“L’altare barocco nella Sicilia iblea. Modelli architettonici, apparati, macchine sceniche”, un excursus tra arte, liturgia e territorio nel volume a cura di Lucia Trigilia

di Giuseppe Michele AGNELLO

L’altare barocco nella Sicilia iblea. Modelli architettonici, apparati, macchine sceniche, a cura di Lucia Trigilia, Atlante del Barocco, Quaderni, Roma, De Luca Editori d’Arte, 2026, pp. 272.

Il volume curato da Lucia Trigilia si presenta come un tassello risolutivo nella messa a fuoco di un oggetto tanto onnipresente nella chiesa barocca quanto sorprendentemente marginale nella storiografia: l’altare. Concentrandosi sull’area iblea tra XVI e XVIII secolo, intreccia storia dell’architettura, storia urbana, storia delle devozioni e cultura materiale, facendo dell’altare il punto di osservazione privilegiato per leggere la “stagione della meraviglia” nella Sicilia sud‑orientale.

Nella Presentazione, Marcello Fagiolo iscrive il libro nella linea dei “Quaderni dell’Atlante del Barocco”, sottolineando come esso nasca in seno al progetto PON NEPTIS, coordinato da Trigilia per l’Università di Catania, in collaborazione con il Centro internazionale di Studi sul Barocco in Sicilia. L’oggetto – gli altari dell’area degli Iblei – è subito definito come un campo «ricchissimo» e, insieme, poco esplorato: in Sicilia – ricorda Fagiolo – l’altare è stato di norma trattato come appendice rispetto all’architettura, raramente oggetto di indagini sistematiche. Lo spazio ibleo, fortemente segnato dal sisma del 1693, è presentato come laboratorio privilegiato, nel quale la ricostruzione post‑sismica, il policentrismo urbano e la sperimentazione formale convergono in una densità eccezionale di altari, apparati, macchine sceniche, marmi policromi. In questo quadro, il volume costruisce una trama coerente: dalla Presentazione programmatica di Fagiolo ai saggi storico‑artistici sulle diverse aree (Noto, Iblei occidentali, Siracusa), dal contributo metodologico‑geometrico di Giuliano al quadro storico di Barone, fino al poderoso apparato documentario curato da La Rosa.

Fagiolo insiste su due punti che definiscono la fisionomia del libro: da un lato, la concezione dell’altare come “culmine dello spazio chiesastico”, “fondale prospettico” e apice della Gloria religiosa; dall’altro, la sua natura di Gesamtkunstwerk, risultato di un’azione corale che coinvolge architetti, scultori, stuccatori, marmorari, argentieri e indoratori, cui le ricerche restituiscono nomi e fisionomia. In questa prospettiva, l’area iblea diventa non periferia, ma luogo di eccellenza, capace di rielaborare modelli romani, napoletani e toscani in soluzioni originali, spesso legate alle esigenze liturgiche e spettacolari della Controriforma.

Il contributo di Lucia Trigilia, significativamente intitolato Altari della meraviglia, funge da saggio‑cornice teorico e metodologico dell’intero volume. L’incipit, giocato sulla citazione di Andrea Nucci, colloca la meraviglia al principio dell’esperienza barocca: un’emozione “confusa”, una vertigine che mette in moto la ricerca, e che diventa la chiave per leggere l’altare come metafora dei grandi temi rappresentativi dell’età barocca. Trigilia definisce l’altare come macchina liturgica e insieme scena teatrale, in cui architettura, apparato artistico e dispositivo spettacolare si riuniscono «in un unico evento». L’altare non è solo “mensa arcaica della divinità”, ma, nella rielaborazione post‑tridentina, dispositivo capace di raggiungere «cuore, sensi e intelletto» dei fedeli: una risposta visiva e spaziale alle esigenze della dottrina cattolica e, in particolare, degli ordini più attivi nella Controriforma, come i gesuiti. In questo senso, le macchine per le Quarantore, gli apparati effimeri e le architetture stabili sono messi su un continuum, dove l’altare rappresenta la stabilizzazione dell’effimero in forma architettonica.

L’analogia con i “teatri” per l’esposizione del Sacramento a Roma nel Seicento permette a Trigilia di leggere la chiesa barocca come concatenazione di spazi teatrali: platea e palcoscenico, profondità prospettiche, quinte, sipari illusivi. L’altare occupa il luogo del fondale, ma un fondale attivo, capace di dilatare, piegare, curvare lo spazio: da qui l’insistenza sulle forme a baldacchino, sui fastigi popolati di santi, angeli e putti, sulle colonne tortili e salomoniche che rimandano tanto al Baldacchino berniniano quanto alla lunga tradizione “retablistica” iberica e ibero‑americana.

Particolarmente efficace è la sezione in cui Trigilia intreccia il registro teorico con esempi puntuali: dal “capriccio” d’altare di Andrea Pozzo e dal Baldacchino di San Pietro alle declinazioni siciliane in Giacomo Amato (Palermo, 1643 – 1732), fino alle risonanze maltesi e latino‑americane. Un nucleo importante del saggio è dedicato alla definizione dell’area iblea come verosimile laboratorio per l’elaborazione di modelli d’altare: i terremoti, e in particolare quello del 1693, diventano occasione per una vasta operazione di ricostruzione che fa dell’altare uno dei luoghi principali di sperimentazione del linguaggio barocco, dove si incontrano esigenze liturgiche, ambizioni rappresentative delle élites cittadine e vocazione scenografica.

Col saggio di Alexandra Ieni – «memoriale iogalium ecclesiae Civitatis Noti». Arredi liturgici e paramenti degli altari delle chiese di Noto nella metà del Cinquecento – il volume mostra con particolare evidenza la sua natura di laboratorio a più tempi e a più voci. Se Trigilia fissava il barocco ibleo come dispositivo scenografico e liturgico maturo, innervato dalla ricostruzione post‑1693 e da una fitta circolazione mediterranea di modelli e materiali, il contributo di Ieni riporta l’obiettivo alla metà del Cinquecento, su una Noto ancora pre‑barocca ma già segnata dal trauma dei terremoti e da una complessa stratificazione di pratiche devozionali.

L’uso sistematico della Visita pastorale del 1542 di Girolamo Beccadelli, integrata con atti notarili e documenti della Curia vicariale, sposta il baricentro dall’altare come Gesamtkunstwerk pienamente dispiegato all’altare come nodo di arredi, tessuti, altaretti e tabernacoli, letti nella loro funzione liturgica e nella loro semantica terminologica. Il memoriale iogalium consente di misurare, con un dettaglio quasi etnografico, la densità e la qualità degli apparati sacri – dai paliotti di seta e velluto alle tele picte, dagli altarecti di diaspro e porfido alle complesse serie di cassubule, stoli e manipoli – restituendo agli altari cinquecenteschi la loro dimensione di infrastruttura materiale della liturgia più che di puro fondale figurativo.

Il quarto saggio, firmato da Francesca Gringeri Pantano e dedicato agli altari del “secolo d’oro” della nuova Noto, amplia in modo convincente questo quadro, spostando l’attenzione sugli altari come nodo di pratiche devozionali, arredi e tessuti liturgici più che come sole “macchine” figurative. L’uso sistematico delle visite pastorali e della documentazione d’archivio restituisce con finezza la densità materiale degli apparati sacri, offrendo una ricostruzione puntuale delle tipologie d’altare e delle terminologie d’uso, chiarendo ambiguità (come quelle intorno alla categoria di altaretto) e gettando le premesse indispensabili per comprendere, nella lunga durata, la portata del salto barocco che i saggi successivi mettono a fuoco. L’effetto combinato dei contributi di Ieni e Gringeri è così quello di ancorare la “meraviglia” degli altari settecenteschi a una lunga stratificazione di arredi, paramenti e lessici liturgici che ne costituiscono il sostrato.

Il terzo contributo, firmato da Paolo Nifosì e dedicato agli Altari del Settecento negli Iblei occidentali, si inserisce nel volume come vera e propria cerniera tra l’impianto teorico‑metodologico delineato da Trigilia e Barone e la fitta tessitura dei casi di studio locali.

Il saggio assume come spartiacque il terremoto del 1693, inteso non solo come cesura distruttiva ma come incipit di una “grande esperienza culturale” tardobarocca che si dispiega per l’intero secolo fino alla soglia del Neoclassicismo. In questo quadro, l’area della Contea di Modica viene letta come laboratorio privilegiato per osservare la ricostruzione post‑sismica attraverso la lente degli altari, intesi sia come dispositivi liturgici sia come termometri sensibili delle oscillazioni stilistiche e delle strategie devozionali e rappresentative delle élites locali. L’impianto argomentativo si fonda su una scansione cronologico‑tipologica in tre fasi, verificata sul terreno attraverso una rete fitta di esempi da San Giorgio a Modica agli altari in marmo di Ragusa, Vittoria, Ispica, Comiso, fino ai casi più tardi di Acate e Monterosso. Uno dei punti di forza del contributo risiede nell’intreccio serrato fra fonti d’archivio, analisi formale e storia dei materiali (percorsi dei marmi, costi, logistica dei trasporti, organizzazione delle botteghe), che restituisce agli altari la dimensione di “opera corale” e dialoga con il quadro generale sull’altare come Gesamtkunstwerk. Nel quadro del volume, il saggio di Nifosì appare “terzo” non solo per ordine ma per funzione: dopo il quadro teorico di Trigilia e quello storico di Barone, offre la prima grande verifica territoriale in profondità, trasformando quella che la storiografia tendeva a considerare periferia in area di eccellenza e sperimentazione.

Il contributo di Simona Gatto, Altari e apparati tra Seicento e Settecento a Siracusa e nei centri degli Iblei orientali, costruisce un quadro ampio e informato, intrecciando tipologie, maestranze e dinamiche contrattuali in una vera storia materiale dei cantieri d’altare. L’asse portante è la catalogazione analitica di quarantuno altari, organizzata per tipologie (a tosello/parete, a tronetto, a triangolo ascendente, sovrapposizioni), con un uso sistematico degli atti notarili che consente di precisare materiali, tempi, costi e modalità di esecuzione, restituendo al notaio e ai capitolati il ruolo di dispositivi strutturanti del cantiere sacro. Particolarmente riuscita è la sezione sulle “macchinette cappuccine” e sui grandi altari marmorei del Settecento, dove la ricostruzione dei percorsi di marmorai e architetti mostra con chiarezza la rete di circolazione di marmi, modelli e competenze tra Siracusa, Catania, Palermo, Napoli e Roma. Sul piano interpretativo, il contributo eccelle nel far dialogare forma e documenti: gli altari non sono descritti solo come oggetti stilistici, ma come crocevia di devozioni, strategie di rappresentanza, scelte tecniche e politiche di spesa, con esiti convincenti nei casi “campione” della Cattedrale, del Collegio e del Carmine.

Il saggio di Sebastiano Giuliano, Studi morfologici e geometrici sull’altare barocco del Val di Noto, porta al centro della riflessione sugli altari iblei la dimensione geometrica e proporzionale, verificata attraverso rilievo laser‑scanner e restituzione grafica di dettaglio. La triplice tipologia individuata (altari a tosello, a tronetto, a triangolo ascendente) è messa in relazione stringente con i modelli “canonici” romani e catanesi e, soprattutto, con la trattatistica di Vignola e Pozzo, mostrando come gli altari del Val di Noto traducano regole classiche in dispositivi dinamici fondati su rettangoli aurei, circonferenze, ellissi e assi di fuga attentamente costruiti. Nel quadro del volume, il contributo funziona come tassello metodologico: chiarisce, con pochi casi ben scelti (Buccheri, Palazzolo, Catania), in che modo le “macchine” d’altare lavorino come architetture autonome dentro l’architettura, governate da moduli misurabili più che da sole categorie stilistiche.

Il saggio di Giuseppe Barone, Tra crisi e crescita. Il policentrismo urbano nella Sicilia sud‑orientale (secoli XVI‑XVIII), fornisce il quadro storico di lunga durata entro cui altari e apparati iblei acquistano pieno spessore, ricostruendo tra XVI e XVIII secolo la trasformazione dell’area sud‑orientale da “isola‑fortezza” a spazio policentrico economicamente dinamico. L’analisi tiene insieme tre piani: la Sicilia militare e mediterranea (fortificazioni, sistema delle torri, intreccio con Malta), la costruzione della contea di Modica come territorio organizzato e multiculturale (enfiteusi, rottura del latifondo, patriziati urbani, reti associative), e la grande stagione delle “città nuove” e della ricostruzione post‑1693, letta come occasione per ridisegnare gerarchie urbane, vocazioni produttive e riconquista del mare. Nel tessuto del volume il saggio funziona come vera ossatura interpretativa: mostra perché l’area iblea non sia affatto periferia, ma laboratorio di policentrismo municipale e di modernizzazione istituzionale, e offre una griglia storica che consente di leggere gli altari barocchi come esito materiale di strategie nobiliari, riforme ecclesiastiche, economie marittime e pratiche di “pietrificazione della rendita”.

L’apparato finale curato da Andrea La Rosa costituisce infine un repertorio documentario densissimo, che rende “trasparenti” le basi d’archivio su cui poggiano molti saggi del volume. La trascrizione ordinata per chiese, anni e tipologie di intervento (statue, cappelle, balaustre, paliotti, stucchi, dorature, apparati effimeri) permette di seguire in dettaglio cantieri, maestranze, materiali e costi tra XVII e XIX secolo, offrendo al lettore sia uno strumento di verifica puntuale sia un bacino di casi per ricerche future.

Nel suo insieme, il libro riesce così a fare dell’altare barocco ibleo non solo un oggetto di storia dell’arte, ma un vero dispositivo di lettura del territorio: incrocio di liturgie e politiche urbane, di economie dei materiali e circolazioni mediterranee, di saperi geometrici e culture devozionali. Proprio questa capacità di tenere insieme scale diverse – dalla microstoria del paliotto alla geografia delle “città nuove” – è forse il risultato più persuasivo del volume e il motivo per cui esso potrà diventare un riferimento stabile non solo per gli studi sul Val di Noto, ma per ogni futura ricerca sul barocco “periferico” europeo.

Giuseppe Michele AGNELLO  Siracusa  1 Marzo 2026