l’autografo completo, tranne alcuni frammenti rinvenuti in diverse biblioteche ma, anche, la copia dell’atelier de copistes dell’Accadémie, sulla quale si producevano le parti per strumentisti e solisti.
Ricostruire la versione originale è stato del tutto complicato, come evidenzia Damiens Colas Gallet curatore dell’Edizione critica della Fondazione Rossini di Pesaro in collaborazione con Casa Ricordi di Milano, le cui note pubblicate sul programma di sala hanno dato spunto alle nostre considerazioni. Si è reso necessario un lavoro continuo e certosino che ha permesso di giungere con una certa precisione a ricostruire la versione originale già rappresentata l’esecuzione completa al ROF nel 2017 ed oggi 2026 riproposta in un nuovo allestimento. Lo studioso è partito dalla citata edizione abbreviata del 1835 provvedendo a riportare alla luce gli strati più antichi celati da ‘collettes’ e cuciture senza tralasciare nessun documento che consentisse di ripristinare la partitura originale per orchestra, solisti e triplo coro che consta di più di quattromila misure.
Questo lavoro ci ha consentito di godere de Le Siège de Corinthe nella sua struttura originale restituendoci la magnificenza e la grandiosità di un capolavoro di stile francese. Quello che più colpisce di quest’opera è la coralità e l’abbandono progressivo delle caratteristiche dell’opera italiana alla quale apparteneva Maometto II del 1820 con una virata verso quel declamato espressivo che sarà ancora una specialità italiana e che si concretizzerà nel corso dell’800. Le tracce dell’originale Maometto II sono ancora evidenti nei primi due atti per lasciare il posto nel terzo ad una nuova ed efficace forma di grande effetto teatrale. Grandiosa è la benedizione delle bandiere alle quali il sacerdote Hiéros appende le palme del martirio (Au nom du Dieu qui vous inspire) e la successiva profezia della visione di una Grecia libera e felice con il declamato di Hiéros che si sovrappone e si fonde con il coro per esaltare l’ultima disperata azione dei Greci a difesa della loro patria.

Siamo nel 1826 quante situazioni del genere si riproporranno ad esaltare le sensibilità del pubblico che affollava i teatri d’opera!
Anche il personaggio di Pamyra risulta più incisivo rispetto ad Anna del precedente Maometto II. In Le Siège è il principale personaggio che pone in evidenza un contrasto interiore più intenso e travagliato per la scelta amorosa (Néoclès e Mahomet II) e più energico per la decisione finale di seguire i suoi connazionali e di togliersi la vita per il tradimento consumato verso di loro. A lei Rossini dedica l’aria del secondo atto Ô patrie infortunée! mentre l’aspetto più straordinario è la vocalità del personaggio Pamyra impegnato sempre in pezzi d’insieme per valorizzare quella che è la dote fondamentale di quest’opera, la coralità.
L’esecuzione musicale.
Per realizzare un’opera come Le Siège de Corinthe è necessaria una compagnia di canto composta da interpreti di particolare spessore. Tra di essi la parte del leone è affidata al personaggio di Pamyra, qui affidato al soprano russo Vasilisa Berzhanskaya in possesso di una vocalità affascinante considerando anche che affronta con disinvoltura anche il repertorio di mezzosoprano. Il ruolo di Pamyra fu scritto per Laure Cinti-Damoreau cantante che all’epoca godeva della stima incondizionata di Rossini che la volle come prima interprete dei suoi ultimi capolavori, oltre a Pamyra la Contessa di Folleville ne Il viaggio a Reims, Anaï nel Moïse et Pharaon, Contesse de Formoutiers de Le Comte Ory e Mathilde in Guillaume Tell.

La Berzhanskaya è apparsa sicura nelle emissioni e nelle sfumature regalandoci una interpretazione che è cresciuta di intensità con il procedere della recita sempre svettante nei numerosi pezzi d’insieme nei quali il personaggio è impegnato in tutto il corso dell’opera ottenendo al termine un meritatissimo successo personale.
Nelle altre parti Mahomet era il basso rumeno Adrian Sâmpetrean cantante di grande esperienza con l’occasione debuttante al ROF, che ha interpretato con sicurezza il ruolo che nell’economia generale dell’opera ci sembra che Rossini non abbia dato il risalto del precedente Maometto II. Le due parti da tenore, Cléomène e Néoclès alla prima assoluta sostenute, rispettivamente, da Louis Nourrit padre e il figlio Adolphe Nourrit, il più famoso, che con Rossini fu anche il primo Aménophis in Moïse et Pharaon, il ruolo del titolo de Le Comte Ory e Arnold Melchtal in Guillaume Tell, sono state qui affidate a Matteo Roma e Maxim Mironov. Entrambi di buon livello e di provata esperienza per Rossini hanno sostenuto con sicurezza le parti. Il ruolo di Hiéros, importante soprattutto per lo splendido finale è stato sostenuto dal basso spagnolo Simón Orfila sapendo dare al personaggio il giusto risalto. Negli altri ruoli il cinese Tianxuefei Sun Adraste, il baritono milanese Giuseppe De Luca Omar e il mezzosoprano di Sora Anna-Doris Capitelli Ismène, tre cantanti che hanno partecipato a diverse produzioni del ROF, quindi con la necessaria esperienza per rendere a dovere i ruoli a loro affidati.

Menzione particolare per il Coro del Teatro Ventidio Basso di Ascoli Piceno diretto da Pasquale Veleno che ha sostenuto la difficile e complessa parte riservata al coro per un’opera che ha nella coralità il suo aspetto fondamente ruolo che ha sostenuto con particolare efficacia. La direzione dello spettacolo è stata affidata al Carlo Rizzi che ha guidato l’Orchestra del Teatro Comunale di Bologna riuscendo a dare allo spettacolo il giusto spessore musicale. Nonostante un avvio un po’ incerto e discutibile, la sua conduzione è cresciuta di livello con il procedere della recita riuscendo ad essere del tutto convincente nel grandioso finale.
La realizzazione scenica.
Concludiamo con la realizzazione scenica affidata a Davide Livermore che ha costruito la sua realizzazione abbandonando il tema principale dell’opera, Mahomet II contro i Greci, orientando la rappresentazione verso una sorta di contrasto tra la modernità (suggerita da Mahomet) e la bellezza del classicismo del passato (I Greci). L’azione non è più ambientata a Corinto ma all’interno di un magazzino di un museo dove si preservano i capolavori del classicismo greco. L’assediante è la modernità, Corinto l’ideale della classicità.

La scena era ingombra di diversi elementi. Ci sono statue greche, diverse casse che custodiscono capolavori. Al centro una sorta di scatola magica che si apre per far vedere video inerenti alla classicità con frammenti del mondo greco, immagini, presenze e memorie. Corinto custodisce il passato ma progressivamente è circondata da cocci, rifiuti e rovine, simboli (forse) del degrado che affligge l’umanità tutta.
Questo che diciamo è per riferire al lettore quel che abbiamo visto e che ci trova in disaccordo con questa visione perché travalica il contenuto dell’opera rispetto al quale questa lettura risulta del tutto avulsa.
Per la realizzazione parte visiva dello spettacolo determinante è stata la professionalità di D-Vok per gli interventi video ed Eleonora Peronetti, Paolo Gep Cucco e lo stesso Livermore per le scene assieme a Gianluca Falaschi per le scene e Nicolas Bovey per le luci che hanno saputo lavorare per realizzare quanto concepito dal regista per questa realizzazione.

Concludiamo la parte visiva citando il Divertissement, elemento fondamentale per le recite dell’opera di stile francese, solitamente espunto in realizzazioni di opere di questo repertorio. L’occasione ha dimostrato che non sono un ‘corpo estraneo’ rispetto al resto dell’opera come spesso i registi dichiarano apertamente ma parte integrante dello spettacolo. Quindi va dato merito della scelta alla direzione di Livermore e per l’affidamento della coreografia alla marchigiana Erika Rombaldoni che con l’occasione ha debuttato al ROF, che ha concepito una coreografia piacevolmente ‘moderna’ basata sulle vicende personali di Pamyra ed in linea con i contenuti estetici della regia. Per noi è stata uno dei vertici dello spettacolo, una belle e inattesa sorpresa per la quale vogliamo dare merito ai danzatori citandone tutti i loro nomi: Sara Barbieri, Kevin Bhoyroo, Sofia Cagnetti, Sara Catellani, Lucia Cinquegrana, Arianna Lenti, Selene Scarpolini e Alessandro Trazzera.
Il Divertissement è stato a lungo applaudito dal pubblico con coreografa e danzatori osannati nel tableau finale che ha concluso la recita con il pubblico ha mostrato un evidente gradimento tributando applausi per tutti gli interpreti ma mostrando, al contempo, diversi dissensi per la realizzazione scenica.
Claudio LISTANTI Roma 18 Agosto 2026
