“L’arte è importante perché dice le cose che non si riescono a dire nel sociale… ” ‘Il Cinema del no’, il libro – testamento di Goffredo Fofi.

di Marco FIORAMANTI

Goffredo Fofi

Il Cinema del no

eléuthera edizioni, 2024

—————————

IL VENTO SOFFIA DOVE VUOLE

di Marco Fioramanti

“FOFI”, un bisillabo che apriva e scardinava mondi, sempre direzionato a una visione del mondo e dell’arte originale e nuova. Intervistato dal critico Paolo Mereghetti, Fofi così afferma:

L’arte è importante perché dice le cose che non si riescono a dire nel sociale, nella vita quotidiana, perché dice di più, dice altro, dice l’utopia, dice la paura, dice tutto quello che fa parte dell’umano, ma che la politica, la società, le organizzazioni civili non riescono a coprire assolvere. 

“IL CINEMA DEL NO” è un manualetto fondamentale, di poco più di cento pagine, che documenta la necessità del cinema, e quindi dell’arte tout court, di essere territorio di rivolta. Il tema è il rapporto tra cinema e anarchia.

Anarchia intesa come atteggiamento, come “disperazione creativa” (Colin Ward) nella ricerca e nella pratica, nell’ottica di una giusta convivenza e del giusto insegnamento.

C’è un’arte astuta, ci racconta Fofi, quella ‘finta’ dominata soltanto all’ambizione, dalla fama e alle febbri del mercato, e un’arte ‘vera’ che si inquieta e si interroga sullo stare nel mondo, sul senso da cercare e da dare al nostro passaggio.

I vecchi maestri ci hanno detto che se questa realtà non ci piace è nostro dovere non accettarla e fare quello che possiamo per cambiarla. Si chiama disobbedienza civile, il non accettare il mondo così com’è o come ci viene propagandato e di fare quello che possiamo per cambiarlo. Ridare senso e valore alla cultura e all’arte. 

Fofi identifica nel libro i “registi del NO”, i due tipi di registi nelle cui opere si possa di cogliere una visione del mondo e delle cose fortemente critica nei confronti del “mondo così com’è. E non può che partire da Chaplin/Charlot. Tutta la sua opera del muto risente di un pensiero anarchico (lui che non lo era affatto nella vita), in quanto, dice Guillame Le Blanc

“rimette in questione tutte le condivisioni sociali tra i rapporti tra il grande e il piccolo, il centro e la periferia, il dentro e il fuori, il normale e il patologico: bisogna veramente vivere lavorando? Cosa significa essere innamorati? Ed essere padre? Siamo tenuti a essere cittadini patrioti ?

Tre nomi, per cominciare, tre modi esemplari di rapportarsi al mondo e di intendere la funzione dell’arte:

1) Jean Vigofiducioso nelle possibilità dell’uomo – che nei suoi soli 29 anni di vita espresse in pellicola gli sguardi infantili sulla vita;

2) Robert Bressondisperato sull’uomo e su Dio – autore della disperazione creativa che si spinge fino al nichilismo, nel suo percorso dalla speranza alla disperazione”;

3) Luís Buñuel –  saggio e disincantato – che già ne L’age d’or’, mostra lo scontro tra l’istinto e la realtà sociale con le sue norme e convinzioni.  

In Francia, tra i “disperati” ha un ruolo d’onore Henry- Georges Clouzot, vissuto gli anni dell’occupazione nazista della Francia, ha maturato una visione pessimista dell’uomo. Per Jean-Luc Godard  e il suo cinema militante, si può parlare di anarchia solo nel suo modo di agire. In America spiccano per il nostro autore Sam Peckinpah e Robert Altman. Il primo, estremista-non-ottimista ucciso dall’alcool a 58 anni trovava nel genere western (Mucchio selvaggio; Pat Garrett e Billy The Kid) terreno ideale per la sua filosofia negativa. Robert Altman, con Nashiville fa un ritratto del decennio che ha segnato la fine della speranza di qualunque cambiamento possibile.

In Germania si parte dal visionario Murnau, che ha espresso

la sofferenza dell’individuo schiacciato da ogni società e la forza dell’amore come unica forma di resistenza;

Fassbinder, il più grande e autenticamente anarchico, cinema sregolato, viscerale, autobiografico, uomo dalla vita intensissima e dalla franchezza assoluta; Herzog energico narratore di storie di irregolari, di pazzi, di vittime, di ribelli e Alexander Kluge, regista di opere solo apparentemente fredde, di radicale indignazione per “lo stato delle cose” e

molto meno in Wim Wenders, dopo buoni inizi (Alice nella città) regista sopravvalutato, melensamente narciso e poeticistico, sentenziante e finto-profondo.

In America latina (Brasile) svetta, per il nostro spietato selezionatore, l’estremista, utopico irrazionale Glauber Rocha che ha tentato le speranze di una rivoluzione “vera”: l’impossibile.

In Giappone ci offre Nagisa Ōshima e le sue parole:

“Io non posso fare altro che film, in silenzio, sognando il giorno ancora lontano in cui lo stato si estinguerà”.

La Polonia vede il primo Polanski e tutto Wajda, esempio raro di libertà individuale e di critica delle istanze repressive dei regimi assolutistici e del suo continuatore Kieślowski, autore di opere inquietanti sulla condizione umana. Ma nell’Europa del Nord, è sul finlandese Aki Kaurismäki che la tastiera dell’anziano eugubino si sofferma a lungo. È qui infatti che il cinema nordico ha trovato il suo grande regista anarchico

coerente e ostinato narratore delle oppressioni sociali ma soprattutto dei modi di schivarle, di cercare – sconfitti o vincitori – le vie di una solidarietà e di una liberazione da “mutuo soccorso” di una volta.

Dell’Italia Fofi fa una lunga e spietata analisi individuando una triade anarchica in Pasolini, Bene e Maresco. A proposito di Pasolini, Fofi si chiede nel libro:

Ma cosa si deve chiedere a un artista, oltre la testimonianza che sanno dare in opere forti e talora fortissime, sofferte ed esigenti di verità e di dolore, di disagio del vivere in una società menzognera e bigotta, le cui bugie servono precisi interessi di classe?” 

E così risponde dal vivo a Mereghetti:

Di essere anarchici cioè di andare un po’ più a fondo nelle loro convinzioni e di osare di più. La paura di Pasolini era di essere ignorato, lui era una continua sfida al mondo, però con l’idea che il mondo gli rispondesse, se il dialogo in qualche modo si interrompe se la provocazione non va a segno ti ritrovi senza più neanche un nemico e nasce quella disperazione.

Bene e Maresco sono i due registi che Foti considera i più liberi e i più anarchici nella vita come nelle opere, i più chiari e coerenti nella loro arte e nel loro pensiero. Bene ha cercato l’oltre e il fondo, la verità delle cose ultime; Maresco, in episodi di un’emarginazione estrema e provocatoria, l’avvento del post-umano.

Marco FIORAMANTI  Roma  20 Luglio 2025

8-2-2024 – Roma, Italia – Cronaca – Presentazione del Libro “Così parlò Monicelli” allo Spazio Giallo. Nella foto Goffredo Fofi

Biografia

Goffredo Fofi (Gubbio, 15 aprile 1937 – Roma, 11 luglio 2025) è stato un saggista, attivista, giornalista e critico cinematografico, letterario e teatrale italiano.

La sua visione da intellettuale impegnato è volta alla costruzione di una rete alternativa alla cultura del consumismo e dell’omologazione culturale. Il suo impegno critico si incentra soprattutto sul rapporto fra la realtà sociale e la sua rappresentazione artistica, in particolare nel cinema. Nel 1955, a diciotto anni, lascia Gubbio in treno per giungere in Sicilia, a Palermo, affascinato dal pensiero e delle imprese del filosofo e attivista Danilo Dolci, e lo affianca nelle sue battaglie a fianco dei disoccupati, nella lotta alla mafia costruita sul fondamento di un pacifismo gandhiano a quei tempi ancora sconosciuto in Italia, e negli “scioperi al rovescio”, i quali «consistevano, per esempio, nell’asfaltare una strada bianca con un gruppo di disoccupati [allo scopo di] rivendicare il diritto al lavoro». Le attività svolte nella comunità di Dolci lo condannano a un foglio di via «per avere insegnato senza percepire stipendio», in risposta al quale Lucio Lombardo Radice scrive in sua difesa un editoriale sulla prima pagina de L’Unità in cui definisce il “crimine” di Fofi come «delitto d’alfabeto».
Nella prima metà degli anni 1960 raggiunge Parigi e lavora nella rivista di cinema Positif. Rientrato in Italia, fonda insieme a Piergiorgio Bellocchio e Grazia Cherchi i Quaderni piacentini e scrive la sua inchiesta giornalistica L’immigrazione meridionale a Torino, rifiutata dall’editore torinese Einaudi per le considerazioni sulla politica dell’azienda concittadina Fiat nei confronti dell’immigrazione e poi pubblicata da Feltrinelli.
Nel 1967 fonda a Torino Ombre rosse, rivista di cinema dai contenuti fortemente schierati dal punto di vista politico e molto vicina ai movimenti studenteschi e operai. Nel 1968 contribuisce al successo della casa editrice Forum Editoriale, proponendo la pubblicazione di romanzi erotici per guadagnare utili da reinvestire nella pubblicazione dell’edizione integrale degli scritti dell’intellettuale comunista Amadeo Bordiga; in particolare, Fofi acquista per la casa editrice i diritti del romanzo Emmanuelle e ne cura la traduzione italiana: la prima edizione viene sequestrata dalla magistratura per oscenità, ma il romanzo diventa comunque un best seller grazie anche alla successiva omonima trasposizione cinematografica.
Dal 1972 Fofi è fra gli animatori a Napoli della “Mensa dei bambini proletari” e partecipa al dibattito sulla “questione meridionale”, incontrando e frequentando i maggiori meridionalisti del secondo dopoguerra, da Manlio Rossi-Doria a Gaetano Salvemini, e fondando la rivista Dove sta Zazà in collaborazione con Stefano De Matteis.
Nel 1997 fonda la rivista letteraria Lo Straniero, che ha terminato le pubblicazioni alla fine del 2016, e il relativo Premio Lo Straniero, tuttora assegnato annualmente. Come consulente editoriale, direttore di riviste e critico militante ha scoperto e/o incoraggiato vari scrittori come Giulio Angioni, Sergio Atzeni, Alessandro Baricco, Stefano Benni, Maurizio Maggiani, Raul Montanari e Roberto Saviano. Ha diretto la rivista Gli asini ed è stato direttore editoriale delle Edizioni dell’Asino.
Oltre a quelle già citate, Fofi aveva contribuito inoltre alla nascita delle riviste Linea d’ombra, La Terra vista dalla Luna e, fra gli anni 1980 e 1990, di altre pubblicazioni come Nino domani a Palermo e Piccione viaggiatore. Ha collaborato con i quotidiani Avvenire, il manifesto, Il Sole 24 Ore, l’Unità e con le riviste Confronti, FilmTv, Internazionale, Panorama.