di Lisa SCIORTINO
Il presente studio concede una nuova interessante occasione per accostarsi ancora una volta all’arte del concittadino Renato Guttuso custodita in collezioni private[1].
La ricerca si inserisce nel ventennale percorso, lungo la personale carriera di storica dell’arte, di ricerca di opere d’arte e collezioni private al fine di rendere pubblico e fruibile quel patrimonio culturale che molto spesso rischia di finire nel silenzio per inconsapevolezza o, peggio, mancato interesse. I tanti recuperi realizzati e pubblicati da chi scrive sono stati possibili grazie alla intelligente disponibilità e alla affettuosa generosità dei collezionisti che, aprendo le porte di casa, lasciano allo studioso la possibilità di esaminare e far conoscere opere altrimenti ignote.
Qui si innesta la presente ricerca che consente di trattare del bagherese Renato Guttuso, il quale ebbe il primo approccio alla pittura grazie alla frequentazione della bottega di Emilio Murdolo[2] e del celebre pittore di carretti Michele Ducato, luoghi di fondamentale importanza per il maestro soprattutto perché gli fornirono uno straordinario repertorio di immagini e cromie che egli farà proprie e rielaborerà nel tempo nelle numerose creazioni pittoriche.
In questo saggio sono pubblicati alcuni inediti di Guttuso, tra disegni, carboncini, litografie e oli tutti firmati, custoditi in un’unica collezione privata[3], indice di sincera amicizia tra il collezionista e l’artista che glieli omaggiò nel tempo. Le dediche, spesso presenti sui lavori in esame e qui puntualmente censurate per motivi di privacy, certificano il rapporto reciproco di stima e affetto tra i due concittadini, ritratti insieme durante cerimonie pubbliche locali perfino in alcuni scatti fotografici di un giovane Giuseppe ‘Peppuccio’ Tornatore[4].
L’opera più antica dell’inedita raccolta bagherese è un olio su tela che raffigura Villa tra gli alberi (Fig. 1).

La tela, riconducibile al 1935, è firmata in basso a destra. La composizione e la pennellata ricordano le coeve tavolette Ulivi a Bagheria e La montagnola [5] di Guttuso. Annota Maurizio Calvesi:
“Dalla tradizione ancora ottocentesca del Quattrociocchi, e più ancora dal Leto e dal Lojacono, certo a lui noti, mediava il nutrimento della pittura d’impasto, denso, saturante”[6].
E continua:
“Una svolta si ha nel 1933, quando le immagini diventano tormentose, si avvitano, si deformano, mentre il ductus pittorico si fa più diretto e abbreviato, sempre meno attento alla rotondità della resa plastica; questa non si avvale più di chiaroscuri delineati, ma scaturisce come d’impeto, per strappi e contrasti (…). L’impasto si ingrossa e si sfalda, le composizioni diventano una straordinaria sintesi di ruvida forza del disegno e di accorata, violenta partecipazione del colore. Ma colore e segno si identificano in grosse nervature, in grumi e colpi striati di luce”[7].
Proprio in quella prima metà degli anni Trenta del XX secolo, la pittura di Guttuso scalpitava di quella inquietudine che lo condusse a sconfinare nelle tensioni di un linguaggio sempre più nervoso, ispirato certamente da atmosfere vangoghiane, e che si concretizzava in un sinuoso movimento di immagini allungate che rievocano la pittura drammatica ed espressionistica di El Greco, a cui altri artisti come Scipione e Mario Mafai guardavano, con una sensibilità e un’attenzione nuova e moderna[8].
Minaccia di morte (Fig. 2) è un inedito carboncino in cui due loschi personaggi minacciano Guttuso, a destra e di profilo, e uno di essi gli punta una pistola e lo indica con la mano sinistra.

Di un quarto uomo si vede la mano sinistra che impugna un bastone che divide diagonalmente la scena con un’ardita scissura, uno iato invalicabile che ben rappresenta il senso dello scontro.
Il carboncino, firmato in basso, fu realizzato a seguito delle pressioni ricevute da Guttuso durante il proprio impegno politico. In realtà, probabilmente senza la vena politica egli non sarebbe stato Renato Guttuso, l’artista che più di tutti rappresenta la cultura antifascista del nostro tempo. L’opera si inserisce nel filone di dipinti come La Discussione del 1959 e Comizio del 1961 fino a I funerali di Togliatti del 1972, che raccolgono la fervida natura della politica del maestro, iscritto al Partito Comunista d’Italia già nel 1940 ed eletto senatore nel PCI nel 1976, e coincide con il proprio crescente bisogno di difendere l’arte impegnata nel realismo in un momento in cui molti nei partiti comunisti dell’Europa occidentale ne mettevano in dubbio il valore dopo la morte di Stalin e la disintegrazione dello stalinismo. La sua pittura acquisirà un sempre maggior peso politico configurandosi come una delle esperienze più interessanti del suo tempo.

Guttuso disegnava continuamente. Sono tantissimi i fogli realizzati con tratti rapidi, gli appunti, gli schizzi progettuali, i disegni più curati e rifiniti, i bozzetti colorati per illustrazioni o manifesti. Sulla mole infinita di carte prodotte hanno scritto in diversi a riprova dell’interesse e dell’importanza attribuiti al disegno dell’artista. Ma ancora numerosi sono i disegni inediti custoditi in collezioni private. A esempio, la tematica del pugilato è espressa in diverse opere di Renato Guttuso, tra cui la tela Pugilatori del 1983[9], ma anche in taluni carboncini proprio come Pugile (Fig. 3) in esame, firmato in basso. I corpi degli atleti impegnati nelle discipline sportive affascinano Guttuso per la loro capacità di intrecciarsi, di disegnare nuove forme, di offrire uno spettacolo quasi di una danza[10].
Il tema del nudo, preminente nella produzione generale degli anni Cinquanta e Sessanta, è un dettaglio fortemente espressivo con una pura esplosione di carnosa sensualità[11]. Le donne sono un tema centrale nella pittura di Renato Guttuso, ritratte sia nelle loro condizioni sociali di lotta e fatica, sia nella loro dimensione più intima e provocante. Se il maestro le raffigurava in dipinti come Le donne degli zolfatari di Lercara e Donna e banco di frutta, documentando le ingiustizie e la crudezza della vita quotidiana spesso con una potente espressività, parallelamente ha dedicato numerosissime opere alla figura femminile in una prospettiva diversa, proprio come nei nudi, caratterizzati da passionalità e realismo che esplorano la bellezza e l’intimità del corpo femminile. Il nudo è indagato dall’artista siciliano in ogni sua forma, sviscerato in tutte le possibili tecniche pittoriche e grafiche. C’è un attaccamento al soggetto che evidentemente va al di là del semplice fatto figurativo, una tensione nelle linee sinuose dei corpi femminili preferiti da Guttuso che gli consente di liberare il segno, di far correre la mano di abilissimo disegnatore, di studiare ogni scorcio, anche il più ardito e meno consueto, con una naturalezza e una freschezza non comuni. Una vera e propria necessità lega l’artista ai suoi nudi, quasi una familiarità così intima che mai essi appaiono volgari, privati cioè dal senso mitico di mistero.
In collezione, diversi disegni, senza data ma tutti firmati, hanno per tema la donna. In Donne discinte (Fig. 4), l’eros accompagna le tre donne in una sorta di danza sfrenata e il nero della china si unisce a qualche tinta acquerellata.


Donne (Fig. 5) mostra la voluttuosità del desiderio, la lussuria e l’erotismo che spesso pervadono l’arte di Guttuso. Anche qui, chiazze nere segnano in parte lo sfondo da cui emergono i corpi chiari delle due protagoniste e brevi accenni di colore delineano rapidamente dettagli civettuoli.
In Tre donne (Fig. 6), la linea semplice della china definisce le sagome dei corpi, marcando più decisamente i volti e in Nudo di donna (Fig. 7), dall’arabesco dei capelli, sinuoso e marcato, si dipanano le curve che formano il corpo femminile. Lo spazio entra direttamente in rapporto con la linea che lo percorre.


Poco importa la resa reale della figurazione, nel nudo, che sia sdraiato, in piedi, adagiato ai margini di una qualunque superficie, l’immagine si presenta agli occhi dello spettatore in tutti i possibili rimandi misteriosi, confermando ancora una volta la particolare forma del rapporto tra la l’artista e la realtà. Si tratta di un dialogo diretto, senza intermediari, coltivato da Guttuso sempre con passione. La posa della protagonista, delineata unicamente dalla punta sottile dell’inchiostro e accompagnata dalla stella, è variamente rintracciabile in altre opere del maestro come in una delle fanciulle di Le Bagnanti [12] o in Nudo di donna in rosa [13].
Diverse sono le raffigurazioni eseguite da Renato Guttuso della Colomba della pace, estemporanee e realizzate per amici e conoscenti o in pubblica piazza, a disposizione di tutti, durante i tanti suoi ritorni a Bagheria, per esempio. La rappresentazione della “Colomba” su cartoncino è un cult dell’artista, che ne generato varie a biro, a matita, a carboncino, o colorata a olio, e simboleggia la rinascita della vita dopo il Seconda Conflitto Mondiale. Emblema già presente, con alcune varianti, in altri artisti famosi primo fra tutti Pablo Picasso che caratterizzò la sua Paloma corredandola del ramoscello di ulivo nel becco. La Colomba della pace (Fig. 8) della collezione reca in alto la dedica[14] e in basso la firma Guttuso e la data 19 maggio 1974.


L’immagine è realizzata con colori a cera nei toni dell’azzurro, del verde e del marrone con qualche accenno rosso.
Lo Studio per Crocifissione (Fig. 9) è una delle diverse piccole stampe divulgative e propagandistiche che Guttuso fece realizzare e che teneva a portata di mano, pronte per essere autografate e omaggiate. E infatti, in basso, scritto a penna si legge: Per il Sig. [nome del collezionista] cordialmente Guttuso. L’immagine della stampa raffigura uno dei diversi Studio per Crocifissione che l’artista realizzò nel 1940 prima della definitiva Crocifissione del 1941 esposta alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma [15].
In Abbraccio (Fig. 10) della collezione, dove in basso si legge A [nome del collezionista] in ricordo del nostro incontro Renato Guttuso[16], linee fitte definiscono ombre che creano per contrasto i corpi dei protagonisti.

I solchi scuri descrivono lo sfondo da cui emergono gli amanti stretti in un bacio appassionato.
“Disegno sempre a modo mio, – annota Guttuso – ma disegno in quanto alla scuola di Checchi[17], o d’altri fosse pure Leonardo, io non vedo che cosa potrei impararvi. Io imparo solo dal mondo e dall’anima mia, se è vero che ne ho una! Imparo a comprendere e a soffrire, combattendo nel mondo ed imparo ad esprimermi. Mi affanno a scoprire una verità che nessuno può indicarmi perché è dentro di me. E ogni scuola è vana, vana, vana. Una sola cosa conta: comprendere! Se avessi da imparare il mestiere del pittore, forse anche Checchi potrebbe insegnarmi, ed egregiamente forse. Ma l’arte è altro (…) e mi insegna ogni cosa una verità; un filo d’erba può darmi la comprensione di tutto un sistema (…). Gli artisti si scoprono da sé, imitando anche talvolta, ma acquistano una vittoria in seguito ad una esperienza vissuta, non ci sono leggi, né canoni, non maestri né allievi. Esistono solo i temperamenti!”[18].
In Natura morta con cavoli (Fig. 11) c’è il realismo innegabile nella composizione delle larghe foglie e c’è anche un alone fabuloso di mistero che fa delle rappresentazioni più realistiche una sorta di apparizione.

Così, qui l’ortaggio si poggia su una superficie che è un tavolo solo per definizione, completato da un bicchiere in parte pieno, isola le foglie in una dimensione che sfiora l’irreale. In basso a destra si legge A [nome del collezionista] con gli auguri di Guttuso[19] e a destra è riportata la tiratura limitata[20].

L’Arancia (Fig. 12), che ricorda Due arance sulla sedia del 1967[21], evidenzia il rapporto tra Guttuso e la sua terra, la Sicilia, che spesso corre a risolvere problemi interpretativi e a suggerire facili digressioni. In questa raffigurazione ciò che conta è l’insieme, l’idea dell’immagine propulsiva che si apre dall’angolo in basso a sinistra. L’arancia non è descritta nei particolari e mostra la soluzione tecnica della fitta trama di segni, cara a Guttuso, che, facendo filtrare la luminosità, crea stacco prospettico e spaziale tra il primo e il secondo piano.
La litografia è dedicata al collezionista e firmata in basso a destra[22].
D’altra parte, lo stesso Guttuso affermò:
“L’arte del dipingere consiste nella imitazione delle cose del mondo, niente di più e niente di meno, ma è molto. Poiché per imitazione va intesa una fatica complessa che implica la tensione di molte facoltà, la riflessione, la partecipazione al mondo delle cose. Il risultato è semplice e libero come tutte le opere complesse”.
Lisa SCIORTINO Bagheria 11 Gennaio 2026
NOTE
