di Nica FIORI
Eugene Berman (San Pietroburgo 1899 – Roma 1972), noto come pittore, illustratore e scenografo di formazione cosmopolita, fu anche un grande viaggiatore e un colto collezionista di manufatti di varia provenienza (dall’Egitto all’Etruria, dall’Africa all’America precolombiana), che spesso si intrecciano alla sua pratica artistica in un profondo e affascinante dialogo, come nel caso del coperchio di sarcofago con figura maschile adagiata su una kline (terracotta, probabilmente da Tuscania, II secolo a.C.), esposto al di sotto di un suo dipinto intitolato Il sarcofago etrusco (1971) nella mostra “Passeggiate immaginarie. La collezione rivelata e l’opera riscoperta di Eugene Berman (1899 – 1972)”, ospitata nel Museo Archeologico Nazionale dell’Agro Falisco e Forte Sangallo di Civita Castellana (VT).

L’esposizione, che avrebbe dovuto chiudere i battenti il 30 giugno, è stata prorogata fino al 6 settembre 2025, offrendo ancora per un po’ la possibilità di immergersi nell’universo visionario di Berman. Curata da Elisabetta Scungio, Sara De Angelis e Monica Cardarelli (autrice di una monografia in due volumi sull’artista nonchè di vari interventi che ne hanno rilanciato la figura, ad es. cfr https://www.aboutartonline.com/al-via-a-civita-castellana-una-mostra-evento-dedicata-ad-un-vero-maestro-del-900-ne-parla-ad-about-art-monica-cardarelli-autrice-della-pubblicazione-dedicata-allartista/ ) , questa mostra offre una panoramica inedita su Eugene Berman, attraverso una selezione di opere significative dell’artista, affiancate da alcuni dei pezzi più rappresentativi della sua collezione, per poter comprendere meglio la sua ricerca estetica e intellettuale. L’iniziativa da un lato valorizza i tesori della collezione Berman, conservati nei depositi del museo, dall’altro permette di riscoprire un artista importante a livello mondiale, oltretutto innamorato dell’Italia, tanto da giungere a dichiarare in un’intervista che rilasciò nel 1972, poco prima di morire:
“Ho sempre desiderato andare in Italia. L’Italia per me era una sorta di terra promessa”[1].

Dalla sua biografia apprendiamo che la vocazione cosmopolita di Eugene inizia presto, quando tra il 1908 e il 1913 studia in Germania, Svizzera e Francia. Tornato in patria, vi rimane solo qualche anno perché nel 1917 viene arrestato per la sua opposizione alla rivoluzione bolscevica e rilasciato poco dopo a condizione di lasciare definitivamente la Russia. Cosa che fa con la famiglia trasferendosi a Parigi, dove segue corsi di pittura e partecipa a esposizioni, insieme al fratello Leonid e ad altri artisti, con i quali forma il gruppo dei “neoromantici”. Negli anni ‘20, in seguito ai primi viaggi in Italia e all’incontro con Giorgio de Chirico, inizia a dipingere paesaggi metafisici che ricreano le rovine antiche, le architetture palladiane e barocche, le spopolate pianure della Campagna Romana, le colline dove vissero gli Etruschi, l’aspra e assolata terra di Sicilia.
Nel corso di una mostra del 1926 le sue opere vengono notate dal gallerista newyorkese Julien Levy che, dopo avergli dedicato diverse esposizioni, lo invita a trasferirsi a New York, dove Berman giunge definitamente nel 1939. Ed è negli Stati Uniti che, oltre a continuare l’attività pittorica, ottiene uno straordinario successo come scenografo e costumista per l’Opera e il Balletto.
Nel 1957 Berman preferisce stabilirsi a Roma, anche per cercare conforto in seguito al suicidio dell’amatissima moglie Ona Munson (1909-1955), attrice hollywoodiana sposata nel 1950, celebre soprattutto per il suo ruolo di Bella in Via col vento. La perdita di Ona fu per l’artista assolutamente devastante, come si legge in una lunga lettera inviata al pittore e amico Fabrizio Clerici:
“Vivo come in un sogno terribile ma so che tutto è vero, che non c’è risveglio o ritorno, che oramai sono e sarò solo …”.


Nel suo vasto appartamento romano con terrazza, che aveva preso in affitto nel Palazzo Doria Pamphilj (in via del Plebiscito), Berman allestisce una casa-museo per ospitare degnamente la sua collezione, che negli anni raggiunge oltre tremila pezzi. La collezione alla sua morte viene donata allo Stato italiano con la clausola di esporla al pubblico, e ora, dopo una serie di complesse vicende, si trova in gran parte nei magazzini del Museo di Civita Castellana.
Le opere selezionate per la mostra sono di grande valore storico e culturale: sono state scelte con cura e attenzione, così da offrire un’interessante chiave di lettura per comprendere la complessità degli interessi intellettuali di Berman. Assolutamente apprezzabile è l’allestimento, con didascalie e pannelli esplicativi ben leggibili, installazioni multimediali e suggestive ricostruzioni della casa-museo dell’artista, tra cui la sua scrivania e la soprastante parete con numerose immagini della moglie. Le sale espositive si trovano, come le altre del museo ospitante, al piano nobile del Forte Sangallo, in quello che era l’appartamento di papa Alessandro VI Borgia.


Il primo manufatto che accoglie i visitatori nella prima sala è una scultura in legno intagliato del XIX secolo proveniente dalla Costa d’Avorio, collocata a vista sul pavimento, alle spalle di una fotografia gigantesca che ritrae Berman con la stessa scultura. Raffigura una scimmia, o meglio Mbra (o Gbreke), spirito scimmia della cultura baulè. Come si legge nella didascalia, queste sculture sono usate dai divinatori Baulè per proteggere il villaggio dagli spiriti malevoli della foresta; sono tenute nascoste alla vista e “nutrite” con uova e sangue di animali.
Dal Perù proviene un pannello con bassorilievo in legno intagliato e dipinto (XI-XIV secolo), forse elemento decorativo di un’architettura. Raffigura un volto umano stilizzato; appare eccezionalmente ben conservato, grazie all’aridità del deserto costiero del Perù settentrionale, dove fiorirono le culture chancay e chimù.

In una vetrina a parte, insieme a una macchina fotografica, a un taccuino e a un album di viaggio, è esposto uno dei pezzi più belli della sua collezione: una maschera funeraria egizia (alta cm 42) in cartonnage stuccato e dipinto, di epoca tardo tolemaica. Questa maschera, già portata alla ribalta anni fa in occasione della mostra “Egizi Etruschi. Da Eugene Berman allo scarabeo dorato” (presso la Centrale Montemartini di Roma), ci colpisce per la colorazione in oro e blu, che identifica il defunto con il dio Sole (Ra) dal corpo d’oro e i capelli di lapislazzuli. Nel volto, incorniciato dalla parrucca tripartita, risaltano gli occhi delineati e allungati in nero secondo l’uso egiziano di truccarli con il kohl (come tuttora fanno le donne nordafricane), che s’inseriva in un rito di purificazione e rinnovamento delle forze vitali. Grande importanza viene data anche all’ampia collana del defunto con otto giri di pendenti alternati a motivi floreali e geometrici.

Un’altra maschera egizia in legno, forse parte del coperchio di un sarcofago, è databile al XIV-XI secolo a.C. (Nuovo Regno). Il volto del defunto è caratterizzato da una bassa acconciatura sulla fronte e da un leggero sorriso; alla base del collo è ben visibile il giro del pettorale.
È esposta insieme a due maschere africane, una delle quali è accompagnata da un disegno sul foglio di un taccuino, in cui si legge la cifra di acquisto di 650 franchi svizzeri. Raffigura uno spirito della foresta in forma di animale, con doppia cresta, attribuibile alla produzione delle culture bobo e winiama del Burkina Faso del XIX-XX secolo.
Ciò che si è voluto maggiormente evidenziare, in effetti, è l’ecletticità della collezione di Berman, come si vede anche da una grande credenza con numerosi oggetti disposti simmetricamente, che vuole ricreare la disposizione degli stessi nella casa dell’artista: una scelta basata su criteri estetici e non geografici o cronologici. Tra gli oggetti esposti, alcuni di quelli più antichi provengono dall’Iran, in particolare una statuetta femminile in terracotta, dalla marcata steatopigia, legata a culti di fertilità e riconducibile alla cultura di Amlash (Iran settentrionale, X-VIII secolo a.C.).



Perfettamente in sintonia con il luogo ospitante, in quanto proveniente dall’Agro Falisco, è un sostegno per vaso da banchetto in ceramica d’impasto (VII secolo a.C.), con una ricca decorazione plastica.
Berman aveva coltivato la sua passione per il collezionismo fin da ragazzino, quando accompagnava il fratellastro Anatole a caccia di antichità. Fin dagli anni parigini (1919-1935) aveva iniziato a collezionare oggetti d’arte, scovati nelle aste e nei mercatini delle pulci, ma è solo nell’ultima parte della vita che si dedicherà a tempo pieno alla sua collezione, dopo essersi stabilito definitivamente a Roma.

A differenza di altri collezionisti suoi contemporanei, Berman preferiva le ceramiche etrusche più antiche, in bucchero o impasto, alle ceramiche figurate, e gli oggetti etnografici moderni appartenenti a quella che all’epoca era definita “arte primitiva”. Spinto dalla sua profonda cultura, si avvicinò anche all’arte sacra del cristianesimo latino e ortodosso, e perfino alle scienze naturali, collezionando numerosi fossili, conchiglie e minerali.
Una parte della mostra è dedicata alla sua attività di scenografo, che esercitò dagli anni ’30 fino alla morte, non solo in America, ma anche in Europa. In Italia si ricordano, in particolare, le sue scenografie del Ballet Imperial di Čajkovskij alla Scala di Milano nel 1952 e Così fan tutte di Mozart alla Piccola Scala nel 1956. Per l’attività teatrale Berman disegnava una quantità impressionante di bozzetti, con innumerevoli varianti; seguiva tutto il lavoro, dal progetto alla pittura dei fondali, curando ogni più piccolo dettaglio.

Numerosi sono i disegni di varia natura, tra cui due progetti per una fontana di Spoleto (1966 e 1969) e i biglietti di auguri per Ona Munson realizzati ad acquerello e china. Un piccolo focus è dedicato anche alla musica, con vinili della collezione di Berman, un disegno che ritrae Igor Stravinskij e taccuini con schizzi per il Pulcinella dello stesso Stravinskij.


Particolarmente affascinante è la sezione dedicata alle opere pittoriche, che comprendono paesaggi per lo più dipinti a olio, come Muri di Roma alla sera del 1954, La Grande Piramide al tramonto (1966) e Bassorilievi rupestri nubiani (1966), Napolitana (1967) e La foce dell’Arno (1968), personaggi mitici (Narciso e Medusa al tramonto, entrambi del 1968), nature morte (Natura morta con limoni, 1969), e perfino un affascinante dipinto intitolato Marmoridea (senza data).




Nelle sue opere c’è molto di più di quello che appare, perché “l’artista deve saper guardare oltre le apparenze”, come egli stesso spiegò nel suo scritto “Appunti per un autoritratto” (1959):
“Queste non sono vedute dal vero, ricordi di certi luoghi e monumenti o vedute illusionistiche, come li dipingevano i vedutisti di Venezia per i turisti del Settecento, (e come li dipingevano bene però!). Pensate piuttosto alle composizioni del Poussin o del Claude, a quelle visioni eroiche di monumenti romani più inventati che veri, a quei porti di mare impossibili dove sbarcano i personaggi di Omero o di Virgilio, vestiti alla moda ‘antica’ del tempo, a quelle elegie dipinte della campagna romana esistita solamente nella mente del pittore lorenese (…) Pensate alle stupende incisioni delle carceri di invenzione del Piranesi e ad altri fantastici fogli suoi, e non cercate più di identificare luoghi, posti e monumenti nella mia pittura, e non vi chiedete se sono veramente vedute esatte di cose esistenti”.
Il suo vero lavoro consiste nell’accettare un certo universo visivo, poetico e stimolante, o almeno le parti che gli sembrano tali, per poi smembrarle poeticamente e quindi procedere a una nuova creazione, a un’invenzione. Egli si sente, pertanto, pittore, scenografo e soprattutto “inventore”.
Corrado Cagli, in occasione della prima mostra romana di Berman, che si tenne nel 1949 nella Galleria dell’Obelisco in via Sistina, lo definì un
“maestro complesso e profondo, autore di tele indimenticabili e disegni stupendi. Un artista sostenuto da una vasta cultura all’italiana”.
Ma, oltre alle sue visioni immaginarie, nelle sue opere sono evidenti anche delle “passeggiate (non) immaginarie”, proprio per la presenza di architetture concrete, osservate nei suoi viaggi, soprattutto in Italia.
Instancabile viaggiatore, fin da bambino Berman ascoltava incantato i racconti del fratellastro Anatole, ricco bohémien che viaggiava spesso in Italia, soprattutto a Venezia. Eugene, in realtà, già studiando e ammirando le architetture degli italiani a San Pietroburgo, si era infatuato dell’arte italiana e desiderava recarsi alla fonte del classicismo palladiano, a Verona, a Vicenza, alle ville sul Brenta. In Italia, Berman ripercorre una sorta di Grand Tour contemporaneo, dal Veneto fino alla Sicilia, che tanto influenzerà il suo immaginario.
In seguito, a partire dagli anni Quaranta, Berman compie numerosi viaggi in Europa e in America, sia per soddisfare la sua curiosità artistica, sia per il suo lavoro di scenografo. Resta affascinato dal Messico, di cui restano numerose tracce negli acquisti della sua collezione. La sua curiosità lo spinge poi ad esplorare anche l’Africa, soprattutto l’Egitto e la Libia.
La sua vita in costante movimento è documentata da un’incredibile quantità di disegni e taccuini, ma anche nelle fotografie scattate in viaggio: immortalare paesaggi e persone con la macchina fotografica diventa nel tempo una vera passione, che si aggiunge a quella del collezionismo.
Nica FIORI 27 Luglio 2025
Museo archeologico nazionale dell’Agro Falisco e Forte Sangallo, Civita Castellana (Viterbo)
Orari di apertura: dal martedì alla domenica, 8.30-19.00 (ultimo ingresso ore 18.00).
Per informazioni: telefono +39 0761 513735, e-mail drm-laz.civitacastellana@cultura.gov.it
NOTA
