di Carla GUIDI (Foto di Valter Sambucini)
Ho conosciuto il Maestro Alberto Manzetti dopo essere stata catturata da un suo dipinto, esposto in una delle grandi mostre organizzate dal Maestro Massimo Pompeo al Liceo Scientifico G.B. Grassi di Latina.

Approfondirò, in un prossimo articolo, questo originale e doveroso progetto, che ha collegato l’Istituto scolastico alla cultura artistica contemporanea di tutto il Mediterraneo. Un riferimento è qui – https://www.aboutartonline.com/segni-x-libri-un-viaggio-attraverso-il-pensiero-i-libri-e-la-lettura-10-aprile-19-dicembre-liceo-g-b-grassi-latina/ –
Questo sorprendente quadro dicevo, mi ha talmente incuriosito da chiedere a Massimo Pompeo di presentarmi l’autore per intervistarlo, riconoscendo quindi in lui un artista che con una serena determinazione non nasconde il forte legame emotivo con il suo “lavoro artistico” e l’evidente coerenza del simbolismo adottato nelle sue opere.
Bisogna anzitutto dire che è molto amato ed apprezzato dalla critica ma soprattutto dal pubblico, un artista che non ha avuto mai problemi a vendere le sue opere. Cosa ancor più sorprendente oggi, un’epoca in cui il messaggio dell’arte sembra aver perso molto spesso significato e ragion d’essere, se non la funzione di un incoerente ed ansioso investimento, senza emozioni e senza passioni.
Le sue composizioni invece continuano a parlare un linguaggio visivo diretto, trasmettono una magia positiva, un messaggio complesso, un desiderio realizzato in immagini di riscatto dell’umanità più sensibile, che non rinuncia alla cultura attiva nel sociale ed ai propri sogni di un futuro migliore. Non sono riuscita, in questo primo incontro, a mettere i titoli e le date dei dipinti che sono compostamente appuntati, non sempre, dietro la tela. Essi fanno parte di filoni con un titolo che li comprende, “città utopiche” del 2012 e 2013, “città siderali” del 2015, poi contraddistinti da un numero. Mi è sembrato giusto quindi lasciare aperto un discorso che continua, in attesa di un approfondimento successivo.

Proprio in questi giorni ho letto un libro che mi dà occasione di riportare riflessioni sul tragico destino dell’umanità, se non sappiamo fermarci e rivedere le nostre posizioni. Se l’epoca delle illusioni è finita davvero – il famoso e problematico Postmoderno trasformatosi in un agghiacciante Ipermoderno – bisogna pensare a nuovi paradigmi e non rimanere attaccati alla delusione, alla rabbia, al lutto. Soprattutto occorre guardarsi intorno ed evitare il trionfo della chiusura in se stessi, per paura, per una tragica sensazione di impotenza che ci rende ancor più vulnerabili. Tutto questo è allarmante per dignità degli esseri umani ed incide sulla salute psicofisica di individui già resi disorientati dalla disomogeneità delle regole e dall’insufficienza di riferimenti culturali stabili, in un circolo vizioso tra autoreferenzialità difensiva e fragilità identitaria.
“Contro la società dell’angoscia. Speranza e rivoluzione” di Byung-Chul Han (Einaudi editore 2025) è un libro che rivaluta il concetto di “speranza”, che non è passività ma soprattutto azione interiore, l’urgenza dell’utopia come forza creativa e trainante; da lì dobbiamo ripartire ed è questo anche il messaggio che ci trasmettono le opere del Maestro Manzetti –
“sperando ci si solleva al di sopra del cattivo presente (…) La speranza porta con sé una grande mitezza, un sereno abbandono, anzi una profonda gentilezza perché non estorce niente. Secondo la calzante formulazione di Nietzsche. È uno stato d’animo fiero e mite” –

Così ci sorprendono e amiamo queste composizioni soprannominate “città utopiche” o “città siderali”, dove fantastiche dimore, colonne di abitazioni improbabili, coloratissime, nate da un impulso ineludibile e rappresentate come un insieme di fragili costruzioni della memoria, vengono “sanate”, idealizzate e portate in alto da palloncini, a volte aquiloni, a volte farfalle. Nel dipinto “la città dei Kites è salva” del 2009, si vedono anche due figurine umane che, per mezzo di fili collegati a paracaduti dinamici, volano in alto, trascinano con loro un piccolo paese colorato … Oppure sono città che diventano vele, che navigano su di un mare ancora misterioso ma denso di fantasmi, casette che diventano pesci che emergono curiosi e desiderosi di qualcosa che assomiglia alla voglia di bene, di armonia, di pace – e non ha caso Manzetti ha messo in calce in una sua brochure una frase di Giuseppe Tornatore da Nuovo cinema Paradiso, che per esteso suona così – “Qualunque cosa farai, amala – come amavi la cabina del Paradiso quando eri picciriddu.”
Anche sul colore e sui materiali c’è da dire che il Maestro utilizza colori acrilici ed usa coprire la tela di un colore scuro, nero in prevalenza, notturno a rappresentare il contesto onirico, poi traccia linee geometriche che fanno da sponda ai residui diurni, i pensieri, le preoccupazioni e le esperienze della veglia, che rappresentano il contenuto manifesto del sogno, e su queste sponde i colori si raccolgono in ampolle geometriche colorate che insieme realizzano l’azione, a volte entro riquadri più grandi, un quadro nel quadro, oppure come all’interno di un caleidoscopio di rifrazioni, nel cielo stellato o nell’acqua scura degli oceani. Bisogna dire che i colori acrilici non amano essere mescolati perché asciugano velocemente, così le mescolanze e le sovrapposizioni si possono realizzare in tempo reale e questa è la sua tecnica prediletta dal Maestro che li applica direttamente sulla tela, seguendo l’impulso progettuale inconscio, al quale ha un accesso privilegiato.

Sento il dovere di aggiungere che l’immaginario ha la sua grammatica e le sue regole, molto diverse dal linguaggio verbale; sorprende il fatto che siamo immersi in un mondo in cui le immagini ci sovrastano, ci perseguitano, esercitano la loro potenza, centuplicata dal nostro ingresso nell’epoca della Metamorfosi digitale, mentre la maggior parte delle persone non sa leggerle e non sa difendersi dalla loro influenza ipnotica o addirittura dalle loro aggressioni. Intendo le immagini in senso lato, non le realizzazioni ed i messaggi che gli artisti trasmettono, lavorando con quelle, inserite in un contesto “grammaticale visivo” attraverso il loro stile. Inoltre poiché si è parlato spesso di un contesto onirico nelle opere del Maestro, sappiamo bene, da Freud in poi, quanto il sogno sia cosa concreta e determinante per la nostra salute psicofisica, ancor più quando l’artista rende fruibile e condivisibile il proprio desiderio in forma simbolica attraverso il suo linguaggio visivo, utilizzando la metafora del sogno.

Infine Alberto Manzetti, come molti artisti, non ama “spiegare” le sue opere, non si fida delle parole che vogliano giustificare i suoi messaggi in un mondo in preda al bombardamento di un immaginario ipertrofico, ma lascia che parlino da sole con un linguaggio “altro”. Sono le sue composizioni, complesse ed armoniche, con un retroterra culturale che sa interpretare solo chi è del mestiere, ma che funzionano benissimo con tutti, fino al punto che dei suoi estimatori non sappiano dire perché si innamorano di queste tele e desiderino entrarne in possesso. Lo stesso, lo sappiamo, avviene con le opere dei grandi artisti storici, che continuano a coinvolgerci ed a parlarci, anche al di là del tempo, sempre nel contesto quell’atto iconico così ben analizzato da Horst Bredekamp nel suo libro “Immagini che ci guardano” (Cortina editore 2015).
In una delle ultime mostre del Maestro Manzetti – nello spazio Spazio COMEL Arte Contemporanea (*) dal 14 al 29 settembre del 2013 – la curatrice, la Storica dell’Arte Azzurra Piattella sottolinea proprio questo:
Sfavorevole alla traduzione verbale delle regole pittoriche mediante la spiegazione sistematica, assetato invece di scambio concettuale e di rinnovato confronto tra profili psicologici e artistici differenti, Manzetti ha sempre ricordato, nella sua attività di docente, l’aforisma di Guttuso: “ci vuole un’ora d’insegnamento, con due si rovina l’allievo”.
Però è anche vero e ci è utile sapere …
Cosa si scorga di reale nelle realizzazioni di Manzetti è piuttosto evidente. La bibliografia specifica e le recenti recensioni generate in occasione delle molteplici mostre (es. Milano, Palazzo Marino – Roma, Tartaglia Arte – Spoleto, Galleria Germanico – Tivoli, Scuderie Estensi …) hanno in passato sovente sottolineato il contenuto delle sue composizioni e così mi limito a osservare con occhio ammirato le architetture di città utopiche, che non vedremo mai, ma che disquisiscono sulla genuinità del paesaggio dell’infanzia (Manzetti accompagnava spesso il padre veterinario nelle romite, affascinanti località agresti e montane molisane) dell’orrore edilizio che spesso invalida le metropoli come i piccoli centri, dell’urgenza di comunicare il bisogno di salvare il territorio dall’uomo e I’uomo dalle sue false ambizioni. Un sogno popolato di aquiloni che sollevano città e persone, liberandole dalla piaga inguaribile della mediocrità.

Alberto Manzetti (nato a Sant’Elia in Pianisi nel 1934) per decenni insegna Disegno e Storia dell’Arte ed è artista indipendente e studente della Facoltà di Architettura. Ha poi fatto parte del “Movimento Romano di Figurazione e Astrazione Concettuale” negli anni ’60, ma predilige l’autonomia della sua poetica, che diviene da subito il suo punto di forza. Un curriculum interessante; Premio Città di Termoli anni ’60 e nel 1970 – Premio di pittura Neoespressionista (Milano) e Premio Lombardia. Nel 1993 vince il premio al Ridotto della Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma e nel 2006 a Palazzo Grassi a Venezia ottiene il terzo premio sul tema “Una città da salvare”. Premiato più volte anche alla Galleria d’Arte Moderna di Latina, è tra i più attivi partecipanti all’Artefiera di Padova e Bologna ed ha al suo attivo più di quaranta mostre personali.

Ma se vogliamo parlare della sua storia privata e dei suoi maestri, tra questi bisogna annoverare l’amore per la Natura e i panorami tutti umani delle città del cuore, emozioni e desideri tradotti nella ricerca di un suo stile, che innegabilmente verte all’organizzazione razionale e geometrica delle forme. Nella sua lunga carriera di pittore, dunque, sperimenta da solo un procedimento che perfeziona nel tempo, appositamente per il suo potenziale comunicativo, come abbiamo descritto sopra. Personalmente noto un’affinità con certe composizioni di Paul Klee, considerando quindi anche la musicalità dell’insieme, in qualche modo cresciuto anche il Nostro in un ambiente in cui la musica è di casa.
Notevolmente suggestivi sono anche i ritratti di donne, anche queste assemblate con geometrie vibranti, rappresentate come icone del femminile in contatto con energie cosmiche, spesso in compagnia di qualche animale totemico, dipinte con gli stessi grandi occhi sognanti simili a quelli dell’Angelus Novus dipinta da Paul Klee nel 1920, resa celebre dal filosofo Walter Benjamin.

Per concludere e mettere pace tra tempo e spazio, tra immagini e parole, evocando il celebre detto “ut pictura poesis” (dall’Ars Poetica di Orazio) riportiamo una poesia dell’artista che ci conferma la sua ispirazione, tra l’altro espressa anche attraverso alcune sculture in ceramica estremamente interessanti, nelle quali si evidenziano tagli ma anche segni incisi che ricordano le impronte degli uccelli … Oggetti misteriosi però come meteoriti messaggeri in una lingua sconosciuta.
SIDEREA

Io viaggio nel cosmo tra mille pianeti/ tra sassi corrosi e sfere di fuoco. / Io cerco dimora nel vuoto del cosmo/do senso alla vita con tele e colori.
Nel vento solare dispiego le ali/tra stelle filanti e lune ingiallite. / Dipingo comete e navi spaziali/ferraglia vagante in cerca di vita.
Sospese su fili nel cielo turchese/io salvo le case da terre malsane. / Castelli nel vuoto, fiabesche dimore/rifugi di coppie e di amori traditi.
Son case e palazzi di vetro soffiato/ fugaci ricordi di anni felici /vissuti al riparo di verdi uliveti/ tra pini giganti ed oche impazzite.

Io stendo colori su campi melmosi/per dare colore ai fiori appassiti. / Dipingo colombe tra rami insecchiti/tra case sospese su fiumi ingialliti.
Io plasmo l’argilla, son nidi d’uccelli/e volo con loro su mari d’argento. / Io solco le tele con cento colori/pennelli leggeri e l’ansia nel cuore.
Ma il sole tramonta e l’ansia si spegne/volate gabbiani è l’ora dei sogni.
Alberto Manzetti
——————————————————————————————————(*) – https://www.spaziocomel.it/utopica/ Negli ultimi anni l’azienda CO.ME.L. S.a.s. di Mazzola A. & Co. (azienda leader nel commercio e lavorazione dell’alluminio, attiva a Latina sin dal 1968) ha profuso il suo impegno a favore del territorio in cui opera sponsorizzando e sostenendo iniziative culturali fra cui lo Spazio COMEL Arte Contemporanea, uno spazio di 120 mq, polifunzionale e luminoso, offerto gratuitamente ad artisti, curatori, scuole, per esposizioni di Arte Contemporanea.
Carla GUIDI Roma, 19 Luglio 2026
