di Nica FIORI
“L’animo mi spinge a narrare le forme mutate / in nuovi corpi; o dei, ispirate ciò che ho avviato (infatti voi avete cambiato / anche quello!), e accompagnate questo carme per sempre / dall’origine del mondo fino ai miei giorni”.
Con queste parole (tradotte dal latino) Ovidio dà inizio alle sue Metamorfosi: un’opera monumentale in 12.000 esametri, scritta tra il 2 e l’8 d.C., che probabilmente i giovani del XXI secolo non leggono più nella lingua originale, ma che ha permeato la cultura occidentale per due millenni con le sue storie immaginifiche, comprendenti innumerevoli trasformazioni (in alberi, in uccelli, in pietre, in stelle), due alluvioni universali e psicodrammi che coinvolgono dei e mortali.
In una letteratura fin troppo seria e retorica, qual è la latina, la poesia di Ovidio rappresenta – insieme a poche altre eccezioni – un esempio raro di leggerezza, disinvoltura e ironia che descrive i miti antichi con prodigiosa fantasia ed eleganza formale. Purtroppo per lui, quella sua disinvoltura che a noi piace tanto deve aver dato fastidio ad Augusto, che esiliò il poeta a Tomi (attuale Costanza, in Romania) sul Mar Nero, dove sarebbe morto in tristezza e solitudine (nel 17 o nel 18 d.C.). Si è detto che alla base dell’ira di Augusto ci fossero i versi “licenziosi” di Ovidio sull’amore (specialmente quelli dell’Ars amatoria), e il suo modo dissacrante di rapportarsi con le divinità: quelle stesse divinità della religione ufficiale, come Giove, Apollo, Minerva, Diana, Venere, che erano le fondamenta della politica di moralizzazione e riforma dei costumi del primo imperatore, ma potrebbero esserci stati anche dei motivi molto più personali.
Nonostante questa “punizione” da parte di Augusto, le storie e i miti raccontati da Ovidio sono arrivati ai nostri giorni, in innumerevoli interpretazioni letterarie, artistiche, musicali e cinematografiche. E ci sarà sempre qualcuno disposto a riproporli.
A Roma, nella Galleria Borghese, è stata allestita la mostra Metamorfosi. Ovidio e le arti, che ha avuto una prima versione (intitolata Metamorfosen) al Rijksmuseum di Amsterdam. Il progetto espositivo è nato, in effetti, dalla collaborazione tra i due musei ed è curato dalla direttrice della Galleria Borghese Francesca Cappelletti e dallo storico dell’arte olandese Frits Scholten.

L’esposizione romana, visitabile dal 23 giugno al 20 settembre 2026, si presenta in una configurazione autonoma e originale, frutto di un articolato dialogo scientifico internazionale che ha riunito circa ottanta opere provenienti da prestigiosi musei europei e americani, oltre ai capolavori inamovibili della Borghese, come i gruppi statuari berniniani di Apollo e Dafne e del Ratto di Proserpina, certamente identitari della villa fuori Porta Pinciana del cardinale Scipione Borghese, intorno ai quali ruotano due dei temi affrontati nella mostra.
La villa, in effetti, è un luogo intimamente connesso al tema ovidiano. Scipione Borghese fece edificare, a partire dai primi anni del XVII secolo, il Casino nobile come un unico coerente sistema architettonico capace di intrecciare mito, arte e autorappresentazione. E successivamente, con i restauri settecenteschi voluti da Marcantonio IV Borghese, gli spazi furono riorganizzati ponendo le sculture della collezione Borghese al centro delle sale e integrandole in un apparato decorativo ispirato proprio alle Metamorfosi.

All’inizio, secondo i versi di Ovidio, la natura nell’universo presentava un unico aspetto, che si è convenuto di chiamare Caos: una massa inerte, grezza e indistinta che, per iniziativa di un dio, o della natura stessa, pian piano si diversifica nei quattro elementi di base (fuoco, aria, acqua, terra), dando poi origine al cielo, al mare e alle terre, quindi agli animali, fino all’ultimo e più nobile di tutti, l’uomo. Sono quattro le lunghe età che scandiscono la storia dell’uomo, passando da quella dell’oro, caratterizzata da giustizia e lealtà, a quella dell’argento, ancora serena e laboriosa, alla dura età del bronzo e all’ingorda e scellerata età del ferro, quando la terra viene funestata da stragi e altre scelleratezze, tanto che Giove decide di sterminare il genere umano con un’alluvione. Solo due vecchi coniugi, Pirra e Deucalione, riescono a salvarsi con una barchetta e, in un modo a dir poco fantastico, riescono a ripopolare il mondo: lei di donne e lui di uomini.
La prima sezione della mostra, “Caos e Creazione”, rende l’idea della trasformazione della materia primordiale, grazie ad alcune opere nelle quali la metamorfosi non è più soltanto un racconto mitologico, ma un principio universale che governa la natura, il corpo e la materia.
Ci colpisce, tra le altre opere, il Paradiso terrestre di Herri met de Bles (olio su tavola, ca. 1541-1550, Amsterdam, Rijkmuseum), in cui il racconto della Genesi biblica si intreccia alla cosmologia antica, mostrando la persistenza di un immaginario comune fondato sulla nascita del mondo dalla materia informe.

Nel Caos o Allegoria dei quattro Elementi di Louis Finson (olio su tela, 1611, Houston, Sarah Campbell Blaffer Foundation), le personificazioni di terra, acqua, aria e fuoco formano un vortice di energia e materia, mentre Auguste Rodin (gesso, 1896, Stoccolma, National Museum) nella sua opera La Terra mostra una figura umana che sembra emergere lentamente dal fango primordiale, ancora sospesa tra vita e non vita. Anche Constantin Brâncuși nel suo Prometeo (marmo di Carrara, 1911, Filadelfia, Museum of Art), che nel nome ricorda il Titano costretto da Zeus a un supplizio eterno per aver regalato il fuoco all’umanità, riduce la forma a un’essenza ovoidale, evocando insieme l’origine della vita e l’atto creativo.

“Il poeta e il libro” è la successiva sezione che evidenzia come le Metamorfosi di Ovidio non sono state soltanto un inesauribile repertorio di racconti mitologici, ma anche un testo dalla straordinaria fortuna editoriale e interpretativa, a partire dalla introduzione negli studi scolastici già in epoca medievale. Un ruolo fondamentale ebbe l’Ovide moralisé, un poema composto in Francia nei primi decenni del XIV secolo, che reinterpretava i racconti di Ovidio alla luce della morale cristiana, popolandoli di cavalieri e dame in abiti contemporanei e di riferimenti alle Scritture.
Con il Rinascimento si afferma un diverso rapporto con il poema: il recupero filologico del latino e la diffusione delle edizioni illustrate consentono un ritorno all’antico. Lo dimostra lo straordinario dipinto attribuito a Piero del Pollaiolo, raffigurante Apollo e Dafne (olio su tavola ca.1470-1475, Londra, National Gallery), in cui l’artista fiorentino conferisce nuova vitalità a uno degli episodi più celebri narrati nel libro I delle Metamorfosi, concentrandosi con pennellate incisive nell’attimo della trasformazione delle braccia della fanciulla in frondosi rami di alloro.
La vergine Dafne sfugge ad Apollo, che la vuole possedere, e pronuncia queste parole: “Terra, apriti, e cambia questa figura che tante molestie mi costa”. Si rivolge quindi al fiume Peneo, suo padre: “Aiutami, se i fiumi hanno qualche potere, padre! Cambiami questa figura, piaccio troppo per colpa sua!”. Non ha ancora finito la supplica che avviene la trasformazione in albero, ma Apollo l’ama anche così e copre il legno di baci, ma il legno i baci ricusa. Allora il dio, sempre secondo il racconto di Ovidio, dice:
“Anche se non puoi essere la mia sposa, sarai (questo è certo) il mio albero: tu alloro fregerai per sempre questi capelli, questa cetra, questa faretra …” (trad. Vittorio Sermonti).
E, in sintonia con questo suo desiderio, appare con il capo cinto di alloro nel dipinto di Dosso Dossi della Galleria Borghese, intitolato Apollo, databile intorno al 1525.


Queste opere dialogano, ovviamente, con il gruppo statuario dell’Apollo e Dafne della Borghese, realizzato dal giovane Gian Lorenzo Bernini in marmo di Carrara nel 1622-1625 e diventato emblema per eccellenza dell’arte barocca. Se dal punto di vista iconografico il volto del dio è ispirato al celebre Apollo del Belvedere, il movimento delle figure sembra seguire l’andamento dei versi del poema e la perizia illusionistica nel trattare il marmo è a dir poco stupefacente.

Attorno allo spettacolare gruppo del Ratto di Proserpina (1621-1622) dello stesso Bernini si sviluppa la sezione dedicata al mondo sotterraneo di Plutone, evocato da una nera porta degli Inferi, entro la quale è collocata la statua di Ercole e Cerbero (marmo bianco a grandi cristalli, II secolo d.C., Musei Vaticani).

Il racconto del rapimento di Proserpina e della disperata ricerca della figlia da parte di Cerere, la dea delle messi, diventa occasione per riflettere sui temi della perdita, della rinascita e dell’alternarsi delle stagioni attraverso una serie di dipinti, tra cui Plutone di Agostino Carracci (olio su tela, ca. 1592, Modena, Galleria Estense) e l’emozionante Orfeo ed Euridice di Peter Paul Rubens (olio su tela, 1636-1638, Madrid, Museo Nacional del Prado).


Si riferisce a questa sezione anche il grande sarcofago in marmo collocato nell’atrio della Galleria, prestato dai Musei Capitolini. Viene datato al al 230-240 d.C. e raffigura, andando da sinistra a destra, tre episodi del mito di Proserpina: Cerere sul suo carro trainato da serpenti insegue il carro di Plutone; Proserpina viene sorpresa da Plutone mentre coglie dei fiori; Plutone rapisce Proserpina sulla sua quadriga. Il tutto è arricchito dalla presenza di putti e personaggi come Minerva, Mercurio, Oceano ed Ercole con Cerbero.

Il mito di Aracne, la dotatissima tessitrice della Lidia che pretende di eguagliare Minerva nell’arte di tesser la lana, provocando l’ira della dea, che la trasforma in ragno, è trattato nel VI libro. Nel racconto ovidiano la tessitura diventa metafora della creazione poetica, che nella mostra si declina nella sezione “Aracne: tessere le storie” ospitata al piano superiore nella Loggia di Lanfranco.
Una sezione ricca di dipinti, arazzi e manufatti capaci di trasformare le parole in immagini. Tintoretto nel suo dipinto Minerva e Aracne (olio su tavola, 1575-1585, Firenze, Gallerie degli Uffizi) interpreta il mito scegliendo di rappresentare il gesto stesso del tessere, in una scena che esalta invenzione intellettuale e pratica artistica.

Nel dipinto di Rubens Pallade e Aracne (olio su tavola, 1636-1637, Richmond, Virginia Museum of Fine Arts) l’attenzione è rivolta al momento della punizione, quando la dea colpisce Aracne dopo aver contemplato il suo arazzo con il Ratto di Europa, visibile sulla destra del dipinto.

Del resto Aracne voleva con le sue scelte tematiche evidenziare i comportamenti tutt’altro che esemplari degli dei, soprattutto di Giove, che per stuprare la prescelta del momento era ricorso a metamorfosi che riguardavano il proprio aspetto e talvolta quello della donna.
Tra gli arazzi esposti, che raffigurano altri miti del poema ovidiano, ci colpisce particolarmente quello di Pan e Siringa (Manifacture Royale de Gobelins, ca.1680, Amsterdam, Rijkmuseum), perché il mito descritto ricorda quello di Apollo e Dafne, anche se Apollo è bellissimo, mentre Pan è un dio semianimalesco dalle gambe caprine. Il lussurioso Pan rincorre la ninfa Siringa, la quale, essendo devota ad Artemide (Diana per i Romani), vuole conservare la sua verginità e, giunta sulle rive di un fiume, chiede aiuto alle Naiadi, che la trasformano in un cespuglio di canne. Poiché le canne, al soffio del vento, emettono un dolce suono, Pan decide di fabbricarsi con quella che era stata oggetto del suo desiderio un flauto a sette canne, detto “siringa di Pan”.

La sezione successiva è dedicata al mito di “Leda e il cigno” e in un certo senso è introdotta dall’accenno al Ratto di Europa (da parte di Giove trasformato in toro), raffigurato da Aracne.
Quello di Leda, regina di Sparta e moglie di Tindaro, è uno dei più celebri episodi degli amori di Giove, che in questo caso si trasforma in un bellissimo cigno per unirsi a lei, e dallo strano accoppiamento nascono i gemelli divini Castore e Polluce e le mortali Elena e Clitennestra. Nel Cinquecento, questo mito erotico divenne uno dei soggetti prediletti delle corti italiane e la sua diffusione sembra riflettere il clima del dibattito sulla superiorità tra pittura e scultura, che sarebbe stato teorizzato nel 1547 dal letterato e storico Benedetto Varchi in una memorabile lezione tenuta all’Accademia Fiorentina.

Nella Leda della Galleria Borghese (tempera su tavola, ante 1517), derivata da un perduto dipinto di Leonardo e attribuita al Sodoma, la scena dell’incontro tra la donna e il cigno si svolge in una dimensione intima e lirica, in un incantevole paesaggio fluviale. Altre opere della Borghese sono una scultura in marmo del II secolo d.C. e la Leda di Michele di Ridolfo del Ghirlandaio (olio su tavola, ca. 1560-1570), raffigurata in eleganti abiti cinquecenteschi.

Michelangelo, che pure si lasciò attrarre dal tema, accentuò la tensione erotica della scena, rendendo il rapporto molto esplicito. Da questa sua opera, perduta, derivano un dipinto della National Gallery di Londra esposto in mostra (olio su tela, post 1530) e le interpretazioni scultoree del Victoria & Albert Museum e del Bargello, riferite all’ambiente michelangiolesco di Vincenzo Danti e Bartolomeo Ammannati.
A queste opere è accostato un celebre capolavoro della Borghese, la sensuale Danae del Correggio, (olio su tela, 1531-1532) nel cui mito Giove si trasforma in pioggia d’oro per poter penetrare nella torre dove la giovane Danae era stata rinchiusa dal padre Acrisio. Da questa unione sarebbe nato Perseo, il cui mito relativo all’uccisione della Gorgone Medusa è trattato in un’altra sala.
Con il “Mito di Pigmalione” la riflessione si sposta sul potere dell’arte di dare forma al desiderio, e prodigiosamente alla stessa vita. Pigmalione, come raccontato nel X libro del poema (vv. 243-297), è uno scultore di Cipro che, deluso dalle donne, vive in solitudine, ma poi scolpisce nell’avorio una vergine talmente bella che “il cuore gli brucia dentro per quel corpo illusorio”. Le dà baci, le parla, l’abbraccia, la fa riposare su tappeti di porpora e cuscini di piume e immagina di averla come sposa. Durante la festa di Venere, implora gli dei di accordarle in moglie una fanciulla uguale alla sua vergine. La dea dell’amore s’impietosisce e, quando lo scultore torna a casa e bacia la sua statua, avverte un tepore e, palpandola, sente che l’avorio si ammorbidisce e “finalmente la bocca s’incolla a una bocca vera”.

Nei dipinti Pigmalione e Galatea di Jean-Léon Gérôme (due oli su tela, ca. 1890, uno proveniente da New York, Metropolitan Museum of Art, l’altro da Limassol, Collezione Amathus), la metamorfosi coincide con l’istante del bacio; la scultura, che appare di marmo, si trasforma nella pelle viva di Galatea, a partire dal volto che comincia a colorarsi. In mostra il confronto proposto è con l’interpretazione del mito da parte di Rodin, la cui Galatea (gesso e metallo, 1887-1888. Parigi, Musée Rodin) emerge ancora parzialmente dalla pietra grezza: il corpo sembra sospeso tra materia inerte e vita, rendendo visibile il momento stesso della trasformazione.

Nel caso del mito di “Perseo e Medusa”, la trasformazione assume il volto opposto della pietrificazione, tanto che Perseo, dopo aver reciso la testa della Gorgone anguicrinita che pietrificava con il suo sguardo, proprio con quella testa, che ormai è un’arma nelle sue mani, libera Andromeda, che è stata legata a uno scoglio per essere divorata da un mostro marino, e riesce a sconfiggere Fineo, antico pretendente della giovane, che irrompe con le armi durante le nozze per rivendicarne la mano, come raffigurato da Sebastiano Ricci in un olio del 1705-1710, prestato dal J. Paul Getty Museum di Los Angeles. Tra i capolavori di questa sezione ricordiamo La testa di Medusa di Rubens (olio su tavola, ca. 1613, Brno, Moravská Galerie), di straordinaria intensità, e i due dipinti di Antonio Tempesta (tempera e olio su lapislazzuli, 1610-1620, Galleria Borghese) e di Rutilio Manetti (olio su tela, 1611-1612), entrambi della Galleria Borghese, nei quali Perseo è raffigurato sul suo destriero alato nell’atto di salvare Andromeda. Il dipinto di Tempesta, di forma ovale, presenta Perseo e Andromeda sul recto, mentre sul verso sono raffigurati Venere e Adone.

L’esposizione si conclude nella sala che ospita i celeberrimi capolavori di Tiziano Venere che benda Amore e Amor sacro e Amor profano con una sezione dedicata al potere dell’amore, una forza che attraversa l’intero poema ovidiano già dal I libro, quando Apollo cade vittima del dardo d’amore lanciatogli da Eros. Ma l’amore, come ben evidenzia il poeta, si può manifestare come energia creatrice e distruttrice al tempo stesso. Tra i miti sempre attuali c’è quello di Narciso, il fanciullo che specchiandosi nell’acqua di un laghetto s’innamora della propria immagine riflessa fino a sciogliersi come cera al sole e al suo posto spunterà l’omonimo fiore. Uno splendido busto del II secolo sembra proprio alludere alle parole di Ovidio:
“… È pazzo di sé. Immobile fissa il suo viso / immobile come una statua scolpita nel marmo di Paro. / Bocconi sul prato, contempla le due stelle dei propri occhi, / e i capelli che piacerebbero a Bacco se non ad Apollo, / le guance da adolescente, il collo d’avorio, la splendida / bocca, il rossore che con la neve del viso si mescola. / insomma stupisce di tutto quel che lo rende stupendo.” (libro III, vv. 418- 424, trad. Vittorio Sermonti).

La sua è un’immagine talmente bella e struggente che quasi dispiace che il suo nome sia diventato un termine clinico per indicare un disturbo della personalità. Ma, d’altra parte, per colpa di Narciso la ninfa Eco si riduce a essere solo una parvenza di voce, un’eco. Attraverso desiderio, passione, perdita e contemplazione, questo mito sembra in grado di interpretare le emozioni fondamentali dell’esperienza umana.
L’ultima metamorfosi cui accenna Ovidio, nei versi finali del suo poema, è quella della sua morte. Come altri grandi poeti, anche egli si augura di ottenere l’immortalità:
“Quel funebre dì che non vanta diritti se non nel mio corpo / ponga il termine che preferisce alla mia vita precaria; / la parte migliore di me schizzerà immortale più su / del cielo stellato, e il mio nome sarà indelebile in terra …” (libro XV, vv. 873-876, trad. Vittorio Sermonti).
Concordiamo in pieno sull’immortalità della sua opera, resa ancora più accessibile dalle interpretazioni artistiche, che una mostra come questa della Borghese contribuisce ad esaltare in un percorso di grande impatto visivo e nel giusto rispetto della meravigliosa collezione permanente.
Nica FIORI Roma 28 Giugno 2026
“Metamorfosi. Ovidio e le arti”
Dal 23 giugno al 20 settembre 2026
Galleria Borghese, Piazzale Scipione Borghese, 500197 Roma, Italia
Orario: dal martedì alla domenica, dalle 9.00 alle 19.00 (ultimo ingresso alle ore 17.45).
Chiuso tutti i lunedì. I turni di ingresso sono ogni ora.
Prenotazione obbligatoria +39 06 32810 oppure www.galleriaborghese.it
