di Michele DOLZ
Michele Dolz è nato in Spagna nel 1954. Trasferitosi da giovanissimo in Italia, vive e lavora a Milano. È dottore in Storia dell’Arte, ha insegnato per vent’anni all’Università della Santa Croce a Roma e ha pubblicato numerosi libri e articoli su temi di arte e spiritualità. Pittore egli stesso, ha esposto in diversi paesi. http://www.micheledolz.it
È tanto romantico immaginare Giovanni Battista Cavalcaselle percorrendo a fine Ottocento chiese e palazzi di mezza Italia a caccia di opere d’arte antica da inventariare e studiare. Era bravo nel disegno e riempì quaderni e taccuini di schizzi che fissavano la memoria. Se solo avesse avuto una macchina fotografica veloce come le nostre! L’impresa di quest’uomo, che poi si unì a Joseph Archer Crowe, è titanica e suppone un primo, fruttuoso tentativo di riconoscere e classificare.
Ma eravamo nella prima fase della storia dell’arte: sapere che cosa è stato prodotto e cercare somiglianze e differenze. È il che cosa, ovvero l’iconografia.
Poi arrivarono grandi studiosi che, sempre nel livello del che cosa, lavorarono molto efficacemente sui valori estetici: studio della composizione, dei colori, ma anche delle influenze, dipendenze, derivazioni, scuole. Cito solo due giganti che ancora oggi noi storici usiamo: Bernard Berenson e Roberto Longhi.
Ma contemporaneamente fiorì, prima in Germania poi in Italia, il genio di Aby Warburg e la sua scuola. Nel 1902 pubblicò ad Amburgo Bildniskunst und Florentinisches Bürgertum, (tradotto in italiano col titolo Arte del ritratto e borghesia fiorentina). Si vede subito che era un altro approccio: mettere l’opera a contatto coi suoi committenti. Ci si avvicinava al come. Figlio della scuola di Warburg fu Erwin Panofsky e con lui entriamo già nell’ambito della iconologia. Nel perché. Per esempio, che cosa voleva il committente orinando quell’opera? Qual è la letteratura laica o religiosa che ha ispirato l’artista? Aveva qualche consigliere? Che effetto faceva quando era su un altare o in una sala del trono?
Queste e tante altre domande collocano l’opera nel suo contesto originale, che non era certo un museo. E benché non arriveremo mai a percepirla come gli spettatori di allora, abbiamo molti più mezzi per avvicinarci al suo respiro autentico. Questa è la iconologia.
Le opere più difficili oggi sono quelle religiose, perché vivono di tradizioni, dogmi, liturgie e costumi che la nostra cultura non riconosce più. Analogamente, benché più facile, per i soggetti mitologici. Lo stesso Warburg fece un brillante lavoro con gli affreschi di Palazzo Schifanoia a Ferrara. E venendo ai nostri giorni non si può tacere il contributo di Thimoty Verdon, che ha proposto una nuova ermeneutica per le opere religiose.
Detto così potrebbe sembrare «cosa da studiosi». Invece Rodolfo Papa, storico dell’arte che non ha bisogno di presentazione, ha portato l’iconologia al mezzo più popolare che c’è: la televisione generalista.
In un breve programma che conta già decine e decine di puntate ci racconta l’arte antica e moderna, religiosa o no, anche se va riconosciuto che la maggior parte di quella antica è religiosa. Papa non si impone con discorsi perentori, non polemizza con nessuno, semplicemente ci aiuta a guardare e ci riporta gli elementi storici necessari alla comprensione. E così passa da Giusto de’ Menabuoi a Mark Rothko con lo stesso amore.
Gira per le chiese con la squadra altamente professionale della Rai e va componendo quella che domani sarà una storia dell’arte audiovisiva, con un linguaggio contemporaneo e una gran profondità iconologica ma alla portata di tutti.
Michele DOLZ Roma 26 Ottobre 2025

